domenica 10 giugno 2018

Il primo compleanno!

Un anno fa a quest'ora ero ancora in travaglio in una stanza di ospedale nel downtown di Los Angeles. Non sapevo bene che ora o che giorno fosse. Sapevo solo che stavo vivendo gli ultimi istanti di una impaziente attesa. E non vedevo l'ora di incontrarti, di scoprirti, di conoscerti, di tenerti stretta tra le mie braccia... 
Ancora una notte e poi ti avrei finalmente vista! Ti avrei vista, infagottata nelle lenzuola bianche e arancioni dell'ospedale, fare capolino col tuo visetto roseo al di là di quel telo che ci ha separate per qualche istante dall'esatto momento in cui sei venuta al mondo. 
Ma allora non avevo idea di chi saresti stata, non ne avevo la più pallida idea... Non sapevo che forma avrebbero avuto i tuoi lineamenti. Non conoscevo il suono della tua voce o il tuo profumo della pelle. Ti ho vista e mi sei sembrata semplicemente un'adorabile sconosciuta... una creatura per cui ho provato Amore, con la A maiuscola, a prima vista. 
Da quell'11 giugno 2017 sei entrata nella mia vita, nella nostra vita. E l'hai rivoluzionata! Ci hai resi una famiglia a 4, più complicata, più divertente, e anche più speciale. Hai ribaltato le nostre routine e sei entrata rumorosamente nella nostra casa. Ci hai resi più impegnati e migliori. 
Sorrido pensando ai primi giorni e mesi in cui ti studiavo per capirti, conoscerti, scoprirti. A volte non sapevo proprio che fare. Non sapevo che cosa mi volevi dire col tuo pianto. Non lo sapevo leggere e non sapevo da dove cominciare... Al secondo giro, mi sono sentita ancora una novellina in questo duro lavoro da mamma. Poi, come per magia, ad un certo punto ti ho capita. E da lì è stato un po' più facile per me.
Qualche settimana fa un'amica mi chiedeva che carattere hai e io ho fatto fatica a descriverti, perché sono così tante le cose da dire su di te che mi sembra di non renderti giustizia nel definirti con una manciata di parole. E ancora adesso faccio davvero fatica a dire che tipo di persona sei perché mi sembra che hai così tante sfaccettature... Mi sembri una bambina coccolona, che ama gli abbracci e cerca spesso e volentieri il contatto fisico. Mi sembri estroversa e socievole, sorridente e caciarona. Ti piace la musica e ti piace suonarla e ballarla. Sei affascinata dagli altri bambini e sei anche indipendente nei tuoi giochi quando vuoi tu. A volte sei talmente presa da un'attività che non vedi altro attorno a te. Mi sembri determinata e tenace. Sei vivace e ti lanci nelle avventure quotidiane.  Sorrido pensando a quando eri nella mia pancia ed io non immaginavo proprio chi saresti stata. Sorrido pensando che eri proprio tu lì dentro. Sorrido pensando che avrei voluto sapere che sei così speciale... Ricordo bene quanto temessi l'idea di avere una bambina e ora che ti ho conosciuta, non posso che sentire un immenso senso di gratitudine per il dono che sei per me, bambina mia. 

Buon primo compleanno, Lenticchia!!


mercoledì 6 giugno 2018

Teachers' appreciation week

Non so se si faccia anche in Italia o se lì siate legati più che altro al famoso "regalo di fine anno" per le maestre. Ma qui in California è proprio questa la teachers' appreciation week
Si tratta di una settimana in cui i bambini e soprattutto le loro famiglie dimostrano la loro riconoscenza ai maestri dell'asilo - e delle elementari almeno - per tutto il lavoro che fanno durante l'anno. 
Io ho scoperto questa cosa mentre lavoravo a San Francisco in una scuola italiana. Per una settimana intera siamo stati sorpresi e coccolati dai genitori dei nostri bambini con regali, prelibatezze culinarie lasciate nella stanza delle riunioni... Addirittura un giorno hanno fatto venire una massaggiatrice, che è rimasta tutto il giorno a scuola per offrire a noi insegnanti un massaggio di 10 minuti ciascuno, che ancora ricordo come un salvavita per spalle e collo durante una faticosa giornata lavorativa! 
Quest'anno, da mamma, sono stata io a proporre alla comunità di genitori dell'asilo di Tegolina di raccogliere dei soldi per fare dei bei regali ai nostri maestri. 
Onestamente mi aspettavo di trovarmi a gestire 5 o 6 genitori... e invece hanno aderito praticamente tutti e così sono state 20 le famiglie interessate. Non vi racconto i dettagli del lungo brainstorming che c'è stato via email tra le 20 mamme coinvolte per riuscire a definire il regalo... (la prossima volta lasceremo fare ai papà che sono certa in 2 email in tutto si metteranno d'accordo). Fatto sta che questo sotto nella cesta è stato il risultato finale: vino, buoni per una giornata in una Spa e carte prepagate per i nostri maestri.
Regali per i maestri
C'è un'altra cosa che mi preme dire qui oggi, di reazione ad alcuni dei commenti che ho letto nel mio post su Facebook.
Perché fare il regalo ai maestri? 
Sono tanti i motivi e li voglio dire qui perché credo siano davvero importanti e li voglio lasciare correre per la rete...  
La teachers' appreciation week rappresenta per me l'occasione per dire GRAZIE ai maestri per tutto il lavoro che fanno prendendosi cura dei nostri bambini. Loro - che vedono mio figlio più ore al giorno di quanto lo veda effettivamente io - si prendono cura di lui, lo ascoltano, lo coccolano, lo vedono interagire coi suoi pari, intervengono in caso di bisticci, gli propongono milioni di attività diverse che stimolano il suo sviluppo cognitivo, emotivo e fisico... Loro pianificano il loro lavoro, hanno una visione in mente e una missione che portano avanti prendendosi cura delle nostre generazioni future. 
E più piccoli sono i bambini e più importante è il lavoro che questi maestri fanno ogni giorno... E' infatti proprio nei primi tre anni di vita del bambino che avvengono le tappe fondamentali, quelle che pongono le fondamenta per uno sviluppo armonico dell'individuo (interessante questo articolo in Neuropsicomotricista). In questi primi anni specialmente, ma anche per tutti gli anni dell'infanzia, è davvero essenziale per un bambino trovarsi in un ambiente che possa favorire il suo sviluppo cognitivo, emotivo e fisico. Quindi gli asili non sono parcheggi, ma sono luoghi fondamentali per lo sviluppo personale di ogni essere umano! E dire grazie ai maestri è importante perché sono loro a creare ogni giorno un ambiente in cui i nostri bambini possono fiorire. 
L'attenzione che dimostrano verso i bambini, la passione per quello che fanno, gli sforzi e la fatica che costa loro tutto questo lavoro sono davvero impagabili e non ci sarà regalo all'altezza di tutto ciò. Ma dire grazie significa rendere felici i maestri! 
E' felice un maestro che vede riconosciuto e apprezzato dalla società il suo lavoro e il valore del suo lavoro. 
Un maestro felice sa che sta facendo la differenza non sono nella sua classe ma anche nella vita di questi bambini. 
Un maestro felice è un maestro che porta entusiasmo nella sua classe. 
Un maestro felice riesce a continuare a fare il suo lavoro sentendosi supportato dalle famiglie dei bambini. 
Dire grazie significa riconoscere tutto questo... significa riconoscere quanto importante sia per noi che questi maestri si stiano prendendo cura dei nostri bambini ogni giorno, per tutto il giorno. 
E significa anche dimostrare ai nostri figli quanto apprezziamo il lavoro di queste persone. Significa cambiare la società, che tende a sminuire l'importanza degli insegnanti... significa lasciare perdere il superfluo per guardare a ciò che conta sul serio.
Non so come sia in Italia, ma qui i maestri non guadagnano bene. Hanno uno stipendio normale, che permette di arrivare a fine mese, sì, ma non è che "fanno i soldi". Per questo dire grazie significa dire: "Non sono d'accordo con la società che non riconosce il tuo lavoro, io vedo quello che fai ogni giorno, vedo come ti prendi cura del mio bambino, vedo i tuoi sforzi e il tuo impegno nel portare avanti la tua missione". E il regalo o il contributo monetario che generalmente si offre per Natale o in occasione della teachers' appreciation week può davvero fare la differenza per questi maestri che si possono permettere in queste occasioni di togliersi qualche sfizio. Ed è un modo gentile anche per dire: "Ti prendi cura tutti i giorni di mio figlio... oggi prenditi cura di te, del tuo benessere, della tua salute, della tua felicità". 
Ci sono poi maestri bravi e maestri meno bravi e io lo vedo attraverso il mio bambino: è lui quello che sa e può giudicare il loro lavoro. Ma il punto non è questo... il punto è che un maestro felice io credo faccia il suo lavoro comunque meglio di un maestro infelice, che si vede giudicato e disprezzato. Ecco, mi sembra che abbiamo bisogno di più persone felici che facciano il loro lavoro con gioia, tanto più se sono educatori che si prendono cura delle nostre generazioni future...

