mercoledì 17 agosto 2016

Lavorare per una start up a San Francisco

"Cercasi storico o storico dell'arte di formazione che conosca bene San Francisco e che sia magari anche un city blogger" diceva quell'annuncio di lavoro trovato su una pagina Facebook. 
Eccomi qua! - pensai subito - e senza pensarci mandai il mio curriculum. Era un anno e mezzo fa... 
E fu così che ebbe inizio una delle avventure più tipicamente sanfranciscane che io abbia vissuto qui in città! 
Se infatti a Los Angeles il 90% delle persone sembra sia legata lavorativamente, in un modo o nell'altro, al mondo del cinema, a San Francisco il 90% delle persone pare sia invece parte del sistema della start up, sempre che non lavori in una grande azienda tipo Google, Facebook, Twitter o Adobe. Esagero, eh: ma sicuramente queste realtà rappresentano attualmente un aspetto molto distintivo della città. 
Ma cos'è successo allora dopo quel colloquio da Twitter?
Come ho raccontato dalle Amiche di Fuso feci il colloquio in questo posto pazzesco e fui presa da ricercatrice freelance per lavorare nel progetto di una start up chiamato StoryTrail. Si proponeva di creare una app per telefoni pensata per i turisti nelle grandi capitali mondiali. 
Perché in fondo a molti piace avere una guida che possa condurti alla scoperta dei luoghi più noti raccontandoti degli aneddoti e delle storie vere legate a quegli stessi posti. E allora perché non avere nel telefono una app che ti segnali i percorsi e le tappe più interessanti e ti parli di questi posti attraverso dei video concisi ma ricchi di informazioni? Sarebbe un po' come portarsi in tasca una persona che non devi nemmeno pagare troppo per guidarti alla scoperta dei luoghi più segreti e curiosi di città come Roma, Lisbona, New York, Los Angeles e San Francisco. 
Ecco, questa bellissima app sarà lanciata tra novembre e dicembre! Ma sul sito di Story Trail (www.storytrail.co/) sono già disponibili i video di Roma, se volete farvi un'idea! 
Il mio lavoro per questa start up mi ha permesso di capire come viene creata una app del genere e qual è il lavoro che sta dietro ad un progetto come questo.
In ognuna di queste capitali mondiali sono state selezionate 5 persone per condurre la ricerca, negli archivi e nelle biblioteche locali, di notizie inedite e curiosità relative a specifiche zone della città. Io ho potuto scegliere il quartiere italiano di San Francisco, chiamato North Beach.
Columbus Ave e Transamerica Pyramid
I dati ricavati dalla ricerca (80 pagine di testo per quanto riguarda la sottoscritta!) sono passati nelle mani di scrittori professionisti che hanno creato i testi che sono stati poi recitati da attori professionisti ripresi nei luoghi della città presenti nell'app. A proposito, le riprese a Roma e a New York sono finite da poco e presto verranno fatte anche a San Francisco e a Los Angeles! 
Si tratta quindi di un progetto ancora in fase di realizzazione ma che sin dall'inizio mi ha davvero preso il cuore. Per me, che per tanti anni ho fatto ricerca all'università, condividendo i risultati dei miei sforzi essenzialmente con la nicchia di esperti di storia dell'arte, è stato incredibile vedere come i miei dati della ricerca potessero costituire il punto di partenza per la realizzazione di un progetto scientifico ma rivolto ad un pubblico vasto. Conoscenza a servizio della società, ecco cos'è... e il tutto tramite l'innovazione. E la ricerca in ambito umanistico è diventata la chiave per creare tutto questo. Cioè, ci credete? Un mondo in cui la cultura conta ancora qualcosa e la storia viene vista come una possibile fonte di guadagno... Facile pensare immediatamente all'Italia che di queste app ne potrebbe produrre milioni per rendere fruttuoso economicamente quel patrimonio storico-artistico che invece soffoca sotto alla sua polvere [...].
Ma qui non si parla dell'Italia, si parla di San Francisco... e qui l'innovazione e la voglia di fare si respira nell'aria.
Golden Boy Pizza, 542 Green Street
Questa ricerca per le vie della Little Italy di San Francisco mi ha portato a scoprire la storia e i diversi strati di storia presenti in questo quartiere molto turistico della città, un quartiere che, per dirla tutta, non mi è mai piaciuto più di tanto perché ci ho sempre trovato solo quel "finto italiano" spacciato per vero da molti dei locali di questa zona.
Ho scoperto la vita di questa parte della città dai tempi delle tribù dei nativi d'America ai giorni nostri. Ho seguito l'evoluzione di strade ed edifici che ancora rappresentano dei punti di riferimento fondamentali per San Francisco, come la Transamerica Pyramid o la Coit Tower; e sono a venuta a conoscenza della storia di edifici scomparsi di cui rimangono le tracce nelle fonti storiche. Nelle pagine dei giornali ho ritrovato la storia di personaggi incredibili che hanno vissuto al tempo della celebre corsa all'oro californiana (1848-55), scoprendo che molte delle navi con cui arrivarono qui sono ancora sepolte sotto alla città. Ho seguito il percorso di personaggi che hanno fatto la storia di San Francisco, come Lawrence Ferlinghetti per la letteratura o Domingo Ghirardelli per il suo cioccolato. E ho letto con ammirazione di tante donne che hanno cambiato la storia di questa città, come Lilli Hitchcock Coit e Maya Angelou per citarne solo alcune. 
E improvvisamente questa parte della città ha cominciato ad avere un senso. Un senso che andava oltre le insegne in italiano dei ristoranti turistici. Ho ritrovato la storia in quelle strade che per me avevano il sapore del nuovo e che invece ora riconosco per la loro storia, breve ma intensa. 
Grace Marchant Garden, Filbert Street Steps
E' stato un incontro magico, filtrato attraverso le storie dei primi italiani approdati qui e il profumo dei fiori del rigoglioso giardino pubblico di Grace Marchant su Telegraph Hill.
La curiosità di saperne di più di queste vie, mi ha spinto anche ad andare oltre alla carta già stampata e a contattare storici e giornalisti impegnati per decenni nella ricerca sulla storia di San Francisco ma anche artisti contemporanei. 
BILL WEBER "Jazz Mural", 606 Broadway Street









