Quando la vita va avanti, anche senza di te

Una delle mie più care amiche oggi ha avuto la sua seconda bambina! Mi ha appena mandato le foto, di lei in ospedale, di lei con questo fagottino meraviglioso tra le braccia, di questa creatura che a me sembra un miracolo vivente. 

Ho sentito un fortissimo desiderio di essere in Italia, di poter andare all'ospedale per portare dei fiori alla mia amica e per vedere quel miracolo vivente dal vivo! Ma quando ho chiesto alla mia amica se il fratellino più grande avesse già conosciuto la sua sorellina appena nata, lei mi ha risposto che no, che a causa del Covid i bambini non sono ammessi nella struttura ospedaliera. 

Per me è stata come una doccia fredda. Come uno schiaffo in faccia. 

Io che realizzo che sì, anche in Italia tutti i protocolli sono cambiati e anche lì ci sono limitazioni simili con cui ci dobbiamo confrontare quotidianamente. Ovvio. 

Ma la voglia di essere lì resta, forte! 

Quando succedono queste cose, quando nasce un bambino, ad esempio, e io non sono lì per dare il benvenuto a questo neonato, mi accorgo di quanta vita io mi stia perdendo in Italia. Perché la vita va avanti, anche senza di me. Nel quotidiano io provo a non pensarci perché sono focalizzata sulla mia vita californiana, sulla mia vita qui, adesso. Ma poi succedono queste cose qui, queste cose belle, questi eventi unici ed incredibili, che mi fanno rendere conto di quanto la vita proceda in fretta nel mio Paese. 

Le cose vanno avanti... anche senza di me.

E non sono sempre cose belle. Non c'ero nemmeno quando è mancata mia zia. Ero qui in California, a seguire a distanza la sofferenza di una donna forte e tenace che per me è sempre stata di esempio. Non c'ero quando è morta. Non c'ero al suo funerale, perché ero incinta, al sesto mese e non me la sono sentita di affrontare un viaggio di dodici ore insieme allo shock di aver perso una delle persone più care che avevo. E ancora ci penso, e ancora rimpiango di non essere salita su quell'aereo per tornare indietro a darle il mio ultimo saluto. Ho potuto piangere sulla sua tomba solo tanti mesi dopo, quando sono riuscita a rientrare in Italia e sono passata a trovarla al cimitero, lì dove non avrei mai voluto vederla. 

La vita di noi emigrati è così, purtroppo. Ci dà tanto e ci toglie anche tanto... 

Non c'ero nemmeno con i divorzi e le separazioni di amici e amiche care. Non ci sono stata lì per loro. E via messaggio, si sa, le cose sono diverse... Le amicizie forti, le più forti, resistono, ma si logorano un po' comunque, perché la vita va avanti, anche senza di me. E se fossi lì, potrei essere parte integrante di quella vita, potrei vedere i miei bambini giocare con i bambini dei miei amici, ma invece noi siamo dall'altra parte del mondo, a 9 ore di distanza da tutto quello che succede in Italia. Arriviamo tardi per tutto. 

E pare che io non possa essere sia qui che lì, pare che ad un certo punto sei forzato a cedere e a vivere in un posto solo, anche se il tuo cuore rimbalza da una parte all'altra dell'Oceano Pacifico, che tanto pacifico non è.

All'inizio della pandemia, ho vissuto mesi particolarmente difficili. 

Sapete che negli Stati Uniti si può restare a lungo solo se si ha un visto che generalmente viene concesso dal datore di lavoro statunitense. All'inizio della pandemia, alcune categorie di visto, tipo la nostra, avevano limitazioni nel viaggiare, limitazioni che sono ancora in vigore al momento. Quindi per mesi, sono stata letteralmente bloccata in California, sapendo che se avessi lasciato gli Stati Uniti, non avrei avuto la certezza di poter rientrare. 

Ecco, immaginate dunque: tutta la mia famiglia estesa in Italia, dall'altra parte del mondo; i miei genitori in una fascia a rischio; e la sottoscritta che sapeva che se si fosse mossa dalla California non avrebbe avuto modo di rientrare. Il rischio di perdere la casa, il lavoro, tutto, di perdere anche la possibilità di rimettere piede nel paese dove sei vissuta e stai vivendo da 8 anni a questa parte.

Durante quei mesi, sono tornata a pregare. Pregavo che i miei genitori stessero bene e che non ci fosse bisogno per me di rientrare in Italia d'urgenza. Pregavo che non succedesse niente. Pregavo silenziosamente. Pregavo.   

Fortunatamente non è successo niente. Ma nel mio cuore è rimasto il freddo che si prova nel sapersi bloccati in un posto senza possibilità di scelta. Nel mio cuore è rimasta quella paura che si prova nel sapere che non te ne puoi andare, perché andarsene significa rinunciare a tutto quello che sei riuscita a costruire in otto anni di vita qui.

Oggi è nata una bambina a Padova. E io ho il cuore che mi straripa di gioia! Ma è una gioia dolce e amara, perché non posso essere lì a gioire di persona di questa nascita e di questa nuova vita! Ma spingo il mio cuore a superare l'oceano per essere lì virtualmente e per abbracciare forte questa mamma bis, che comincia oggi un'altra meravigliosa avventura, tenendo tra la braccia la sua piccola creatura! 

"Hai fatto un miracolo, Xiang!" come ti ho detto poco fa via messaggio.   

Commenti

Hermione ha detto…
Da persona che si trova nella sua terra d'origine e che ha visto tanti amici andare lontano, ti posso dire che quello che vivi vale anche al contrario. I tuoi genitori, i parenti, gli amici, tutti quelli che ti vogliono bene soffriranno pensando che la tua vita va avanti anche senza di loro. È un "piccolo" dolore che vi portate dentro e che vi accomuna, ma che contribuirà a rendere più speciali i momenti in cui sarà possibile ritrovarsi.
Sabina ha detto…
Mi hai fatto piangere... grazie per avermi detto questo, davvero: mi hai offerto un'altra prospettiva, che mi commuove profondamente...
GRAZIE

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