Curiosa di leggere i vostri commenti

Buona teachers' appreciation week!       

mercoledì 16 maggio 2018

Bilinguismo: la nostra esperienza

Mai avrei pensato, quando ci siamo trasferiti in California 6 anni fa, che qui avrei dato alla luce due meravigliosi esseri umani che avrebbero rivoluzionato la mia vita! 
E di certo mai avrei pensato allora, che il bilinguismo sarebbe entrato nella nostra casa così... 
"Due genitori italiani, bambini con doppia cittadinanza e doppia lingua", pensavo io, alquanto ingenuamente. Ma si sa, la vita sorprende sempre... e così questo espatrio ci ha regalato un bambino, Tegolina, che capisce l'italiano ma parla al 95% inglese americano. 
Ha parlato molto tardi lui. Fino ai tre anni si faceva capire a gesti e a suoni. Del resto è sempre stato molto espressivo e anche molto creativo, tant'è che aveva inventato una lingua tutta sua in cui "koki" significava aereo, per esempio. 
Scherzando dicevamo che probabilmente lui si rendeva già conto che a San Francisco le persone parlavano lingue diverse. A casa noi si parla italiano; al playground invece si parla americano; la babysitter messicana gli parlava in messicano; e l'amica turca della banca del tempo gli parlava in turco. Bel casino, eh? Eppure quanta ricchezza culturale e quante connessioni neuronali in più per lui (se volete saperne di più, guardatevi questo Ted video sul bilinguismo)! 
Così dev'essersi probabilmente detto: "Senti ma se tutti parlano la lingua che vogliono perché io non posso inventarmi la mia?". E da lì è nato il koki. E ghi per ruspa. Mamy per bambino. Mae per gatto. Tu-tu per treno. Eee per rosso. Agn-agn-agn-agn per mangiare/fame...
Noi semplicemente lo capivamo: avevamo imparato il suo vocabolario e si andava bene così.
Poi, quando è stato il momento di inserirlo all'asilo qui a Los Angeles, la preoccupazione espressa dalla direttrice che temeva di non capirlo e di non poter rispondere per questo ai suoi bisogni, ci ha spinti a cercare per lui una speech therapist, una logopedista. Con grande fortuna ne abbiamo trovata una che parla sia italiano che inglese, una persona davvero deliziosa che in pochi mesi ha aiutato Tegolina, attraverso il gioco, a imparare a parlare inglese americano e ad usare anche alcune parole italiane. La logopedista e sicuramente l'asilo a tempo pieno, 5 giorni a settimana, in un ambiente americano super accogliente, hanno contribuito entrambi a supportarlo al meglio... E così, 6 mesi dopo, Tegolina è diventato ufficialmente un American speaker
Questa esperienza ci ha insegnato molto su di noi e sul nostro bambino. 
Di lui ho capito che è decisamente un perfezionista. Che fosse cauto lo sapevo... ma che fosse una persona che non si espone se non sente prima di dominare davvero ciò che sta esponendo, onestamente lo ignoravo. Me lo ha fatto notare la logopedista e allora l'ho visto chiaramente, e mi sono resa conto che è sempre stato parte del suo carattere. Ha saltato tardi per esempio rispetto ad altri bambini, ma quando lo ha fatto, lo ha fatto perfettamente, trovando in se stesso il coraggio e la sicurezza che gli hanno permesso di spingere anche oltre i suoi limiti. 
Lo stesso è stato per la lingua... Adesso che sente di dominare l'inglese americano, sta arricchendo pian piano il suo vocabolario italiano pur con una pronuncia ancora tutta americana, che mi fa un po' sorridere.
Questa esperienza bilingue mi ha insegnato anche qualcosa su di me. All'inizio non è stato facile per me accettare che mio figlio non parlasse la mia lingua. Davo per scontato che crescendo in una famiglia italiana, avrebbe mangiato e parlato italiano! ;)  E invece così non era... A lungo mi sono sentita delusa dalla sua scelta dell'americano come prima lingua e sono stata dispiaciuta e quasi arrabbiata con lui per questo. 
Poi un giorno un amico americano mi ha detto una frase che mi ha spalancato il cuore: "Eh sì, ha proprio senso che parli americano: il suo mondo è americano... l'asilo, gli amici, il parco giochi sono americani..." Improvvisamente l'ho visto e l'ho capito e mi sono resa conto di quanto assurdo fosse che io pretendessi che lui scegliesse l'italiano in questo contesto! 
Credo di averlo capito anche perché sono riuscita ad avvicinare la sua esperienza alla mia: papà barese ma io sono nata e cresciuta a Padova, quindi il mio mondo è sempre stato padovano e Bari per me è sempre stato il luogo delle vacanze del cuore; capisco il barese ma non lo parlo e se lo parlo faccio ridere, anche quando uso le parole giuste... esattamente come Teg che capisce l'italiano ma non lo parla.
Con lui io parlo sempre in italiano perché sono ancora determinata a trasmettergli la nostra lingua e la nostra cultura, e lui mi risponde sempre in inglese. Fa un po' ridere... fa strano anche... ma è così, e ormai non ci faccio quasi più caso.  
Ora nelle frasi inglesi ha iniziato ad introdurre alcune parole italiane. Ed è strano che alcune parole per lui siano sempre state italiane dall'inizio. Parole tipo "lotta". Can we make lotta? dice. Mentre "Mom and Dad" sono sempre state americane. Solo a volte, sorridendo, mi guarda e mi dice "Mamma" e il mio cuore si scalda sempre un po' di più... Sua sorella invece, la piccola Lenticchia, la chiama "Baby" e ne parla con tutti come "my baby", tant'è che io pensavo non ricordasse o non sapesse il suo nome... invece lo sa benissimo e semplicemente vuole chiamarla così. 
Quando poi partono i cartoni in italiano sull'ipad (perché la mamma ha pensato che a questo punto sarebbe stato utile avere alcuni cartoni in italiano :) lui si lamenta perché parlano Spanish! Pero' ieri li guardava e si allenava a ripetere "Pancia... gomiti... gambe". E io sorridevo nel sentirlo pronunciare quelle parole con l'accento americano. 
A volte in casa nascono anche delle divertenti conversazioni sul bilinguismo e sulla diversa pronuncia di singole parole. Noi diciamo mango, per esempio. In americano si pronuncia "mengo". Così Teg ci chiede: "Mom, why do you say mango?" "Eh, perché in italiano si dice mango..." E ride. E ripete "mango-mengo" ad oltranza, giocando con i suoni. 
Negli incontri virtuali coi nonni sui Skype noi ci facciamo un po' da traduttori perché Teg capisce tutto quello che dicono ma risponde in inglese e i nonni non capiscono. Mi dispiace un po' trovarmi a fare da mediatrice ma mi sembra di poter aiutare entrambe le parti, favorendo la crescita della loro relazione in qualche modo... 
Spero che il suo italiano cresca sempre di più e che un giorno Teg non avrà più bisogno di me in questo. Lo spero perché sperare non costa niente :) E so anche che se questo non succederà, io gli vorrò bene lo stesso... perché lo accetto per quello che è e se la sua lingua è l'americano, a me va bene così. 
Tanto lo so che una parte del suo cuore sarà per sempre italiana :)



Altri interessanti articoli sul bilinguismo:

The-sooner-you-expose-a-baby-to-a-second-language-the-smarter-theyll-be

The-benefits-of-bilingualism


venerdì 6 aprile 2018

I am back!

Riapro la pagina di questo blog dopo tanto tempo e sebbene sia davvero passata una vita dalle ultime parole scritte, ritrovo la familiarità di questa casa che ospita i miei racconti. 
Sono tornata! I am back! 
E di cose, dall'ultimo post dell'agosto dell'anno scorso, ne sono successe veramente tante...

Da poco abbiamo festeggiato un anno di vita a Los Angeles! 
Ogni tanto mi ritrovo a pensare a San Francisco e sento nostalgia di alcune cose di quella meravigliosa città che mi è rimasta nel cuore. 
Mi manca il vento freddo sulla faccia, anche nelle giornate di sole, e mi mancano quelle viste mozzafiato sull'oceano dalla cima delle colline. 
Mi manca il playground solito, pieno di bambini e mamme con cui scambiare quattro chiacchiere. 
Mi mancano le mie amiche e le figlie delle mie amiche. 
Mi manca l'aria della città...

Pero' del resto Los Angeles mi sta dando proprio tanto e mi sta piacendo per quello che offre a me e alla mia famiglia. 
Mi piace avere una casa più spaziosa con un giardino tutto nostro. 
Mi piace questa eterna primavera che dura tutto l'anno e alla peggio si trasforma in un'estate. 
Santa Monica
Mi piacciono da morire le spiagge di Santa Monica dove passiamo spesso il weekend e il playground a due passi dall'oceano (beh, forse più di due passi viste le dimensioni della spiaggia...). 
Mi piace che il nostro ristorante preferito sia proprio sulla via del ritorno dalla spiaggia. 
In settimana, mi piace accompagnare all'asilo mio figlio a piedi e adoro il suo asilo per un milione di motivi! Tra i quali c'è sicuramente la comunità di genitori con cui siamo entrati in contatto grazie alla scuola. 
Mi piace insomma questa vita semplice, fatta di piccole cose che pero' hanno grande significato per me! 

E' anche passato quasi un anno dalla nascita della nostra bambina, dal momento in cui abbiamo salutato la nostra famiglia a tre per diventare una famiglia a quattro!
In quattro, ve lo assicuro, le cose si sono fatte alquanto più complicate. Ma sono anche complicatamente meravigliose...
Vedere crescere la mia bimba e vedere crescere il suo rapporto con suo fratello, vederli maturare insieme, ognuno coi loro tempi e con i loro temperamenti, è il regalo più bello che la vita potesse farmi! Sono entrambi due creature meravigliose... e li amo con tutta me stessa. 
A tal proposito ho scoperto, diversamente da ciò che temevo in gravidanza quando credevo difficile poter amare un altro figlio TANTO QUANTO amassi già il primo, che il cuore si espande facilmente e si allarga per amare di più! 