Ho intervistato per esempio Bill Weber, al quale la città deve diversi murales e anche quello che occupa due facciate di un edificio al confine tra North Beach e China Town (billwebermuralist.com). In questa intervista telefonica in particolare mi è sembrato che la storia fosse lì tra le mie mani... era diventata reale e toccava a me trascriverla. E' stato come fare giornalismo vero, trovando risposte immediate a tutte le mie domande curiose e scoprendo l'altro lato della medaglia, quello dell'artista che produce arte contemporanea in una città come San Francisco.  
Per tutti questi motivi, lavorare per una start up è stata per me un'esperienza incredibile! Un'esperienza che non è stata ricca in termini monetari, perché si trattava di un lavoro temporaneo e mal pagato in rapporto al carico di lavoro effettivo, ma che sicuramente mi ha dato molto... facendomi cambiare idea su North Beach e rendendo il mio passatempo da blogger una vera professione nella quale ricerca e scrittura si fondono insieme per produrre informazione. 

martedì 9 agosto 2016

Voci italiane a San Francisco # 17

C'era una volta una famiglia formata da mamma e papà, due ragazze e due bambini. Vivevano in Sicilia e tutta la loro vita era lì, a Gela. Ma un giorno si presentò l'occasione di fare le valigie e attraversare l'Oceano per ricominciare in California. Lo faranno? Eccovi qui la loro storia, raccontata da Stefania, nella consueta rubrica "Voci italiane a San Francisco". 

Volete presentarvi brevemente? Come siete arrivati in California? 
Brevemente… insomma tieni conto che siamo in 6…
Tutta la famiglia allo Yosemite National Park
Claudio, mio marito, ingegnere elettronico, lavora per una multinazionale che opera nel campo dei semiconduttori. Siciliano con la passione per hiking e passeggiate all’aria aperta. Stefania, giornalista, ho lavorato per diverse testate giornalistiche siciliane e (malgrado i 10 mila km di distanza) sono direttore responsabile di un quotidiano online. E poi ci sono i nostri figli Chiara di 13 anni, tra pochi giorni inizia il suo primo anno di high school, ama leggere e sogna di fare la scrittrice. Flavia, 10 anni, anche per lei tra qualche giorno nuova avventura alla middle school, adora il basket, ma da grande vuole fare l’ingegnere elettronico come papà. Gabriele, 5 anni frequenterà il kindergarten. La sua passione sono i mattoncini Lego e anche se è presto per parlare del suo futuro lavorativo sostiene che anche lui vorrà seguire le orme del papà. E infine Stefano 2 anni, il piccolo terremoto di casa. Super coccolato dalle sorelle. La sua passione sono i cartoni animati "Little Einstein".
In California ci siamo arrivati tramite il lavoro di mio marito. L’azienda per la quale lavorava a Catania e che ha sede anche nella Bay Area ha attivato il programma “grow your career”. All’inizio sembrava uno scherzo, ma poi abbiamo cominciato a pensare seriamente all'opportunità di dare ai nostri figli la possibilità di vivere questa esperienza. Imparare una nuova lingua e conoscere “L’altra parte del Mondo”. E così abbiamo fatto armi e bagagli e siamo partiti.

 
Qual è stata la reazione vostra e dei vostri figli alla possibilità di emigrare negli States? 
Beh inizialmente solo la grande ha mostrato entusiasmo. Lei è sempre stata esterofila. Il mondo in cui viveva le è sempre stato stretto. Flavia, invece, la seconda non ne voleva sapere. Solo a sentirne parlare scoppiava in lacrime. Non so cosa sia successo poi e cosa improvvisamente l’abbia convinta... forse l’idea di non avere più tutto quel carico di homework, chissà… ma ad un tratto anche lei ha cominciato a dire partiamo e oggi non vorrebbe più tornare indietro. I due più piccoli non credo si siano resi conto di come avevamo deciso di stravolgere la loro vita, ma sono sereni, sorridenti e quindi penso che non abbiano risentito tanto del trauma.  

Che cosa offre la California ad una giovane famiglia italiana?
La possibilità di incontrare diverse culture, la possibilità di reinventarsi come persona e anche come famiglia. Molto rispetto per i bambini e per le loro esigenze e, cosa da non sottovalutare, la possibilità di vivere molto all’aria aperta, tra playground di ogni genere e dimensione e parchi dove poter fare lunghe camminate: non si corre assolutamente il rischio di annoiarsi! Altra nota positiva il basso costo del carburante (al contrario, ahimè di frutta e verdura) che invoglia a salire in macchina e partire in esplorazione. 

Quali sono state le difficoltà e quali i vantaggi di questo trasferimento per voi e per i vostri figli?
Difficoltà tante, soprattutto all’inizio: una lingua nuova, una burocrazia nuova. Ricordo di aver vissuto come un incubo l’iscrizione dei miei figli a scuola, tra visite mediche, vaccini e documenti da compilare. Trovavo assurdo che per iscrivere i bambini a scuola dovessi presentare il contratto di affitto della casa o piuttosto il contratto dell’energia elettrica. Anche fare la spesa al supermercato era diventata un muro insormontabile…. pochissimi prodotti italiani, prezzi altissimi. Uno dei miei passatempi preferiti in Italia era diventato, qui, un incubo.
Ma non solo cose negative. Intanto la lingua: i miei figli, a distanza di un anno, parlano inglese; il clima fantastico (molto simile al nostro clima siciliano) che ci ha dato la possibilità di andare molto in giro. Le domeniche da tv e divano sono diventate un lontano ricordo ormai. L’ordine e i servizi che in Italia ci sognavamo di avere qui sono la quotidianità. E poi la possibilità di conoscere nuovi amici, italiani come noi, con i quali passiamo tutto il nostro tempo libero. In Italia con il lavoro senza orari che avevo mi sognavo di poter fare un pic nic durante la settimana o di portare i miei figli al parco o in piscina. Ero sempre con l’orologio in mano a correre da una parte all’altra. Ora invece sono più rilassata e i miei figli con me… devo dire che apprezzano molto questa nuova dimensione di famiglia.
 


Bilinguismo e bambini. Come hanno reagito i vostri figli al primo incontro con la lingua e la cultura americana?

Qui dobbiamo fare delle distinzioni e andare per gradi. Chiara, la grande non ha avuto grosse difficoltà, forte dei suoi cinque anni di corsi Cambridge che aveva fatto in Italia, con un’ottima insegnate madre lingua americana che le ha dato ottime basi per affrontare il suo primo impatto con la lingua. La sua unica difficoltà a scuola è stata l'educazione fisica. Flavia è quella che ha avuto più problemi. Ricordo come un incubo le prime lezioni. La maestra parlava americano, leggeva una narrativa sulla quale i bambini dovevano rispondere a delle domande, ma lei non capiva nulla. “Non ci capisco niente – mi diceva – riportami a casa…”.  Per fortuna un lavoro di squadra tra la maestra a scuola, io a casa e la sua caparbietà hanno cambiato in breve tempo la situazione e al ritorno dalle vacanze di Natale iniziò a parlare americano. Gabriele, il cinquenne, non conosceva una sola parola in inglese e quando provavo a insegnargli qualcosa mi urlava “Smettila!”. L’asilo è stato la mia e la sua salvezza. E adesso anche lui parla americano e corregge pure la mia pessima pronuncia. Stefano non ha ancora avuto un rapporto vero e proprio con la lingua. Suo fratello parla in inglese quando gioca e lui lo imita e ogni tanto mi chiede “Can you open the door?”. 

