giovedì 23 ottobre 2014

Dal dottore a San Francisco

Andare dal dottore, anche in Italia, mi ha sempre messo un po' d'ansia, a meno che non si trattasse di un passaggio rapido per un certificato sportivo o qualcos'altro di indolore. 
Del resto, quante volte avevo sentito storie di persone che andavano ad un controllo e poi scoprivano di avere una malattia grave...  
Provate quindi ad immaginare che cosa possa significare per me andare dal dottore qui a San Francisco dove la lingua che viene parlata non è nemmeno la mia lingua madre. Vi assicuro che anche una laurea in lingue e letterature straniere non aiuta a far passare il timore di non sapere spiegare esattamente i sintomi che si hanno e soprattutto di non capire che cosa ti viene detto dal medico in persona!
La prima volta che sono stata dal dottore qui in California, è stata un'esperienza memorabile: abbiamo scoperto che saremmo diventati genitori di lì a pochi mesi. E se ci ripenso, sorrido ancora ripensando a quella scena. Noi due lì, dentro a quella stanzetta minuscola che aspettiamo il dottore poco dopo l'esame delle urine. Il medico bussa, apre la porta ed entra gridando con un sorriso a trentadue denti "Congratulations!!!". Noi ci guardiamo perplessi senza capire che cosa ci stesse dicendo quell'uomo (adesso penso che probabilmente fingemmo di non aver capito, increduli per quella notizia che ci era stata annunciata con quella sola parola: "Congratulations!"). A nostra discolpa posso solo dire che siamo italiani e mica sapevamo che qui basta dire un "Congratulations" per dire "Hei, sei incinta! Sai che presto avrai un cucciolotto da accudire?". 
Sebbene fossimo rimasti spiazzati da quella parola (e sicuramente anche dall'idea di diventare mamma e papà), il dottore non se ne accorse e andò avanti con i suoi discorsi e con la visita. Solo ad un certo punto, mio marito ebbe il coraggio di interromperlo e di chiedere esplicitamente: "Scusi, ma siamo incinti?". Il dottore si fermò basito. Capì che ci aveva persi molte parole fa... e così lo disse chiaramente: "Sì, siete incinti". 
E silenzio fu... un silenzio così pieno di parole, che non furono mai dette [...].
Questo vuole essere solo un esempio, un esempio anche divertente mi sembra, che spiega quanto il parlare una lingua diversa possa costantemente creare delle situazioni in cui proprio non ci si capisce. Vero è che basta solo qualche domanda in più per far capire che non si è capito. Ma c'è anche da dire che ci sono americani che a quel punto ripetono esattamente quello che avevano detto prima, utilizzando esattamente le stesse parole - e quindi se tu non conoscevi il significato di una o più parole dette, sei punto e a capo e sarai costretto a chiedere altre spiegazioni se non vorrai fingere di aver capito. Ma ci sono anche americani - e Dio ce li abbia in grazia - che cercano un modo diverso per esprimere lo stesso concetto, facilitando la vita di noi poveri italiani alle prese con una lingua che non è la nostra.
Insomma, ogni visita medica in California porta con sè non solo il timore del "verdetto finale", se così si può definire, ma anche la paura di una mancata comprensione.  Certo è che questo non mi può fermare dall'andare a visite e controlli, tant'è che proprio a San Francisco sono stata ospitalizzata per la prima volta in vita mia, ho subìto un intervento chirurgico per far nascere Tegolina e ho fatto tante visite di controllo che in Italia non avevo mai fatto. 
L'ospedale dove è nato Tegolina
Sicuramente la decisione di portare avanti la gravidanza in California ha fatto sì che familiarizzassi col sistema ospedaliero (e con il bel mondo delle assicurazioni mediche che lo governa!) e che mi lanciassi di più nel confronto diretto con queste realtà. 
Ed è proprio partecipando mensilmente - e per tutta la durata della gravidanza - al corso prenatale in ospedale, di cui vi parlavo qui, che mi sono allenata ad entrare in contatto e quindi anche a comunicare con medici, ostetriche, infermiere, segretari e sottosegretari americani, e spesso anche messicani, vista la cospicua presenza di segretarie di origine messicana nella sede che abbiamo scelto per le visite e il parto. Devo dire che è stato un bel battesimo, difficile ma allo stesso pieno di opportunità che mi hanno fatto non solo conoscere un sistema diverso dal nostro, ma anche un diverso modo di pensare, di agire e di parlare.  
Insomma, rimane un'ardua prova andare dal dottore e mi fa sempre un po' paura... ma anche questo fa parte della vita di un'italiana all'estero!  
E voi invece che rapporto avete con il mondo degli ospedali e dei medici?

5 commenti:

  1. Idem. Tutto uguale al mio primo approccio col sistema sanitario. Anche io per la gravidanza di Ciccio. Guarda, come se l'avessi scritto io.

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  2. Metterebbe in ansia anche me se vivessi all'estero il pensiero di "fraintendere" ciò che ci viene detto :-)

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  3. Un rapporto abbastanza intenso. Ci sono sempre andato ogni volta che è necessario, in ogni parte d'Italia e anche in Messico. I primi due anni della figlia, una corsa in ospedale a ogni pianto, non sempre era facile capire cosa avesse.

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  4. Io ho avuto un problemino e non ce l'ho fatta ad andare al PS, era una cosa da niente e sapevo che sarebbe passata. :)
    Pero' proprio non ce l'ho fatta!

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