Poi c'è il lavoro, un altro grande dono che Los Angeles mi ha fatto. Ebbene sì, sono tornata a lavorare nel mio campo, quello della storia dell'arte medievale! 
Ho una fellowship di due anni all'università e sto scrivendo il mio primo libro in inglese, avendo un contratto con un importante editore internazionale! E' un libro che pubblicherà la mia ricerca di dottorato, su un manoscritto medievale parigino che è conservato a Padova. 

Una famiglia, due bambini e un lavoro impegnativo soprattutto mentalmente. Suona complicato, vero?
Eppure io non sono proprio fatta per stare a casa "a badare ai bambini". Lo trovo appagante sì, ma fino ad un certo punto. 
Mi sento più felice e più realizzata nel crescere i miei bambini portando anche avanti progetti in cui credo, e di cui vado orgogliosa! 
E' come se il lavoro mi prendesse energia fisica e mi restituisse energia mentale. Mi vedo arricchita dai contatti, dalle interazioni, dalla bellezza delle biblioteche in cui ho la fortuna di poter lavorare, e torno a casa stanca e felice, stressata ed eccitata. Per me questo lavoro è come linfa vitale!   
E' difficile, sì, soprattutto se tutti gli aiuti che puoi avere sono a pagamento e vanno un po' centellinati per il bene del portafoglio. Ma quanta soddisfazione c'è dietro nel riuscire a farcela solo con le nostre forze... 

Ho in mente molte cose da dirvi, quindi spero di trovare di nuovo il tempo per portare avanti i miei racconti. 
Per il momento posso solo aggiungere che I am back and this is already a big step for me!

Alla prossima

venerdì 25 agosto 2017

Vita di quartiere a Los Angeles

Quando ci siamo trasferiti a Los Angeles ero molto sospettosa. Mi avevano detto che i californiani del sud sono diversi da quelli del nord (e di San Francisco in particolare). Mi avevano detto che quelli del sud sono decisamente meno diretti, più falsi, sorridono ma poi ti fregano... 
Così le mie prime interazioni i losangelini sono state piuttosto rigide, segnate da questi pregiudizi iniziali. 
Per settimane, forse mesi, sono sempre stata sul chi va là con chiunque provasse ad avvicinarsi. 
Un giorno pero', camminando con mio figlio lungo la strada di casa, siamo stati fermati da un bambino che giocava con la sua nanny in giardino. I bambini hanno cominciato a giocare insieme e siamo stati invitati ad entrare: prima nello front yard... poi nel back yard, assecondando il desiderio dei bambini. 
Poi è arrivato anche il papà del bambino e siamo stati invitati ad entrare in casa. Ma io non me la sono sentita: non volevo essere scortese ma allo stesso tempo non mi sentivo a mio agio nell'entrare nella casa di persone che avevo appena incontrato. Mi sono anche sorpresa molto di questa benevola accoglienza.
Qualche giorno dopo, lo stesso papà ci ha invitati alla sua festa di compleanno, organizzata alla sera nel loro giardino per festeggiare i suoi 40 anni. Non ci siamo tirati indietro sebbene io fossi stupita dall'invito. Anzi, ci siamo muniti di una bottiglia di vino da portare e abbiamo trascorso la serata nel loro back yard insieme a tanti loro amici, ed è stata una piacevole serata!
Nello stesso modo abbiamo incontrato molte delle famiglie con bambini del nostro quartiere. Vuoi il bel tempo, vuoi le serate estive che ci spingono a girovagare nel tardo pomeriggio... fatto sta che finiamo sempre per fare amicizia con qualcuno. Si tratta sempre di "amicizie all'americana" - un po' superficiali e circostanziali come vi raccontavo tempo fa qui - ma tutto sommato, sempre di conoscenze amichevoli si tratta! E onestamente, quando sei nuovo nel quartiere e non conosci proprio nessuno in città, certe cose fanno piacere! 
All'inizio continuavo a chiedermi che cosa mai ci fosse dietro a tutta questa gentilezza ma ad un certo punto ho smesso e ho iniziato a pensare che, qualunque cosa ci fosse dietro, risultava buona lo stesso per tutti noi, rendendo meno duro il nostro inserimento nella nuova città e nel quartiere.
Destino ha voluto che sempre lungo una delle strade del quartiere incontrassi anche una ragazza italiana che ha un bambino di un anno. Anche con lei è stata una cosa strana: ero andata a prendere mio figlio all'asilo e mentre stavo entrando in macchina, una delle maestre mi ha richiamata per presentarmi questa mamma che le stava chiedendo informazioni sull'asilo. Ne è nata una chiacchiera... poi ci siamo incontrate di nuovo davanti all'asilo perché lei vive lì vicino... una, due, tre volte. Fino a che ci ha invitati al primo compleanno del figlio e in quella festa credo di aver trovato un'amica (e pure una babysitter, ma questa è un'altra storia!). 
L'impressione che mi sono fatta quindi è che qui nel sud della California le persone siano più aperte e più "affettuose" che a nord. Si tratta sempre di americani, eh, quindi l'affetto che possono dimostrare non è di certo quello che troveremmo nel nostro sud Italia... ma apparentemente risulta più marcato rispetto al nord della California! 
Anche al supermercato mi è capitato che mi dicessero cose che a San Francisco non mi ero mai sentita dire: complimenti spassionati da donna a donna che pero' mi hanno sorpresa! E' come se si permettessero un po' di più... Lo stesso vale per quello che fanno vedendo Lenticchia nel passeggino: dopo aver chiesto quanto ha, se sono particolarmente presi dalla bimba, allungano le mani per toccarle piedi, gambe, mani o viso. A me i complimenti a lei rivolti fanno molto piacere ma preferirei non la toccassero troppo, specialmente quando siamo in giro! Così ho dovuto cominciare a parare i colpi, spiegando che non vorrei si prendesse qualcosa ora che ancora non ha tutti i vaccini fatti... Insomma, quel che mi sembra è che qui gli americani osano un pochino di più, nel bene e nel male! :-/


 

martedì 11 luglio 2017

E' nata Lenticchia!