Quando siete arrivati qui, che cosa vi ha stupiti maggiormente di San Francisco? Raccontateci 5 culture shocks relativi alla città. 

Sarà banale, ma la cosa che mi ha stupito di più è stato il clima; un cielo azzurro e assolato accompagnato ad un freddo gelido, in agosto, non me lo sarei mai aspettata. Vedere dalla macchina gente con i cappotti invernali mi ha fatto rimanere a bocca aperta, li consideravo folli, ma appena ho messo piede fuori dalla macchina…. Dio solo sa quanto avrei desiderato di avere uno di quei cappotti!
Il cibo, questo sconosciuto: vedere tutte quelle bancarelle di hot dog o di sea food con i granchi enormi messi in vetrina, quei pentoloni messi lì a bollire (quasi effetto vuccirìa di Palermo), beh devo dire che mi ha scioccato non poco. Ho dovuto aspettare un anno prima di convincermi ad assaggiare qualcosa del genere e solo per cause di forza maggiore (nei ristoranti c’erano tempi d’attesa di 2 ore). I gabbiani furbi ladri di cibo… si presentano davanti al turista con il vassoio in mano, lo spaventano, tanto da fargli cadere il cibo a terra e poterlo così mangiare loro.
Claudio e il cable car
Altro culture shock è stato il cable car. Mai avrei immaginato la modernissima e tecnologica America che usa ancora un antico sistema di locomozione per muoversi tra le ripide salite e discese di San Francisco.
E infine il rispetto dell’altro, anche nel fare una fila. Mai nessuno che tenta di superarti e le file si muovono sempre in maniera ordinata. Abbiamo vissuto questa esperienza per la free admission all’Academy of Science, lo scorso mese di giugno. Quando siamo arrivati stavamo per decidere di rinunciare vista la fila chilometrica. Ed invece era molto scorrevole e soprattutto, lo sottolineo ancora una volta, ordinata.
Posso aggiungerne un altro? Le scale anticendio nei balconi degli antichi palazzi. Fino a quel momento le avevo viste solo nei film!
 

 
Che impressione vi ha fatto San Francisco? Amore a prima vista oppure no? 
Diciamo che San Francisco è una città che lascia a bocca aperta. Forse ci aspettavamo più grattacieli e invece ci siamo ritrovati in una città con qualche grattacielo e splendide case in stile vittoriano. Ogni angolo di San Francisco è una sorpresa e stupisce per la sua particolarità. Lo potremmo definire amore a prima vista se non fosse per la nota dolente del clima. 
Al Fisherman's Wharf
Un'isola felice in città? 
Difficile rispondere a questa domanda, anche perché siamo coscienti del fatto che non conosciamo tutta San Francisco. D’istinto diremmo il Fisherman’s Wharf, forse perché ci ricorda i lungomare italiani. 
 
Un cibo che avete scoperto qui e di cui vi siete appassionati? 
Decisamente il clam chowder, una zuppa di granchio che viene servita all'interno di una capiente pagnotta.  E’ stato il primo cibo che ho assaggiato a San Francisco e ne approfitto per mangiarlo tutte le volte che ci torniamo. 
 
Che cosa vi manca di più dell'Italia? 
Da dove comincio l’elenco? Il cibo sicuramente. Noi viviamo a San Jose e qui ci sono pochissimi prodotti italiani e quando si trova qualcosa è una festa. Il mare, inteso come luogo dove poter  fare il bagno senza rischiare il congelamento. Noi vivevamo in una città di mare e vedevamo quella meravigliosa distesa azzurra dalla finestra di casa nostra. Gli odori, i sapori tipici dei paesini italiani. Il calore della gente, la vicina di casa che ti saluta la mattina appena fuori dal portone di casa, una breve chiacchiera, un breve saluto e quell’immancabile “Dio ti benedica”. E poi naturalmente gli affetti: la famiglia, gli amici e, lasciatemelo dire, il mio lavoro in radio. 
 
Che cosa vi aspettate di guadagnare da questa permanenza in California?  
Tanta esperienza per noi e per i nostri figli, arricchire il nostro bagaglio culturale, imparare bene, speriamo, l’inglese e continuare a coltivare lo splendido legame che siamo riusciti a stringere qui con i nostri nuovi amici. Mai incontrati prima di arrivare qui e che in breve tempo ci siamo strasformati in una grande famiglia.    

Ecco quindi come una giovane famiglia italiana decide di fare armi e bagagli per regalarsi un'esperienza che offrirà a tutti tante nuove sfide ma anche tante grandi soddisfazioni. 
Ringrazio Stefania per averci raccontato la storia della sua famiglia! E ringrazio Claudio che si è fatto conoscere virtualmente da assiduo lettore di questo blog e della pagina facebook e mi ha permesso così di venire a conoscenza della sua avventura californiana!
Ci risentiamo a settembre per la prossima voce italiana a San Francisco!

