Immigrata

San Marino, California: The Huntington Library, Art Museum, and Botanical Gardens

Credo di aver capito profondamente che cosa significhi essere un immigrato in un Paese straniero solo quando io sono diventata una immigrata italiana in California. 

Per anni, in Italia, ho avuto la fortuna di avere a che fare con immigrati: alle medie, avevo un'amica indiana; una delle mie più care amiche, sin dai tempi delle superiori, è di origini cinesi; all'università ho conosciuto ragazzi turchi, giapponesi e indiani che lavoravano nel mio dipartimento o in quello di mio marito. E poi ho conosciuto una ragazza ugandese che mi ha aperto gli occhi sulla realtà del suo Paese di origine e ha fatto capire a me e a mio marito che supportare il suo progetto in Uganda, dedicato alle donne vittime della guerra e delle violenze, era anche la nostra missione. 

Ma vivere l'esperienza dell'immigrazione sulla propria pelle è diverso.

Ho lasciato l'Italia nell'aprile del 2012, seguendo mio marito e con la speranza nel cuore di poter trovare anch'io un lavoro nel mio campo negli Stati Uniti. Lasciavo in Italia i miei genitori, i miei parenti e i miei amici, mettendo tutta la mia vita in un paio di valigie per inseguire il sogno di mio marito, uno scienziato determinato a fare un'esperienza all'estero. Io, all'epoca, ero molto meno determinata di lui. Direi piuttosto che ero spaventata, o meglio, terrorizzata dall'idea di lasciare il mio Paese e tutto ciò che mi era familiare e noto per imbarcarmi in un'avventura che era decisamente più grande di me. E lasciavo il mio lavoro precario all'università sperando di trovare in California un futuro migliore.

Ho studiato lingue straniere alle medie, alle superiori e all'università. Magari quella parte curiosa di me che voleva esplorare il mondo se la sentiva che un giorno avrebbe potuto mettere a frutto le sue conoscenze all'estero! Ma in ogni caso, quando sono arrivata in California, mi sono scontrata inevitabilmente con una lingua e una cultura, quella americana, che mi erano nuove [da qui anche il titolo di questo blog, perché di culture shock si è trattato!]. 

Ci è voluto un po' prima che riuscissi a sentirmi a mio agio nel comunicare con gli americani e tuttora, dopo 9 anni d'America, a volte mi sento ancora a disagio. Dal mio accento non si scappa e sempre, dopo qualche parola, mi capita che mi chiedano da dove vengo. E ancora mi succede di non capire qualcosa, di perdermi delle sfumature della lingua e della cultura americana, di interpretare male gesti o parole!  

Ci sono volte in cui al lavoro mi sento diversa. Mi dicono spesso che sono creativa e credo di esserlo davvero. Ma a volte mi domando se quella creatività sia figlia del genio italiano che ci contraddistingue tutti dal Rinascimento, se non già da prima. Penso al genio di Leonardo e credo che parte della mia creatività venga proprio da lì, dalla nostra cultura italiana, da quel modo che abbiamo noi italiani di saperci arrangiare, di trovare delle soluzioni alternative, di cercare modi per ottenere ciò che vogliamo, a volte raggirando il problema in un modo o nell'altro, sempre e comunque in modo creativo appunto. 

Ma sto tergiversando. Il punto di questo post è un altro: io sono una IMMIGRATA in California.

Ho la "fortuna" di essere una immigrata con la pelle bianca e mi mimetizzo piuttosto bene qui, nei quartieri residenziali principalmente bianchi di Los Angeles. La mia diversità, come dicevo, emerge non appena apro bocca per pronunciare qualche parola americana. 

Ho anche un'altra fortuna: provengo da uno dei Paesi più amati dagli americani, dal Paese che agli americani di solito fa venire in mente le vacanze, il buon cibo, il buon vino e i paesaggi mozzafiato del Veneto, della Toscana, del Lazio o della Lombardia... (queste sono le regioni che solitamente gli americani che ho incontrato mi hanno nominato con gli occhi a cuoricino!)

Ma nonostante tutto questo, qui in California sono comunque considerata diversa, perché sono italiana. Non appartengo alle minoranze etniche che qui vanno per la maggiore (persone di colore, asiatici, armeni...); io sono italiana e sono vista come una sorta di perla rara in questo ambiente multietnico, sebbene di italiani qui ce ne siano molti.  

Sono diversa anche perché non saprò mai pronunciare la R di squirrel come la sanno pronunciare i nostri bambini che sono nati e cresciuti in California. 

Sono diversa perché per anni ho dovuto rinnovare un visto per poter essere temporaneamente residente negli USA. 

Sono diversa perché ho avuto bisogno di rinnovare il mio permesso di lavoro anche due volte all'anno per poter lavorare. 

Sono diversa perché per tutti questi motivi, sono diventata una assidua frequentatrice degli uffici per l'immigrazione.

Mi sono resa conto qui in California che io non ho la più pallida idea di come si faccia, in Italia, a richiedere un permesso di soggiorno o un permesso di lavoro. In Italia non l'ho mai dovuto fare. In Italia, non è mai stato un problema per me che sono una cittadina italiana! Mi sono resa conto di questa cosa spiegando agli americani qual è la trafila che devo fare io, da immigrata, per poter risiedere e lavorare qui in California. E' stato quando ho letto lo smarrimento nei loro occhi che ho capito che loro, che sono cittadini americani e vivono qui, non sapevano assolutamente di che cosa stessi parlando. Hanno avuto insomma la stessa reazione che avrei avuto io, se qualcuno mi avesse parlato in Italia della trafila che un immigrato deve fare per risiedere e lavorare in Italia mettendosi in regola. 