Lenticchia è nata l'11 giugno 2017 alle 10:04 del mattino! 
E' venuta alla luce esattamente un mese fa in un ospedale del downtown di Los Angeles con parto cesareo, dopo 24 ore di travaglio. Alla nascita pesava 4,440 kg ed era lunga 55 cm. 
Ma a parte questi numeri che dicono sì qualcosa di lei ma mica tutto, voglio dirvi che Lenticchia è una bambina meravigliosa! Lo so, io sono la mamma e si sa che la mamma è di parte perché è l'amore incondizionato a parlare a suo nome... ma è così, lasciatemelo dire: Lenticchia è proprio una bambina meravigliosa... la mia bambina meravigliosa! 
Lenticchia ha una boccuccia di rosa, un nasino a patatina, capelli scuri a coprirle la testa, gambe e mani lunghe e affusolate e due piedini dalla pianta sottile e delle ditina dei piedi che sono uno spettacolo. 
Ha due occhietti vispi e le guance... beh, le guance sono degne di quelle di suo fratello
Pian piano, grazie al latte di mamma, braccia e gambe si stanno riempiendo di grinze di ciccia e sono tutte da mangiare!
L'altra cosa speciale di Lenticchia è che la sua pelle profuma di neonato... un profumo che non ricordavo più... e la sua bocca sa di latte... ed io non mi stanco mai di annusarla, guardarla, coccolarla, stropicciarla...
Le nostre giornate passano così, l'una attaccata all'altra, giorno e notte. Le nostre ore sono scandite dalle poppate, dai ruttini e i rigurgiti, dai pianti e dai sonnellini più o meno lunghi. I sorrisi sono legati alle poppate ma stanno cominciando a nascere sulle sue labbra e nei suoi occhi anche in momenti indipendenti: a volte arrivano così, all'improvviso e mi illuminano il cuore. In quegli istanti sono in balìa della magia dell'essere mamma.
Per me è strano essere tornata all'inizio di questa avventura da mamma: abbiamo ricominciato da capo, dal Day 1, ma in qualche modo, tutto sembra essere nuovo. 

Io non sono più la persona che ero tre anni e mezzo fa quando nacque Tegolina. Ed è evidente che Lenticchia è un'altra persona. Tant'è che giorno dopo giorno stiamo imparando a conoscerci. E giorno dopo giorno il mio amore per lei si fa più grande. E ogni giorno questa avventura da genitore alla seconda esperienza mi offre emozioni che sono vecchie e nuove allo stesso tempo. E' un po' come ritrovare delle sensazioni che si hanno avuto, pur rendendosi conto che sono diverse e che in questo momento della mia vita assumono significati diversi. E' praticamente ciò che è successo in tutta questa seconda gravidanza che mi ha riportato a vivere una quotidianità familiare con la pancia che cresceva e si è dimostrata al contempo completamente differente sin dall'inizio. E' evidente che questa seconda volta è un'altra storia... ed è un'altra me a viverla.
Durante la gravidanza temevo di non amarla tanto quanto Teg perché lui è il mio amore grande grande, come gli dico sempre. Ma poi è bastato uno sguardo a Lenticchia, il primo sguardo che le ho rivolto in sala parto quando il chirurgo l'ha sollevata oltre il telo dell'operazione e mi sono innamorata perdutamente di lei. Le lacrime hanno cominciato a scendere e la gioia intensa e profonda hanno preso il sopravvento.
Ci sono due bambini ora tra le mie braccia, due bambini che in modo diverso l'uno dall'altro hanno bisogno di me. Due bambini che richiedono la mia presenza fisica ed emotiva. Due bambini che vogliono la mia attenzione, la cura e le mie coccole. E il mio cuore si è espanso per accogliere l'amore incondizionato che provo per ognuno di loro. Le mie braccia si sono fatte più larghe - e più forti - per abbracciarli entrambi allo stesso tempo. 

Non potevo immaginare sarebbe stato così prima che accadesse, prima che diventasse reale. Ora reale lo è: siamo in 4! 
E Lenticchia è una bambina meravigliosa...


 