giovedì 4 agosto 2016

Ultimi giorni a San Francisco

Sì, avete letto bene: sto per lasciare San Francisco, è una questione di un paio di mesi ormai... si parla della fine di settembre. 
E lo so da un po' ma in questi mesi non sono riuscita a trovare il coraggio di dirlo, di scrivere a penna, virtualmente, nero su bianco che me ne sto andando. Non lo volevo dire a voi perché non riuscivo a dirlo a me per prima... ma questo è il nuovo, grande cambiamento di cui siamo protagonisti! 
E ora, che lo sto guardando dritto negli occhi questo futuro che mi aspetta, sento che ho il coraggio di gridare che sto lasciando San Francisco.
Lascio questa meravigliosa città che amo e odio con tutta me stessa, che mi ha dato tanto e mi ha tolto tanto, che mi ha spinto oltre i miei limiti per farmi scoprire tutto quel coraggio che, vi confesso, non sapevo di avere... 
Lascio qui un pezzo del mio cuore, il pezzo più prezioso, quello che qui ha visto nascere una nuova me, quella donna che è stata disposta  a pagare sulla sua pelle il prezzo di un espatrio intercontinentale, quella che nei sogni ci ha creduto e ci crede ancora e per davvero, quella che ha visto qui nascere la sua famiglia, quella stessa donna che qui ha potuto incontrare suo figlio in una sala operatoria di un ospedale americano... 
"I left my heart in San Francisco" dice quella celebre canzone ed io in questi ultimi mesi ho pensato che a San Francisco avrei lasciato inevitabilmente un pezzo di me stessa. 
Ma ora credo che sarò io a portarmi via un pezzo grosso di questa città: il pezzo che mi ha fatto scoprire lo yoga, l'agopuntura, le nuove amicizie tra mamme trentenni, oltre alla parte più nascosta di me... Non voglio lasciare qui tutto questo, voglio portarlo via e portarlo con me dove andrò a costruire un altro capitolo della mia vita. E sento che San Francisco è d'accordo ed è disposta a vedermi portare via tutto quello che qui sento di aver conquistato e fatto mio.
Lascio quindi la Maison Jaune
Lascio San Francisco. 
Ma non lascio la California. 
Migriamo verso sud, come fanno le balene di cui tante volte vi ho parlato, per ricominciare la nostra vita a Los Angeles. Una vita che mi vedrà tornare all'università, da ricercatrice post doc in storia dell'arte, beata in mezzo ai miei tanto amati libri medievali miniati!!
E che ne sarà allora di questo blog? 
E' nato come un diario aperto quattro anni e mezzo fa, come una finestra aperta su San Francisco e per questo non lo voglio chiudere. Vorrei rimanesse nel web, disponibile a tutti coloro che, volontariamente o involontariamente, capitano qui tra i miei scritti. Magari può ancora tornare utile a qualcuno, penso. Di certo scriverò ancora dei post prima della nostra partenza e questa è una promessa.
E poi che succederà?
Succederà che la nostra vita si sposterà a Los Angeles e sarà come ricominciare da capo in una città che ho visitato più volte in questi anni ma che ogni volta mi ha lasciata con la stessa impressione. Mi sembra sempre una città senz'anima, che ancora non è riuscita a lasciare il segno in me. Una città immensa, fatta di tante città diverse, un mix in cui non mi sono ancora riuscita a raccapezzare. 
Mi rendo anche conto che in qualche modo Los Angeles parte svantaggiata perché ai miei occhi - e forse nel mio cuore più che altro - compete con San Francisco... e sapete già quanto io ami quest'ultima! Certo è (e questo l'ho imparato dal confronto tra l'Italia e la California) che per abbandonarsi tra le braccia di un nuovo possibile amore, che senso ha il confronto? [...]
Ora vorrei solo riuscire a salutare San Francisco vivendo tutta, ma proprio tutta la tristezza che provo nel partire; per questo vorrei riuscire a dirle addio con le lacrime agli occhi, ma sapendo che l'ho vissuta intensamente e con tutta l'energia che potevo avere per scoprirla e riscoprirla giorno dopo giorno. 
Sono stati 4 anni e mezzo intensi quelli che ho vissuto qui e sento ancora che potrei non smettere mai di scoprire questa città, di vederne nuovi angoli e sfumature. Credo sia proprio nella natura di questo luogo svelarsi e rivelarsi continuamente... So di non poter mettere fine a queste scoperte e per questo posso andare via con la certezza che a San Francisco mi sono lasciata qualcosa da vedere per il mio prossimo ritorno. Perché non posso pensare di lasciarla per sempre... non ce la faccio proprio a credere che questo sia un addio... ma posso lasciarla pensando che non è poi così lontana da Los Angeles e sarà perfetto ritrovarla per un lungo weekend. Posso salutarla sapendo che ci tornerò e con lei manterrò un legame lungo e duraturo... coltivando a distanza questo amore nel mio giardino del cuore. 
 

giovedì 21 luglio 2016

Il mio grosso grasso matrimonio... californiano!

Gli americani non si inventano nulla nei film! Quello che accade sullo schermo è ciò che accade per davvero nella vita reale. 
Questo, a dire la verità, lo sapevo già, ma quello che invece ancora non sapevo è che la stessa regola vale anche per i matrimoni. Ebbene sì, anche in questo caso quello che si vede al cinema è quello che succede veramente ai matrimoni. 
Ma che ne sapevo io che ad un matrimonio americano ancora non ci ero mai stata? Come avrei mai potuto immaginare che il matrimonio da copertina, quello... per dire... di Brooke e Ridge al loro ventesimo tentativo di ricongiungimento fosse proprio quello che gli americani bramano di avere? 

