martedì 26 maggio 2015

Non sono tutte rose e fiori! # 3

Ovvero, del cercare lavoro in California.
Quando ho lasciato l'Italia tre anni fa, sapevo che di lì a poco il mio assegno di ricerca universitario sarebbe finito e mi sarei trovata col culo per terra a ricominciare tutto da capo dall'altra parte del mondo, ma tutto sommato avevo creduto - o mi ero illusa - che quello che mi dicevano tutti "Ma sì, vedrai che in America un lavoro lo troverai" fosse vero. 
E INVECE... di trippa per gatti - ovvero di soldi per noi umanisti - non ce n'è, neanche in California. 
Di tanto in tanto ricevo e-mail da italiani che mi chiedono come fare a trovare lavoro a San Francisco. Ma dico: lo stai davvero chiedendo a me?? a me che sono senza lavoro da tre anni sebbene parli quattro lingue straniere e abbia alle spalle una laurea in lingue appunto, una specializzazione post laurea e un dottorato in storia dell'arte?  [...]
In questi tre anni sono successe tante cose e non sono stata costante nel fare domanda per un lavoro, mi sono rimessa sotto seriamente dalla scorsa estate, ma rimane che... l'America non è più l'America! Per lo meno l'America non è così come ce l'hanno venduta, non è il luogo dove tutto è possibile (per lo meno non per noi umanisti...).
Ed io l'ho capito subito dopo aver messo piede stabilmente in California.  
Qualche mese dopo il mio arrivo presentai la mia domanda per tre borse di studio in tre sedi diverse (una università, un museo e una biblioteca) sparse per la California, le quali avrebbero potuto finanziare le mie ricerche per periodi che andavano da 5 mesi a 2 anni.
Niente: tutte e tre le mie domande non andarono a buon fine.
Aggiungo solo che una di queste sedi aveva ricevuto 5000 domande da tutto il mondo per 5 borse disponibili e temporanee (questo giusto per darvi un'idea del livello di competizione). Chi vinse? Professori ordinari, professori associati, ricercatori di ruolo e forse un giovane post doc come me. Dico, un solo giovane. E con "giovane" intendo giovane per la carriera, non per l'età, che qui anche gli ordinari sono giovani! 


E pensare che io dovrei pure ritenermi fortunata perché sono entrata negli Stati Uniti con un visto che
mi permette, pagando la modica cifra di 400$ all'anno, di richiedere un permesso di lavoro al governo statunitense il quale, dopo essersi intascato i soldi, può anche decidere di non concedermi il permesso. 

Ho fatto domanda per la prima volta il mese scorso e sto ancora aspettando di sapere qualcosa al riguardo.
E nel frattempo continuo a cercare lavoro... quando Tegolina me lo permette. Sì, perché
fare domanda per un lavoro con un bambino di 18 mesi, un marito che lavora full-time e una babysitter poco disponibile, è davvero difficile. Mi alzo all'alba ultimamente ma se anche Tegolina si alza all'alba, sono fregata! Sfrutto i suoi pisolini anche, che sono lunghi eh, ma mai abbastanza... e sfrutto la banca del tempo che ho messo su insieme ad altre due mamme mie amiche. Ma è difficile... perché incastrare gli impegni di tutte e tre è difficile e a volte la banca del tempo salta per una settimana o due e con essa sparisce anche il tempo per me per cercare con costanza un lavoro.    


Ormai ho perso il conto del numero di domande fatte in questi ultimi mesi, quando ho deciso che era ora di rimettersi in gioco dopo la gravidanza e il primo anno di Tegolina (sì, non avendo un lavoro, ho avuto la fortuna di poterlo seguire nel suo primo anno di vita!). 