giovedì 6 aprile 2017

Vacanza a San Francisco

Tornare a San Francisco da ospite, dopo averci vissuto per 4 anni e mezzo, è stato strano... intenso, bello e difficile allo stesso tempo!
Welcome to San Francisco dice l'hostess al termine dell'atterraggio all'aeroporto SFO International ed io sento salirmi nel cuore una valanga di emozioni ma quella predominante è sicuramente legata al pensiero che finalmente sono tornata... a casa! 
Poi non va esattamente così. O per lo meno, non è andata così come mi aspettavo. 
San Francisco, Crissy Field Beach
Per certi versi è stato come tornare in Italia: conosci a memoria quelle strade che attraversi, ad ogni angolo della città colleghi un ricordo, una persona in particolare, un evento successo nel tempo che hai trascorso lì. Ti sembra di esserti riappropriata dei tuoi spazi, della tua vita! E tutto sembra facile perché già lo conosci, perché è come se la tua macchina andasse avanti da sola senza bisogno di essere guidata e tu non hai bisogno di seguire ciecamente il navigatore perché quelle strade le conosci talmente bene che potresti tranquillamente chiudere gli occhi e procedere dritta. L'impressione è che tu non debba neanche pensare o preoccuparti troppo perché il tuo cuore e la tua testa sanno benissimo dove vogliono andare. 
San Francisco, Conservatory of Flowers
Ahhhh... la bellezza che ti riempie di nuovo gli occhi; il sole caldo che ti accoglie e ti riscalda la pelle, mentre la brezza fresca che arriva dritta dalla Baia ti rinfresca risultando particolarmente piacevole con una pancia da settimo mese di gravidanza! 
Ritrovi i tuoi luoghi, le tue esperienze, gli amici a cui sei legato e che sono rimasti a San Francisco; e ad ogni incontro le emozioni risultano così forti che tendono quasi a portarti via, dentro ad un turbine di coccole e felicità in cui è proprio bello perdersi. 
"Sì, è come essere di nuovo a casa!" pensi. E l'impressione è che tu abbia ricominciato a respirare dopo essere stata in apnea per mesi a Los Angeles...
La lista dei posti che vuoi rivedere è lunghissima e la manciata di giorni che hai a disposizione potrebbe non essere sufficiente... non sarà sufficiente infatti per ritrovarli tutti. Ma in fondo sai che ti stai godendo ogni istante comunque e quello che non riuscirai a fare questa volta potrà magari diventare la scusa per tornare ancora... e ancora. 
San Francisco, Baker Street & Fulton Street
Questa città mi ha rubato il cuore, per sempre. Ora lo so, ne sono certa. 
Riesco anche a tornare alla Maison Jaune, solo al secondo tentativo pero', perché al primo, il dolore di aver perso quel luogo così caro mi ha sopraffatta e non sono riuscita neanche ad avvicinarmi. Ritrovo la mia casa bella come sempre ma è anche un po' distante. La ritrovo abitata da qualcun altro. La ritrovo con i nostri cognomi ancora scritti sul campanello ma non più sulla buca delle lettere. La ritrovo in parte diversa e in parte uguale. La ritrovo senza le chiavi che potrebbero restituirmi la mia vita lì dentro... e all'improvviso diventa chiaro che io, a San Francisco, ora sono solo un ospite. Un ospite innamorata, che ha fatto di questa città la sua seconda casa, ma che poi l'ha persa quella casa e ora deve fare i conti con questa amara verità. Mi sento un ospite ancora curiosa e desiderosa di vivere a pieno quei luoghi che mi mancano così tanto a Los Angeles. Un ospite felice di essere di nuovo a zonzo per la sua amata città. Ma pur sempre un ospite... E questo diventa particolarmente evidente quando rientriamo nelle case degli amici che ci hanno ospitati in questa breve vacanza, offrendoci un tetto accogliente sotto cui stare. Sono comunque spazi a me poco familiari e per quanto calorosi e attenti siano i nostri amici, io continuo a sentirmi un ospite qui. 
Realizzo che non so più dov'è la mia casa! Credevo fosse a San Francisco... e invece ora è chiaro che non è più lì. 
Mi prende a questo punto una profonda malinconia e mi sento completamente spaesata nel non sapere più a quale luogo io appartenga...
Decido di continuare a vivere questi giorni di vacanza con gli occhi innamorati di chi colleziona ricordi e immagini da portarsi via. E lo faccio con un misto di gioia e amarezza perché è meraviglioso essere tornata ma è terribile sentire di non appartenere più a San Francisco come un tempo. 
Ritrovo i miei ristoranti preferiti, il playground dove Tegolina ed io siamo cresciuti insieme, lui da bimbo ed io da mamma, e visito insieme a lui nuove parti della città e della East Bay, perché qui non si finisce mai di scoprire. Guido con piacere, ritrovandomi davanti viste mozzafiato sulla baia, con la luce accecante di un giorno nitido o con la luce che filtra attraverso la classica nebbiolina che sale dall'oceano. E' una sorpresa continua, pur nella familiarità di quei luoghi. "Quanto mi sei mancata San Francisco!" mi ritrovo a dire più e più volte.