Siamo a Carmel Valley, in un ranch a due ore e mezza d'auto da San Francisco, tra le colline dell'entroterra di Monterey. 
Siamo al matrimonio di un collega di mio marito, biologo universitario anche lui, che sposa una ragazza, avvocato da Twitter.
Parcheggiamo l'auto appena e veniamo accompagnati alla corte centrale da una macchinina elettrica che ha il compito di scortare gli ospiti a destinazione. 
Attraversiamo la tenuta passando vicino ad un bel laghetto. Sorry, ma non riesco a scattare foto perché la gonna del mio vestito turchese sta svolazzando alla Marilyn e non voglio rischiare di mostrare le mutande a tutti i presenti, ovvero al capo di mio marito che è seduto dietro.
La cerimonia è già cominciata da qualche minuto quando arriviamo così ci infiltriamo silenziosi tra il pubblico. 
Un tappeto erboso perfetto simula un vero prato all'inglese; le sedie e gli ospiti si susseguono sotto grandi parasole bianchi che proteggono dal caldo sole californiano che, come sempre, non s'è fatto desiderare.
E' un'immagine perfetta quella che ho davanti: gli sposi sono in piedi, sotto ad un baldacchino velato che sta sopra ad un palco affacciato sulle colline coperte di vigneti. Non c'è nulla che potrei voler cambiare... 
Il silenzio. 
Le promesse d'amore. 
La tradizione ebraica e quella cristiana che si uniscono per celebrare l'amore, e l'amore soltanto. 
Noto le leggiadre tende del baldacchino che si muovono nel vento senza tuttavia disturbare la cerimonia: sono tenute ferme alla base da una serie di rose, finte e belle pesanti evidentemente, ma che dalla prima fila sembrano solamente rose. 
Una donna dalla lunga veste bianca celebra il rituale e comincia il suo discorso parlando di come gli sposi si siano incontrati qualche anno fa grazie ad un sito online dedicato al dating
Dal lato della sposa, stanno la testimone e 5 damigelle, tutte in abito rosa, lungo e ognuna con un bouquet di fiori bianchi e rosa; dal lato dello sposo, i due testimoni e 4 paggi, tutti in abito nero da cerimonia. 
Lo sposo rompe col piede il bicchiere secondo la tradizione ebraica e la cerimonia si conclude trenta minuti dopo il suo inizio. 
La coppia scende dal palco, attraversa il prato seguita dalle damigelle e dai paggi e tutti insieme si allontanano per le fotografie.
E ciao. 
Se ne vanno... 
A questo punto a noi non resta che dissetarci con limonata e thé freddo disposti proprio alla fine del prato. Neanche il tempo di pensare che avevo sete e già vengo dissetata! 
Mentre ci fermiamo a parlare con altri colleghi di mio marito il bellissimo baldacchino svolazzante viene smantellato e le sedie portate via, tutte. 
Ma come? 
Era proprio un palco effimero allora? 
Un setting cinematografico praticamente...  che ora evidentemente non serve più.  
Procediamo verso il rinfresco che prevede una montagna di ostriche fresche e qualche altro minuto ma delizioso assaggino di pesce. Il bar è pronto a preparare cocktails di qualunque genere. Ci si mette in fila, in attesa di un drink. Si parla e si beve. Ed è un po' questa la chiave del matrimonio californiano, a suon di alcohol e chiacchiere.
I tacchi fanno male, come a tutti i matrimoni, ma lo champagne aiuta a risollevare l'animo. E fortunatamente ci si muove di poco attraverso la tenuta. 
Per gli assaggi di formaggi passiamo ad una piccola corte murata che offre un po' più d'ombra. Non ci sono i piatti quindi parte un rondò di tovagliolini di carta che scivolano da una mano all'altra nel tentativo di caricarsi di quanti più tipi di formaggio possano reggere. Formaggio che, logicamente, cade a catinelle. E come fare, del resto, a reggere su una mano i formaggi sul tovagliolo di carta svolazzante e sull'altra il preziosissimo bicchiere di vino? 
Ad ogni modo il cibo è delizioso. Si mangia, si beve e si parla, ma di parole io ne capisco circa un decimo. Sarà stato il mese in Italia che mi ha fatto dimenticare l'americano, sarà lo champagne che è entrato in circolo, sarà che questi americani sono pure irlandesi d'origine... fatto sta che le conversazioni si fanno difficili per me e faccio fatica a seguirle.  
Poi finalmente ci accomodiamo nella corte centrale dove sono stati disposti i tavoli per il pranzo (e le sedie riciclate dalla cerimonia iniziale). 
E' tutto bellissimo! E sembra ancora di essere su un set cinematografico, vuoi per le tavolate lunghissime e per i fiori a profusione, vuoi per la luce del tramonto che ancora una volta diventa protagonista qui in California. 
Comincia il pranzo. 
Finisce il pranzo. 
Ma come? 
Così è andata, giuro. 
E' arrivata un'insalata agrodolce. 
E' arrivato il piatto unico di pesce, scelto quando avevamo ricevuto l'invito al matrimonio. 
Ed è finito il pranzo. 
Belli voi che come noi avete in mente il matrimonio all'italiana, quello che sembra non finire mai, quello che ti fa pregare che l'arrosto sia l'ultimo secondo che arriverà, quello che devi sbottonarti un po' il vestito se vuoi continuare a respirare con regolarità, quello che alla fine non riesci più a camminare da solo e decidi che è meglio rotolare fino a casa. 
BELLI VOI! 
Qui siamo in California e quando s'è mangiata un'insalata e un piatto unico con un po' di risotto, due verdurine grigliate e un pezzo di salmone, si è a posto... poveri noi che non avevamo neanche pranzato apposta! 
A distrarci dalla fame pero' vengono i discorsi del testimone dello sposo, l'amico di sempre, che accenna soltanto alle ragazzate che lo ha visto protagonista con lo sposo e che finisce ugualmente col far ridere tutti. Poi invita ad alzare i bicchieri per il brindisi. 
Segue il discorso della mamma della sposa che è cominciato con un "Ti ricordo bambina..." ed è finito con un fiume di lacrime per tutti ma soprattutto per me che singhiozzavo immaginando quello che dirò tra 20 anni al matrimonio di Tegolina. Brindiamo vah! Poi arriva anche il discorso del papà dello sposo. E giù di nuovo a piangere prima dell'altro brindisi e a questo punto piange mio marito immaginando quello che dirà tra 20 anni al matrimonio di Tegolina
Per riprendersi da sì tanta commozione ci si dà alle danze. Balli sfrenati sotto ad un tendone addobbato a festa, con tante lucine bianche appese sul soffitto. 
All'ingresso del tendone, un pensiero per gli ospiti: stole e infradito per tutti! Geniale a questo punto della festa, quando il sole è calato e si comincia ad avere freddo e i tacchi... beh, quelli facevano male da un bel po' ormai!
A questo punto si balla con più voglia. C'è chi gioca al lancio del ferro di cavallo poco più in là e c'è chi si gode il calduccio di due fuochi accesi all'aperto, approfittando di tutto il necessario messo a disposizione per prepararsi gli s'mores
E nel frattempo la torta è lì che aspetta sul tavolo, pronta per essere tagliata... Devo ammettere che il fatidico taglio della torta ce lo siamo persi. Non so se perché è stato troppo corto (e anche meno pubblicizzato di quanto lo sarebbe stato ad un matrimonio all'italiana) o se perché noi eravamo troppo presi dal lancio del ferro di cavallo. Fatto sta che la torta poi ce la siamo mangiata e, nonostante la disgustosa copertura burro-zuccherina, era proprio buona. Rosa ma buona.
E' seguito il gelato che secondo tradizione americana deve essere accompagnato da una profusione di smarties, nocciole, noccioline, Oreo cookies, cioccolatini al burro di arachide e caramello/cioccolato fuso. 
Il freddo cala sulla Carmel Valley, le stole non bastano più e ci si rifugia quindi sotto ai funghi accesi. Si chiacchiera ancora sorseggiando dell'acqua a questo punto... e alle 10 in punto la festa finisce. Del resto l'invito diceva così. E di sorprese non ce ne sono state: alle 10 in punto la musica s'è spenta e la festa è finita. 
Tutti si mettono in fila per il saluto agli sposi e poi la corsa finale verso il parcheggio sulla macchina elettrica. 
E poi dritti alla casa presa in affitto dove Tegolina "ci aspettava" dormiente insieme ai nostri amici venuti apposta da San Francisco per badare al nostro pupo. Sì perché al matrimonio, non ve l'ho detto, i bambini non erano previsti. 
Insomma, questo primo matrimonio californiano mi è piaciuto e mi ha fatto riflettere un po'... 
Mi piace l'idea del matrimonio misto nel quale due persone, di due diverse religioni, si uniscono in matrimonio rispettando ognuno il credo dell'altro e celebrando nella loro unione anche le loro diverse culture e tradizioni. 
Gli ospiti in generale mi sono sembrati molto più interessati alla cerimonia e allo scambio di idee che al cibo e questo mi è sembrato bello, molto. I discorsi non ruotavano attorno alle portate ma erano incentrati sulla vita, il lavoro, i viaggi, le vacanze, gli interessi di ognuno... E in fondo non siamo nemmeno morti di fame nonostante il numero ridotto di portate ed è stato evidente che il motivo per cui eravamo lì non fosse affatto legato a ciò che stavamo mangiando... Anche il ritmo della festa per questo è stato diverso, molto più dinamico, scandito dal susseguirsi degli eventi, più che dal numero infinito di portate. 
Mi è dispiaciuto un po' per la mancanza di bambini ma amiche italiane mi dicono che ora va di moda anche in Italia!  
Comunque, dovessi risposarmi... vorrei anch'io una cerimonia all'aperto, con una vista spettacolare, magari di fronte all'oceano! Proprio come Brooke e Ridge potrebbero voler fare ancora una volta! =) 
  