Di recente ho applicato per un posto da ricercatore in una start up che cercava qualcuno che conoscesse bene San Francisco. Eccomi qua... e invece, dopo la interview - la mia prima intervista telefonica - mi sono sentita dire la classica quanto terribile frase: "Ti faremo sapere..." e non li ho più sentiti, non ancora per lo meno. Che poi, non era nemmeno per un lavoro vero e proprio: si trattava di un contratto a progetto, un lavoretto di un mese pagato 550$. Ma per me sarebbe davvero stato qualcosa! (= un incoraggiamento).
Poi ho presentato domanda anche per due posti da bibliotecaria in due biblioteche pubbliche e sto ancora aspettando la risposta della seconda applicazione anche se visto l'andazzo, non sono molto positiva al riguardo.
Per il primo posto invece mi hanno risposto che ricevevano solo titoli equiparati, il che significava che avrei dovuto pagare circa 600-700$ per fare riconoscere in America i titoli della mia laurea, la specializzazione e il dottorato conseguiti in Italia. Non l'ho voluto fare... non per un posto che non ero sicura che avrei potuto vincere perché in realtà cercavano esplicitamente qualcuno che avesse una laurea americana in Library Studies, cosa che io, come studiosa italiana di libri medievali, non ho, purtroppo.


Per ogni domanda che ho fatto, ho dovuto imparare qualcosa di nuovo: non richiedevano mai lo stesso genere di documenti! Così mi sono trovata a scrivere prima un curriculum poi un resumé, una cover letter di presentazione, uno statement of teaching e uno statement of research quando mi sono offerta di insegnare in un paio di università di San Francisco... Niente di che, ma immaginate di dover imparare a trent'anni passati a fare cose che un americano fa da quando va alle elementari! Diventa evidente che sei uno straniero in una terra straniera e che scoprire questo nuovo sistema significa imparare a conoscerlo, DA ZERO

Ora pero', ho la rosa della documentazione prevista abbastanza coperta... e si tratta sempre di adattarla un po', anche se temo che alla prossima applicazione mi richiedano qualcosa che ancora non so cosa sia!
Ricominciare una vita dall'altra parte del mondo significa anche questo: fare tabula rasa di quello che si è imparato in Italia e predisporsi ad apprendere nuove cose, che del resto sono espressione della nuova realtà in cui ci si trova a vivere.
Ad un certo punto, presa dalla disperazione, mi sono proposta anche come insegnante privata di italiano, francese, tedesco e storia dell'arte italiana. Mi ha contattato una signora soltanto, polacca, cantante d'opera, che voleva migliorare la sua pronuncia in italiano. Lezioni fatte? 1. E mi ha pure registrata mentre le insegnavo come pronunciare le nostre o, così probabilmente era sicura di pagare 30$ soltanto per non vedermi mai più. 
Poi ho lavorato come babysitter per qualche settimana, tenendo con me la figlia di un'amica.
E ho fatto domanda per uno stage (che qui chiamano internship) per un'azienda che vende ricarica batterie per telefoni: avrei dovuto occuparmi della loro pagina italiana su Amazon.it. Dopo un fitto scambio epistolare, appena ricevuto il curriculum, non mi hanno più contattata. Dite che abbiano notato che ho un dottorato in storia dell'arte? 
Ad ogni modo, la cosa più sorprendente è che in queste ultime settimane io abbia avuto più opportunità da blogger quale sono nel mio tempo libero piuttosto che per tutti i titoli acquisiti in Italia. Anche perché allora diventa inevitabile che uno cominci a chiedersi perché mai io abbia trascorso 11 anni della mia vita a studiare all'università... 
Rimpiango sinceramente di non aver avuto il coraggio o la voglia o il desiderio innato di iscrivermi ad ingegneria da più giovane. 
Perché mai ho voluto inseguire le mie passioni? 
Perché ho puntato sulle lingue straniere e l'arte? 
Perché ho creduto che la storia e la cultura contassero qualcosa nella società contemporanea? 
Accidenti a me.

Queste domande mi rimbalzano nella testa da mesi e avevano proprio bisogno di essere scritte. Sarà che oggi ho ricevuto un altro no... e ora sono di nuovo delusa, arrabbiata e frustrata.
Ma la ruota della fortuna riprenderà a girare nel verso giusto, vero?

P.s.: si accettano - e sono pure ben accette! - pacche sulla spalla ed espressioni di affetto. 
Grazie
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