Sono diversa anche perché non ho una famiglia allargata qui. Siamo io, mio marito e i nostri due bambini. Possiamo contare solo sulle nostre forze. Se uno di noi due si ammala, se uno di noi due sta male, se uno di noi due è impegnato, l'altro si deve prendere carico di tutto. E gira e rigira, siamo sempre noi quattro nella nostra quotidianità, nelle festività, durante le vacanze.  

Sono diversa anche perché festeggio feste che in California non sono riconosciute: quando è l'Epifania, Pasquetta o Ferragosto e qui in California la vita scorre normale, come se fosse un giorno lavorativo qualunque, la mia testa (e il mio cuore) sono in vacanza.

La mia esperienza da immigrata in California è comunque una esperienza privilegiata perché ho una famiglia, un lavoro, una casa! Ma sono pur sempre una immigrata.

Vi scrivo tutto questo perché quando vivevo in Italia pensavo agli immigrati e mi venivano in mente solo gli immigrati attorno a me. Non avevo mai pensato agli immigrati italiani all'estero! E invece anche gli italiani sono immigrati! 

E all'epoca, quando vivevo in Italia, non sapevo come potesse sentirsi un immigrato in un Paese straniero. Non l'ho mai chiesto ai miei amici, pensando che stessero bene, che si fossero integrati, dando per scontato che capissero tutto di noi italiani e della nostra cultura! 

Ma adesso so come si può sentire un immigrato in terra straniera, perché ho vissuto l'immigrazione sulla mia pelle! E per questo ci tengo a dire qui che gli immigrati hanno bisogno di sentire il supporto della comunità in cui vivono, specialmente se non hanno una famiglia estesa su cui contare; gli immigrati hanno bisogno di sentirsi accettati, benvoluti, accolti, perché incontrano già così tante difficoltà nel loro quotidiano che non hanno proprio bisogno di dover combattere anche contro il pregiudizio o la paura. 

L'ultima cosa: quell'accento strano che sentiamo quando parliamo con un immigrato, non è segno di una debolezza o di una incapacità! Quell'accento è segno del coraggio che hanno avuto nel cercare di imparare una seconda lingua, una lingua che non è la loro lingua madre, che non è la loro lingua di origine. Quell'accento è segno del coraggio che hanno avuto nel cercare una vita migliore per loro e per la loro famiglia, anche lontano dai loro affetti più cari. Quell'accento è segno del coraggio che hanno avuto nel rimettersi in gioco come persone, come lavoratori, come genitori e nel confrontarsi con un'altra lingua e un'altra cultura, nel reinventarsi in un altro Paese. Una cosa che fa loro onore! 

Commenti

Claudia ha detto…
i tuoi post mi coinvolgono sempre, ma questo offre spunti di riflessione in più! grazie
Sabina ha detto…
Grazie Claudia! Ci tenevo molto a dire queste cose qui e questo post mi è particolarmente caro! Sabina
Letto tutto d’un fiato.... ed aggiungo che proprio per questo motivo viaggiare e vivere in altri paesi ti fa vedere tutto in un altra prospettiva, ti fa capire tante cose che diversamente non si potrebbero capire ma allo stesso tempo ci dovrebbe far sentire cittadini del mondo con le nostre diversità certo... ma pur sempre anime che camminano sulla stessa terra e respirano la stessa aria.... più o meno inquinata.... grazie per le tue parole che leggo con piacere come se a scriverle fosse una mia cara amica che vive in un posto lontano 9 ore indietro nel tempo....
Unknown ha detto…
Grazie ! Io ho un figlio che lavora a San Francisco ! Mentre mio padre ha fatto la vita da immigrato prima in Francia nelle miniere e poi in Germania ! Capisco bene come si possa trovare un italiano all’estero , perciò guardo e comprendo bene gli immigrati in Italia !
Sabina ha detto…
@Titch & Argo handmade creations, grazie per aver scritto quello che hai scritto! La vedo anche io così e dico sempre che auguro a tutti di poter fare un'esperienza all'estero o anche solo in un'altra città per vedere com'è il mondo fuori di casa! Questa esperienza in California mi ha aperto la mente in un modo totalmente inaspettato e quasi strabiliante... GRAZIE
Unknown ha detto…
Strano,forse sei tu che inconsapevolmente ti senti diversa.Ti porti dietro il complesso dell'immigrata.Non capire bene la lingua dopo 9 anni mi fa solo pensare che non ti sei integrata ,hai dei rimpianti e forse non sei convinta della scelta fatta. Mi dispiace


Sabina ha detto…
@Anonimo, non credo di portarmi dietro il "complesso dell'immigrata", non ho rimpianti e sono convinta della scelta che ho fatto nove anni fa. Probabilmente questo è il primo post che leggi ma non è scritti più di 400 in questi nove anni di espatrio. Onestamente mi pare che tu sia andato/a oltre quello che ho scritto in questo post, distorcendone il vero contenuto.
Sono diversa perché ognuno è diverso e ognuno vive diversamente, con maggiore o minore sensibilità l'esperienza dell'espatrio. Ci sono persone che espatriano e non cambiano di una virgola e rimangono ciechi all'opportunità di cambiamento che viene loro offerta con l'espatrio. Io, come dico nel post, vivo l'espatrio consapevolmente e sono consapevole del cambiamento della mia prospettiva avvenuto in California e sono anche consapevole del mondo in cui vivo, che è un mondo prettamente americano.
Probabilmente tu hai una diversa esperienza alle spalle e credo che ogni esperienza sia valida ed estremamente personale, infatti non parlo in generale degli immigrati, ma della mia esperienza da immigrata in California

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