lunedì 23 maggio 2016

Non sono tutte rose e fiori # 5

Dico sempre che San Francisco è una città bella e maledetta. 
Bella perché, ai miei occhi, è una città splendida, distinta da una bellezza tutta sua e di certo non paragonabile a quella di nessun'altra città che io abbia visto sinora, negli Stati Uniti e in Europa. 
1825-1827 McAllister Street, San Francisco
Maledetta perché, come già raccontava la voce italiana di Stefania, è una città in cui si vive davvero bene solo se si fanno TANTI soldi. 
Questo è un post che volevo scrivere da tanto e che scrivo ora, sull'onda di quanto è stato detto nell'ultima intervista delle "Voci italiane a San Francisco".
Gli affitti sono molto cari, più cari che in qualunque città degli Stati Uniti. E da quando siamo arrivati qui noi, quattro anni fa, non hanno fatto che continuare a crescere a dismisura...
Ci hanno ripetuto milioni di volte che noi siamo stati proprio sfortunati ad arrivare a San Francisco in un momento in cui il mercato delle case era impazzito a causa del successo di aziende imponenti come quelle di Facebook e Google, che hanno richiamato in città gente da tutto il mondo. Gente che, non sapendo quanto a lungo lavorerà qui, non mostra interesse alcuno nel comprare casa, ma può tranquillamente permettersi di pagare uno stipendio di 8000-10000$ al mese. 
Siamo stati sfortunati allora, ma dopo quattro anni il costo degli affitti continua a crescere e la situazione non è affatto migliorata. 
Nel 2012 girammo per due mesi interi prima di trovare la Maison Jaune, facendo domanda per non so quante case in affitto. 
Non so contare le volte in cui ci siamo messi in lista d'attesa per affittare un appartamento senza essere presi in considerazione! Noi che di stipendio ne avevamo solo uno all'epoca e di certo non potevamo competere con qualcuno che lavora per Facebook. Così ci trovavamo contro con chi, nella trattativa, poteva permettersi di alzare il prezzo, pagando anche 500 o 1000 dollari in più al mese rispetto al prezzo iniziale.
Ancora oggi ci baciamo le mani per aver trovato un piccolo ma bellissimo appartamento con una sola camera da letto che paghiamo SOLO 2900$ al mese. Sono tanti soldi... anche per una famiglia con due stipendi. Eppure per noi è stato proprio un colpo di fortuna perché di case così, a questi soldi, non se ne trovavano allora visto anche che non avevamo alcuna storia del credito negli States! 
E pensate che l'appartamento accanto al nostro, che è un po' più grande e un po' più bello, è stato affittato a 4100$ qualche mese fa. 
Se poi si volessero guardare le case più grandi, con due camere da letto, ci si troverebbe davanti a prezzi ancora più spaventosi.
Col mio stipendio da maestra riesco a coprire tutto l'affitto e mi avanza qualcosa per pagare IN PARTE l'asilo di mio figlio, che è l'altra spesa grossa del mese. 
Di asilo paghiamo infatti 1800$ e anche in questo caso, ci è andata bene. Di asili pubblici disponibili quando se ne ha bisogno non ce ne sono e volendo cercare una scuola materna, così come la chiamiamo in Italia, con una filosofia alle spalle, avremmo speso dai 2200$ in su. Addio filosofia allora... Ci siamo accontentati, scegliendo un asilo che ci sembrava sufficientemente buono e che, alla fine dei conti, è risultato tale. Certo, avendo una maggiore disponibilità economica, probabilmente avremmo optato per qualcosa di meglio.
Poi ci sono le spese per il cibo. Più o meno 200$ a settimana per la spesa al supermercato e 100$ per la spesa settimanale della frutta e della verdura al farmers' market
Aggiungeteci le spese dell'auto, annuali e mensili (assicurazione, benzina, bollo...) e quelle mensili delle bollette, che tuttavia non sono molto care visto che l'acqua e la spazzatura sono comprese nell'affitto e la luce arriva ai 100$ solo d'inverno, quando usiamo le ventole per il riscaldamento nel mese di dicembre.
Per farla breve: le spese sono tante e San Francisco, per quanto bella sia, non è una città propriamente economica. E noi lo abbiamo scoperto a nostre spese! 
E' una città in cui si vive bene e ci si può permettere di scegliere (la casa, l'asilo, i viaggi...) con due stipendi grossi provenienti dal mondo della Tech. Altrimenti, si lavora tanto e si va a pari con le spese. Le scelte nella vita quotidiana sono condizionate dal pensiero dei soldi, cosa che a me è risultata completamente nuova, venendo dall'Italia e da una condizione economica in cui si arrivava a fine mese tranquillamente con due stipendi universitari, senza tanto badare al conto in banca nei suoi dettagli. 
Qui ho dovuto imparare a tenere d'occhio il portafoglio e a prendere in considerazione seriamente il flusso del denaro in entrata e in uscita. E ho dovuto imparare a leggere oltre il carattere accattivante di un'attività (una classe di musica con mio figlio, la ginnastica...) o di un oggetto per guardarne il prezzo. Una cosa strana, che non ero abituata a fare, ma che mi sa di un pragmatismo che prima non avevo e che adesso è diventato parte della mia vita e di me!

venerdì 13 maggio 2016

Voci italiane a San Francisco # 16

Torna oggi la rubrica "Voci italiane a San Francisco" con un po' di ritardo rispetto al solito. Mi scuso per questo ma vi assicuro che di aspettare ne è valsa proprio la pena, perché quella che vi presento è proprio una bella intervista. 
La voce italiana che ascolterete è quella di Stefania che ci racconterà della sua vita in California e della sua visione di San Francisco. Dice tante cose vere su questa città, cose che ai miei occhi rendono questa città bella e maledetta, come dico sempre. Ma non voglio dilungarmi oltre: eccola qui allora la nostra nuova voce italiana da San Francisco!

