mercoledì 3 giugno 2015

Colloquio da Twitter

Ebbene sì, è successo anche questo: lunedì mattina ho messo piede in uno dei colossi del web, Twitter. 
E l'ho fatto PER UN COLLOQUIO DI LAVORO, il mio primo vero colloquio di lavoro fuori dall'accademia!!
Ricordate che nell'ultimo post relativo al lavoro vi raccontavo qualche giorno fa della mia frustrazione pluriennale per la mancata possibilità di lavorare qui in California? 
Ricordate fiche avevo fatto cenno ad una interview per una start up, la mia prima interview telefonica, che mi aveva lasciato il sapore amaro in bocca per quella terribile frase "Ti faremo sapere..." detta alla fine? 
Beh, proprio il capo di quella start up (credo sotto l'influsso della positività creata dal vostro incoraggiamento!) sabato mi ha ricontattata per dirmi che: 
1. mi vuole nel loro progetto; 
2. mi vuole vedere per definire alcuni dettagli. 
E così lunedì mattina sono entrata per la prima volta nella blindatissima sede di Twitter a San Francisco per conoscere il capo di questa start up che trova spazio nell'edificio di Twitter.
Immaginate un po': siamo su Market Street, la strada più centrale e trafficata della città, nel downtown... e nel via vai di gente che entra ed esce da Twitter, ci sono anch'io! Io che sono stata chiamata perché sono una ricercatrice e una city blog writer di San Francisco!
Varco la soglia d'ingresso del palazzo di Twitter e mi rendo conto di essere finita in un altro mondo: architettura minimalista, installazioni di arte contemporanea a temi geometrici sulle pareti e tutto il resto è nero e lucido... ricordo questo. Al centro, solo un grande bancone quadrato, dietro al quale si erge una donnona di colore, con giacca nera e camicia bianca sotto, che parla con una guardia, anche lei donna, di colore, in divisa. 

La donna dietro al bancone della reception mi chiede un documento di identità, poi scrive qualcosa al computer e controlla qualcos'altro, contatta al telefono qualcuno, mi stampa un'etichetta con il mio nome scritto sopra e la data e me la consegna. 
La prendo in mano: orrore e raccapriccio. Guardate qua.

Avevo detto per caso che in America non sbagliano mai il mio nome? Tié, beccati questo, Sabina. 
Con un certo disappunto, per quella R che mi va di traverso ogni volta, mi attacco l'etichetta alla camicia e proseguo verso gli ascensori. 
La donna al bancone mi chiede a quale piano ho l'appuntamento, io rispondo e lei replica dicendo che sarà l'ascensore G a portarmi a destinazione. Entro nell'ascensore aspettandomi di trovare il pulsante da pigiare ma mi accorgo che non ci sono pulsanti. No, dico, niente pulsanti! Solo uno schermo digitale in alto, sul quale non ho alcun controllo. Quindi realizzo che sarà qualcun altro evidentemente a scegliere dove farmi scendere, e così è infatti. 
Al quarto piano l'ascensore si ferma come per magia ed io scendo. 
Una porta a vetri mi separa da quello spazio lavorativo condiviso, che si chiama Runway, di cui mi aveva parlato il capo via mail.
Oltrepasso quella porta e scopro un altro mondo ancora. 
E' tutto buio, sembra di essere nel foyer di un teatro prima di un importante concerto. Anche qui c'è solo un bancone con una segretaria illuminata dal basso e alle sue spalle non posso non notare una lavagna interattiva multimediale con scritte varie. 
Mi presento, la segretaria punta lo sguardo all'etichetta, le dico che il nome è scritto sbagliato e lei controlla sul computer e si scusa: dice che in effetti il capo le aveva dato il nome giusto... Poi mi invita ad accomodarmi nel salotto e mi dice anche che posso servirmi da sola: ci sono caffé, bevande e spuntini vari a disposizione di tutti. 
Da seduta, comincio a guardarmi attorno. 
Alla mia sinistra, una sala da riunioni tutta trasparente con tre giovani dentro, seduti di fronte ad un tavolo, che scrivono tutti al computer. 
Dietro di me, una saletta chiamata Zenith, con una porta a vetro dietro alla quale vedo due ragazzi intenti a pensare, proporre e scrivere su una lavagna bianca. 
Di fronte a me c'è un igloo... giuro... un igloo... non di ghiaccio ma comunque un igloo e dentro ci vedo un paio di giovani stravaccati su un divano, a lavorare.  
In quel momento realizzo che non sento nessuna voce: è tutto insonorizzato!!
Mi sembra proprio un posto fighissimo!
Arriva il capo. Mi alzo, gli stringo la mano e lui mi guida attraverso l'open space e mi spiega che qui lavorano, una a fianco all'altra, tante start up diverse. Mi chiede che ne penso ed io non posso che dire quanto sono impressionata!
La sala è talmente grande che non riesco a vederne la fine... tutte le vetrate danno sui grattacieli circostanti. Noto sul piano le biciclette parcheggiate da un lato e una fila interminabile di tavoli, sopra ai quali stanno altrettanti computer di dimensioni esagerate. Davanti allo schermo, tante persone che, ancora, pensano e scrivono. 
Ed io non posso che essere entusiasta di questo brulichio di idee che si percepisce in questo luogo così giovane e pieno di attività!
Ci spostiamo in un'altra sala, un po' più piccola nella quale ci sono altre persone che parlano tra di loro. 
Il capo mi mostra il progetto su cui stanno lavorando, una app a scopo turistico, che è proprio fantastica e rivoluzionaria per molti versi!  
Io devo lavorare sulla storia di San Francisco, concentrandomi su alcune zone della città. In pratica vengo pagata per fare quello che solitamente faccio quando scrivo per voi nel mio blog condividendo le mie scoperte sulla città, per amor di gloria =). Potete vagamente immaginare quanto fossi carica oggi in biblioteca mentre scoprivo altre storie incredibili legate a San Francisco? Ero lì che nutrivo tutta la mia curiosità verso questa città che amo così tanto e pensavo che mi pagavano pure! 
Si tratta purtroppo di un lavoro temporaneo da ricercatrice freelance, ma io sento che oggi c'è stata una svolta: è cominciata una nuova avventura che a me ha restituito speranza! 
Sento che ho fatto un piccolo-grande passo nella giusta direzione e sono orgogliosa del mio aver inseguito, raggiunto e compiuto questo passo da sola. 
Ora ho voglia di investire tante energie e tutto il mio entusiasmo in questo progetto e chissà che dopo una porta che si apre ce ne sia un'altra, e magari un'altra ancora... Intanto mi perdo a festeggiare perché, ragazzi, questo è il primo sì che mi sento dire qui in California e per di più, ho trovato un lavoro grazie al quale posso mettere le mie competenze a servizio della comunità, con lo scopo di cambiare un po' il mondo, in meglio!
E vi pare poco?? 
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