Vedo correre Teg insieme alle sue amichette. Lo vedo crescere insieme a loro, giocare con intensità, brillare di felicità. E il mio cuore si riempie istante dopo istante... Nel frattempo io ho le chiacchiere con le amiche e le confessioni delle mamme che si barcamenano tra casa, bambini, lavori reali e potenziali. Si parla della difficoltà di far quadrare tutto e della fatica che si fa vivendo dall'altra parte del mondo senza aiuti a disposizione. Sottolineamo quanto sia bello essere di nuovo insieme e ritrovare l'aiuto l'una dell'altra!
E poi è di nuovo il tempo dei saluti, quel tempo che porta con sè la paura del distacco e la malinconia di un altro arrivederci detto sottovoce. Ci si abbraccia forte, con la promessa di rivedersi presto... e si va via, lanciando un ultimo sguardo a quel parco assolato che si è riempito di risatine a piedi nudi. 
Ciò che proprio non mi aspettavo è che una volta rientrata a Los Angeles, avrei aperto la porta de LA Villa e l'avrei trovata rassicurante e familiare. Non è ancora la mia casa, non la sento come tale dopo solo qualche mese qui, ma di certo qualcosa è cambiato dopo questo viaggio... qualcosa è scattato dentro. E la quiete di questa nuova casa, così grande e spaziosa, che forse prima mi inquietava un po', ora mi appare come un'oasi. Non è ancora del tutto mia o nostra ma lo sta diventando piano piano...

giovedì 16 marzo 2017

Lenticchia

Sei stata concepita a San Francisco a metà settembre e da allora hai continuato a crescere in me, che nel frattempo passavo attraverso la tempesta che un cambio di vita porta con sè. 
Silenziosamente prendevi il tuo posto nel mio ventre mentre eravamo occupati a prendere decisioni più grandi di noi. E tu te ne stavi lì tranquilla anche quando quelle decisioni diventavano scelte concrete che avevano conseguenze nella vita reale.
Hawaii, Isola di Maui - Lahaina Beach
Sei venuta con noi alle Hawaii e proprio sull'isola di Maui hai cominciato a far percepire la tua presenza, in modo lieve ma costante. All'improvviso anche tu sei diventata reale, più reale di qualunque ecografia che avessimo visto sino a quel momento. Sei diventata parte della nostra quotidianità quando la nostra vita stava dentro a tre valigie e il resto se ne stava parcheggiato in un container, da qualche parte tra il nord e il sud della California. 
Poi ti sei trasferita insieme a noi a Los Angeles e qui, nella città in cui nascerai a inizio giugno, hai cominciato a farti forte e a mostrarti sempre più presente, giorno dopo giorno. 
Con la morfologica mi hai mostrato chi sei. Decisa a non muoverti troppo anche quando venivi pungolata a farlo, te ne stavi ferma in diagonale nella mia pancia e mi facevi sorridere anche di fronte a quella dottoressa che non era affatto simpatica. In quella occasione ho visto bene per la prima volta il tuo profilo, i tuoi piedini, le tue gambette lunghe. E il mio amore per te si è fatto più grande... 
Onestamente faccio ancora fatica a credere che tu stia arrivando nella nostra vita, Lenticchia. Faccio fatica a credere che diventerò mamma per la seconda volta, di un altro meraviglioso essere umano. Faccio fatica a credere che diventeremo genitori di nuovo, che ripartiremo dall'allattamento, dai pannolini della taglia più piccola e dalle tutine di cotone. Faccio fatica a credere che Tegolina diventerà il tuo fratello maggiore e sai, avrai la fortuna di trovarti accanto un fratello davvero speciale... sono felice per te e sono felice per lui. Faccio fatica a immaginare la rivoluzione che avverrà in questa casa al tuo arrivo e lo confesso, mi fa anche un po' paura perché si tratta di un altro cambiamento significativo nella nostra vita in un anno in cui di cambiamenti grossi ne abbiamo affrontati tanti. Continuo a leggere tanto per capire come posso fare per vivere al meglio questo passaggio e per essere pronta a darti il meglio di me quando sarai tra le mie braccia. 
Nascerai a Los Angeles tu ma spero che tu possa portare dentro un po' di amore anche per San Francisco. Magari mi aiuterai tu ad innamorarmi di questa nuova città come Tegolina è riuscito a fare con San Francisco. Magari sarà proprio grazie a te che comincerò a scoprirla davvero e ad apprezzarla in tutte le sue diverse sfaccettature. O magari no... non voglio darti questo compito ingrato: magari spetta solo a me tutto questo ma di certo ti porterò con me in questa scoperta!
Ho perso il conto delle settimane che passano e all'improvviso mi sono resa conto di essere entrata oggi nel settimo mese
Non ho più tempo per contare le settimane di gravidanza, per lo yoga prenatale, per i workshop sulla maternità che hanno segnato le tappe importanti della mia prima gravidanza... il tempo corre veloce, troppo veloce. 
Quel che è certo, cara Lenticchia, è che noi ti aspettiamo in questa nuova casa ed io sono davvero curiosa di incontrarti di persona e di scoprirti per quella che sei e per quella che giorno dopo giorno diventerai... 
 