Stefania, ti puoi presentare brevemente? Come sei arrivata in questa parte di mondo?
L'amore è folle, si sa. A 40 anni lo è di più e mi ha fatto innamorare di un americano (anzi, un italo-newyorchese, come dice lui) che viveva dall'altra parte dell'oceano. Dopo tre anni di romantico pendolarismo lungo l'asse Bologna-San Francisco non vedevo l'ora di fare le valigie. Ero felicissima anche perché aspettavamo un bimbo! Abbiamo voluto che Nico nascesse a Bologna, la città in cui vivevo da più di 20 anni, tra il profumo delle lasagne e dei tigli, e quando lui ha compiuto 5 mesi ho riempito sei scatoloni, ho dato una doppia mandata alla porta di casa e via! Ero pronta a lasciare tutto, tranne il mio amato lavoro. Così mi sono organizzata affinché mi seguisse. Sono una giornalista, ho lavorato per molti anni nelle redazioni di diversi mensili e negli ultimi tempi, pur conservando la direzione di una rivista di nutrizione, avevo spostato i miei interessi verso l'editoria per bambini, progettando e scrivendo magazine e libri per un noto gruppo italiano di produzioni televisive e cinematografiche. Adesso, a distanza di tre anni, continuo felicemente a lavorare da qui e devo dire che le 9 ore di differenza tra Italia e California sono un vantaggio.

Odi et amo. Quali sono gli aspetti di San Francisco che ami con tutta te stessa e quali sono quelli che odi con tutta te stessa?
San Francisco a pelle non mi è mai stata simpatica. Ricordo la prima volta che venni, 15 anni fa, con un caro amico californiano che tuttora vive a Bologna. Downtown mi parve un luogo freddo e grigio. Tutti gentili, ma un po' musoni e silenziosi. Un contrasto pazzesco con la ciarliera e rutilante New York, dove avevo vissuto per un mese in estate. Certo, c'erano isole di colore e gioia nella città, ma insomma non ci sarei tornata. 
Adesso che è un po' che vivo qui, posso dirlo con certezza: questa non è la mia città. Troppa ricchezza. Se una volta San Francisco è stato il teatro di battaglie per i diritti civili oggi è il cimitero della giustizia sociale. Negli ultimi 6 anni, da quando la frequento, è molto cambiata: è una città abbagliata dalla cascata di denaro che arriva dalle aziende di tecnologia e dalle startup. Il costo della vita è livellato su stipendi altissimi ed è diventato così insostenibile che ogni giorno un piccolo esercito di persone nate e cresciute in città sono costrette a lasciarla. Al loro posto arrivano giovani disposti a pagare affitti molto alti, che non hanno alcun interesse a migliorare la città e che probabilmente tra qualche anno la lasceranno per migrare verso un nuovo polo tecnologico. Nel frattempo, San Francisco è diventata tristemente nota per gli sfratti, che colpiscono pensionati, insegnanti elementari e impiegati, e per le tendopoli dei senzatetto che aumentano allo stesso ritmo delle startup formando una sorta di città fantasma nella città. È la città dei dimenticati, come la Città dei Morti nel cuore di El Cairo. A mio parere la migliore descrizione di questa città (e di tutta la Bay Area) l'ha data Francesca, una mamma italiana che, come me, vive qui: “A San Francisco si vive molto bene se hai tanti soldi; come in una qualsiasi città del Terzo Mondo”.

Puoi raccontarci allora 5 dei tuoi culture shocks vissuti a San Francisco?
Vivendo a Oakland devo allargare l'orizzonte geografico dei miei cultural shock. Eccoli.
 

1) La vita nei sobborghi in cui mi sono trovata catapultata dai portici del centro di Bologna. Quando venivo a trovare il mio futuro marito, sotto l'effetto delle endorfine dell'innamoramento, pensavo che abituarsi fosse una passeggiata. Che ingenua! A Bologna macinavo a piedi chilometri, conoscevo tutti i bottegai del mio quartiere e a qualsiasi ora uscissi c'era gente. Qui l'automobile è una sorta di arto bionico al posto delle gambe e se fai una passeggiata al massimo incontri sparuti esseri umani con pitbull o cagnetti mignon al guinzaglio. Il primo anno è stata dura, un malessere quasi fisico. 

2) La cortesia della gente. Venendo da un'Italia in piena crisi e arrabbiata questa gentilezza si notava moltissimo e mi faceva piacere. File ordinate e la sensazione che nessuno stesse cercando di fregarti, che invece provavo spesso in Italia. 

3) L'offerta di mostre non proporzionale alla quantità di soldi che girano in questa zona. Come è possibile, mi chiedo? Con tutto il denaro in circolazione dovremmo competere con NYC! Finalmente, dopo 3 anni, sta per riaprire il MoMA SF. Mi aspetto grandi cose!

4) Tech tech tech. Me ne rendo conto ogni volta torno da qualche viaggio. Lungo la freeway che collega l'aeroporto con la città sfila una sequela di cartelloni: chi pubblicizza un sistema per avere un cloud sicuro, chi garantisce i migliori sviluppatori, chi promette di consegnarti la spesa in meno di 25 minuti dal click. Se accendi la radio, senti dell'ultima acquisizione nel mercato tech o di come la startup più promettente del momento stia deludendo (o al contrario appagando) le aspettative degli investitori. Allora mi rendo conto che viviamo in una bolla e mi viene una smania per la vita vera, che deve essere altrove, lontano da qui. 

5) Un altro shock è stato vedere dal vivo il consumismo sfrenato. La quantità di oggetti e di beni fisici che la gente acquista è annichilente. Molti di essi non vengono neppure mai usati. Ho tanti amici che hanno un garage e parcheggiano la macchina fuori perché è stipato di cose. Altri pagano ogni mese uno spazio in un magazzino pur avendo una abitazione sufficientemente grande. Vado nelle case di americani e vedo buste traboccanti parcheggiate un po' ovunque. Per anni. Il più delle volte si tratta di cianfrusaglie. È una cosa che mi mette molta tristezza e mi fa pensare al bel titolo di un libro di A.M. Homes “La sicurezza degli oggetti”.

Un'avventura vissuta a San Francisco che pensi non scorderai mai?
Il mio matrimonio nella bellissima City Hall. C'era un gruppetto di amici e parenti – i miei dall'Italia, quelli di mio marito da New York – per paura di arrivare tardi a causa del traffico sul Bay Bridge e di “perdere il turno” abbiamo preso la Bart, questa specie di metropolitana che collega la Bay Area. Siamo saliti tutti vestiti a festa, io con un bouquet rosso e giallo, tra i sorrisi e un applauso.