mercoledì 1 febbraio 2017

Cercare casa a Los Angeles

Italiani. Con figlio treenne al seguito, pure!
Di certo non siamo partiti granché avvantaggiati nella ricerca della casa quando siamo arrivati a Los Angeles! E non lo dico tanto per dire... 
Generalmente gli americani amano gli italiani, amano il cibo italiano, amano raccontare delle loro vacanze in Italia o del sogno di andare in vacanza in Italia, un giorno, quando capiterà il momento giusto. Pero' non è detto che questo giochi a nostro vantaggio nella ricerca di una casa da affittare perché gli italiani, specialmente se arrivano direttamente dall'Italia, non hanno una storia del credito americana che tanto interessa a chi affitta una casa. Anzi di solito gli italiani non sanno neanche che cosa sia la storia del credito quando arrivano qui! 
Del resto siamo degli immigrati, c'è poco da fare. Ci troviamo in un Paese straniero di cui non conosciamo le regole e prima di naturalizzarci, succede che con tali regole ci scontriamo/incontriamo prima di farle diventare nostre. Infatti adesso so che cos'è la storia del credito e lo so da quando sono approdata a San Francisco e da quando mi sono scontrata con la frustrazione di cercare casa senza averne una.
Ma diciamola tutta. 
Quando cerchi una casa in affitto in California, non basta che la casa ti piaccia. Bisogna anche che tu piaccia al padrone di casa che mette in affitto la sua dimora (sempre che tu abbia la fortuna di incontrare il padrone senza passare per un'agenzia immobiliare che filtra le domande senza pietà alcuna). 
Poniamo caso che nella ricerca trovi una casa che risponde ai tuoi bisogni. Essenzialmente devi fare domanda per questa casa ed essendo il mercato immobiliare estremamente competitivo al momento, la tua domanda si sommerà ad altre domande, di altri che come te stanno cercando. Ti vengono chiesti i dati anagrafici, il numero di inquilini previsti ma anche gli estremi del conto bancario (e spesso anche l'ultimo estratto) e i dati della/e carta/e di credito, se ne hai. Cosa vogliono sapere esattamente? Se hai i soldi in banca per pagare l'affitto; se hai una buona storia del credito americana che ti sei costruito nel tempo vivendo negli States e pagando puntualmente alla banca le spese della tua carta di credito o debiti vari, e se sei mai andato in rosso (cosa, credo bruttissima). Vogliono sapere anche dove hai vissuto prima e contatteranno i tuoi precedenti padroni di casa per sapere che persona sei. Vogliono sapere che lavoro fai, dove, per chi lavori e contatteranno il tuo capo e vorranno anche vedere il tuo contratto di lavoro. Vogliono avere i contatti dei tuoi amici più fidati e li chiameranno per sapere qualcosa in più su di te e sulla tua storia. Insomma, ti fanno un bello screening!
Noi di domande così ne abbiamo consegnate parecchie da quando siamo arrivati a Los Angeles all'inizio di gennaio e molte hanno ricevuto una risposta negativa. Tra i motivi per cui ci hanno respinti c'è spesso stato il bambino. Ebbene sì: preferiscono avere single o coppie senza figli nelle case in affitto nel quartiere nel quale cercavamo. Perché mai? Perché i bambini rovinano le case, si sa! :-/ Com'è possibile che possa essere considerata una pecca avere un bambino?? Vabbeh... non fatemi dire altro.
Non sapremo mai se oltre a questo ci sia stato altro... se il fatto di essere italiani di origine abbia mai avuto un peso nella nostra mancata considerazione pur avendo un'ottima storia del credito maturata a San Francisco. Di sicuro non è un momento felice per gli immigrati negli States! E per quanto simpatici possano risultare gli italiani, di certo rimaniamo degli immigrati qui.
LA villa
Così, rifiuto dopo rifiuto, ci è finalmente arrivata una prima offerta per una casa per la quale avevamo fatto domanda e poi un'altra offerta ancora, ma nessuna delle due ci convinceva sul serio... 
Sull'orlo della disperazione, dopo tre settimane passate tra una sistemazione temporanea e un'altra, con tutte le valigie, le piante, e i giochi al seguito, ci è capitato di vedere un'altra casa. Una casa molto bella, nel quartiere che ci piace, ma anche piuttosto costosa per quello che era il nostro budget previsto. LA villa è una casa singola, con un bello spazio esterno e soprattutto... con una cucina spaziale, con un'isola centrale, cosa che è sempre stata nei miei sogni!! 
Abbiamo fatto domanda senza pensarci troppo, senza tanto credere che potessero sceglierci e invece, a sorpresa, il proprietario ci ha scelti! 
A meno di una settimana di distanza da quella conferma, siamo entrati in questa casa e ancora faccio fatica a crederci! Sono arrivate le nostre cose da San Francisco e gli scatoloni sono ancora parcheggiati qua e là in ogni stanza ma abbiamo tanto spazio disponibile e siamo riusciti a renderlo vivibile pur avendo ancora tanto lavoro da fare. 
Ci abbiamo messo quasi un mese a trovare e ora non mi par vero di poter riporre le nostre cose in maniera definitiva nei cassetti e di poter cenare seduti attorno al nostro tavolo di casa in questo ambiente che, a dire la verità, ancora non sentiamo come "casa". 
In molti mi chiedono se mi piace Los Angeles, se sono felice di essere qui. E io non so bene che dire perché la verità è che ancora mi sento stordita dallo sradicamento da San Francisco, dalle settimane meravigliose alle Hawaii di cui vi racconterò presto e dal mese faticoso che è seguito. Sento nostalgia della Maison Jaune e di San Francisco, mi mancano il vento e l'aria fredda, mi mancano le amiche che ho lasciato lì. Onestamente non so ancora bene dove mi trovo, fisicamente e spiritualmente... Cerco di fare ogni giorno qualcosa che mi porti più avanti nell'adattamento ad una realtà che non conosco, che non mi è familiare, che mi fa ancora tanta paura e nel frattempo mi lascio coccolare dal sole che scalda queste giornate, quasi a volermi far scaldare il cuore un po' intirizzito. 
Cambiare città significa cambiare abitudini, liberarsi delle proprie sicurezze per lanciarsi alla scoperta dell'ignoto ed è un processo faticoso che richiede tempo e coraggio oltre che pazienza. Pazienza nel non pretendere che tutto avvenga qui e subito ma nel dare tempo al tempo, preoccupandosi solo dei piccoli passi che ogni giorno possono essere fatti... me lo ripeto a sfinimento: chissà che prima o poi io riesca a crederci sul serio! 