La tua isola felice in città?
In città direi North Beach, Castro e Duboce Triangle. Ma le mie vere isole felici sono altrove, nella East Bay. A Berkeley, che per via dell'università e dell'energia positiva che irradiano gli studenti, mi ricorda la mia amata Bologna. E in alcune zone di Oakland, dove c'è più diversità culturale. Adoro inoltre la vista mozzafiato sulla Baia che offrono le colline di Berkeley (sempre che a San Francisco non ci sia nebbia).
Tramonto su San Francisco dalle colline di Oakland
Un cibo che hai scoperto qui e di cui ora non sai più fare a meno?
Il sushi. 15 anni fa lo odiavo. Ci credo, avevo mangiato sushi solo in Italia! Qui invece è nato un grande amore.

Vita da mamma in California: pensi ci siano differenze rispetto all'Italia? 
Non lo so perché trascorro poco tempo in Italia come mamma. Credo che qui ci siano tante iniziative interessanti e stimolanti per i bambini, e questo mi piace moltissimo e mi è di grande ispirazione, ma vedo anche che il livello di stress nelle mamme che vivono nella Bay Area è molto alto. Stress per il rientro al lavoro, perché se è vero che la California è l'unico stato americano che ha approvato la maternità pagata al 100%, questa ha la durata di sole 6 settimane. Stress per il costo del daycare e della preschool; stress per entrare in una buona scuola pubblica e stress per mettere insieme un fondo per l'università. E non ultimo lo stress legato alla competitività. Qui sembra che le alternative siano due: o hai successo o sei un perdente. Sia chiaro, se io fossi una perdente l'ultimo posto in cui vorrei trovarmi sono gli Stati Uniti; forse è per questo che qui le famiglie lavorano d'anticipo sui figli. Li caricano di impegni che possano stimolare i loro cervelli– lezioni di musica a 3 anni, coding a 5, una
lingua straniera a 4 – e li crescono con l'idea di essere i numeri uno. Saranno felici, mi chiedo?
Gli stress delle mamme italiane li conosco meno, ma ho la sensazione che siano cose un po' più naive: tipo la canottiera in lana fuori e cotone sulla pelle, lo spiffero assassino, la suocera o la mamma che assilla con consigli non richiesti, il piatto che deve essere vuoto perché ci sono i bambini che muoiono di fame.

Che cos'è "Bambini Ciao"? E come è nato questo progetto?
Ho conosciuto Bambini Ciao due anni fa. Insegnavo già italiano nella scuola elementare di Montclair, sulle colline di Oakland, e mi avevano chiesto una sostituzione. Bambini Ciao è nato una decina di anni fa da un gruppo di genitori italiani in East Bay. Per tutti questi anni è andato avanti grazie a un board di 4 persone incredibili, piene dedizione e di passione per la causa. Due anni fa mi sono unita al board decisa a far crescere questa realtà straordinaria e a trasformarla in un punto di riferimento nella East Bay per tenere viva la lingua italiana nei bambini. Abbiamo triplicato gli iscritti e quest'anno ha debuttato un doppio programma che ha riscosso grande successo. Una classe per i più piccoli, fatta di musica e movimento, e una per i più grandi della durata di due ore, divisa in due livelli. Una vera immersione nella lingua, nell'arte e nella cultura culinaria del nostro Paese. Non siamo una scuola, siamo una comunità. I nostri prezzi sono “politici”, volti ad avvicinare più gente possibile e pensati con lo scopo di coprire i costi. I bambini inoltre hanno accesso alla Biblioteca dei Piccoli: più di 150 libri, che ho messo insieme grazie a donazioni e offerte. Anzi, ricordo che noi accettiamo con gioia donazioni di libri! 
Personalmente sono convinta che attraverso uno scambio prolungato con altri bambini la lingua italiana possa essere vissuta in modo più sereno e naturale. Per questo ai più grandi offriamo un drop off lungo; utile anche per coinvolgere famiglie lontane che, mentre lasciano i bimbi da noi, hanno due ore di tempo per scoprire Oakland e Berkeley.
Abbiamo una pagina Facebook con il nostro nome, se qualcuno è interessato a saperne di più può contattarci lì!

Ma per te che cosa significa crescere un bambino in un contesto bilingue? Quali sono i pro e i contro di questa avventura?

I pro sono tanti, non lo dico io e li conosciamo tutti. Ma quello che mi affascina è il fatto che parlare una lingua straniera come un madrelingua significa anche pensare in un modo diverso. E poi, per un bambino italo-americano è fondamentale capire e parlare la lingua delle proprie radici perché non si può ignorare l'altra metà di se stessi. Prima o poi questa viene a bussare e bisogna farci i conti, altrimenti rimane un buco nell'anima.
Oakland - La casa di Stefania
C'è qualcosa che ti manca davvero dell'Italia? E per contro, che cosa pensi ti stia dando di speciale questa esperienza all'estero?
Mi manca la bellezza. La bellezza della storia, dell'architettura e dell'arte, che in Italia ti sorprende nella vita quotidiana. Mi manca la bellezza intesa come qualità dei materiali e degli alimenti, equilibrio delle forme; la bellezza del sedersi a tavola in famiglia o tra amici per ore. La bellezza di sapere che vivo in una società in cui l'educazione e la salute sono diritti di ogni cittadino, non servizi. Mi manca la bellezza perché, come Dostoevskij, sono convinta che la bellezza salverà il mondo. Per questo, in futuro, vorrei riportare mio figlio in Italia. Non che sia il paese perfetto, anzi. Ma non è questo il punto. 
Italo Calvino, in un bellissimo libro intitolato “Le città invisibili”, ha scritto una riga che amo molto e che per me è stata illuminante: “D'una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”. Il senso di appartenenza a un luogo è tutto giocato in questo dialogo silenzioso tra le nostre domande e le sue risposte. Paesi perfetti non esistono, esistono Paesi che rispondono in modo soddisfacente alle nostre domande. Che è un po' come dire che ci sono pro e contro ovunque, il punto è capire quanto contano per noi i pro e quanto possiamo tollerare i contro.

Grazie Stefania per il tuo racconto, così profondo e ricco di dettagli. Sono d'accordo con te: i luoghi perfetti non esistono e la vita in ogni città porta con sè dei pro e dei contro. A mio avviso pero' la bellezza che caratterizza San Francisco non trova paragoni con la bellezza che distingue l'Italia, ma non è che una sia meglio dell'altra, è solo che mi sembrano talmente diverse che io non riesco a dire che una è meglio dell'altra. Credo che ogni Paese abbia una bellezza diversa, che va assaporata per quella che è!
E voi lettori-viaggiatori che cosa ne pensate? 
Alla prossima



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