Fatto sta che intanto... HABEMUS DOMUM!
 

mercoledì 18 gennaio 2017

Lasciare San Francisco

Non è stato facile... anzi, direi che è stata una delle esperienze più difficili della mia vita. 
E' successo così, in un giorno qualunque della settimana: era il 15 dicembre pero', questo me lo ricordo bene. Un giorno segnato da una pioggia scrosciante che raramente ho visto a San Francisco nei 4 anni e mezzo in cui ho vissuto lì. 
Per me è stato un po' come essere protagonista di un film, drammatico e strappalacrime. 
Ci siamo chiusi il cancello alle spalle alla sera, con una macchina davanti, piena zeppa di valigie e dettagli di una vita intensamente vissuta nel nord della California. 
Abbiamo chiuso il cancello d'ingresso della Maison Jaune sapendo di non avere più le chiavi di casa, quelle chiavi che per anni ci hanno riempito le tasche permettendoci sempre di rientrare in un posto diventato casa, la nostra casa. 
E quando chiudi il cancello alle tue spalle così, sapendo che quella è l'ultima volta che lo farai e sapendo che hai lasciato dentro degli spazi per te così familiari ma che non rivedrai più, il tuo cuore piange lacrime amare, lacrime che quel giorno, nel buio, si sono mescolate alle gocce di pioggia che cadevano veloci sul cemento. 
Per me salutare la Maison Jaune è stato come dire addio ad una presenza reale, talmente cara a me da avere occupato uno spazio davvero importante nel mio cuore.  
E' stato come salutare una cara amica al suo funerale... E' stato doloroso dirle addio e salutarla sapendo che la prossima volta che la rivedrò, non saremo più le stesse, nè io nè lei. Ci siamo salutate sapendo che quello era proprio un addio e che da lì non si poteva più tornare indietro. 
So che la prossima volta che passerò di lì, la rivedrò sì, ma sarà a porte chiuse, sarà dalla strada... Non sarò più la sua inquilina: sarò una persona di passaggio che la guarderà da fuori, con le finestre e le porte chiuse e solo mentalmente potrò passare di nuovo attraverso tutte le sue stanze per ritrovare in esse tutti i ricordi, belli e brutti, che hanno accompagnato la mia vita lì dentro. 
Prima di uscire e di chiudere quella porta, abbiamo detto addio ad ognuna di quelle stanze. Che non erano mica tante, eh... Perché la Maison Jaune aveva all'ingresso un corridoio stretto, con i muri gialli e il pavimento di legno; un bagno finestrato, tinto di bianco e color acqua marina; una camera da letto, con parquet e muri gialli sui quali avevo applicato un ramo d'albero marrone e tanti uccellini in volo;
seguivano la sala, che poi è diventata la nostra camera da letto da quando è nato Teg; e una cucina bellissima, luminosa e ampia, con una bay window con una bella panca su cui potersi sedere ad ammirare dentro e fuori. Una cucina che è stato il motivo per cui abbiamo scelto quella casa! Una casa piccola ma graziosa, tenuta bene e curata nei dettagli. Una casa di cui mi sono innamorata a prima vista e ancora non so dire se sono stata io a scegliere lei o lei a scegliere me. 
Dire addio ad ognuna di queste stanze è stato doloroso a tal punto da diventare straziante. Per questo c'è stato un momento in cui, arrivata al limite, sono dovuta uscire: non ce la facevo più! Non ce la facevo più a vivere quella profonda tristezza che mi ha inondato il cuore nel dire addio a quei luoghi.
Mi è tornata alla memoria la casa dove abitavamo a Padova e l'addio che le ho dato, velocemente, quando di lì siamo usciti per venire in America. Allora non mi sono data il tempo di provare quella sofferenza perché era troppo dura da affrontare e ogni volta che siamo tornati in Italia, passando lì sotto, ho pianto. Piango di nostalgia forse? Piango di sicuro per tutti i ricordi che sono legati a quelle stanze; per il tempo trascorso lì dentro, che è stato prezioso ma che mi viene voglia di riscrivere per certi versi; piango per ciò che lì dentro è cominciato e finito. 
Con la Maison Jaune ho provato a restare in quel dolore fino a quando è stato per me sopportabile e spero che l'aver sentito quella tristezza profonda mi alleggerisca un po' della malinconia che so che verrà e che anzi mi sta già prendendo in questi primi giorni a Los Angeles.
Così, nella pioggia, ce ne siamo andati da San Francisco. 
Ce ne siamo andati dicendo addio ai posti più familiari, a quelli che per anni hanno distinto le nostre giornate: il parco giochi vicino casa, la scuola dove ho lavorato, l'asilo di Teg e il negozietto all'angolo dove prendevamo sempre la merenda, l'università dove passavo a prendere mio marito. 
Abbiamo salutato le salite e le discese di questa città che porto nel mio cuore ed è stato faticoso ma allo stesso tempo mi ha permesso di chiudere un cerchio ancora aperto e di riuscire a scrivere la parola fine ad un capitolo importante della mia vita, un capitolo intitolato "La mia vita a San Francisco".  
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