venerdì 13 maggio 2016

Voci italiane a San Francisco # 16

Torna oggi la rubrica "Voci italiane a San Francisco" con un po' di ritardo rispetto al solito. Mi scuso per questo ma vi assicuro che di aspettare ne è valsa proprio la pena, perché quella che vi presento è proprio una bella intervista. 
La voce italiana che ascolterete è quella di Stefania che ci racconterà della sua vita in California e della sua visione di San Francisco. Dice tante cose vere su questa città, cose che ai miei occhi rendono questa città bella e maledetta, come dico sempre. Ma non voglio dilungarmi oltre: eccola qui allora la nostra nuova voce italiana da San Francisco!

Stefania, ti puoi presentare brevemente? Come sei arrivata in questa parte di mondo?
L'amore è folle, si sa. A 40 anni lo è di più e mi ha fatto innamorare di un americano (anzi, un italo-newyorchese, come dice lui) che viveva dall'altra parte dell'oceano. Dopo tre anni di romantico pendolarismo lungo l'asse Bologna-San Francisco non vedevo l'ora di fare le valigie. Ero felicissima anche perché aspettavamo un bimbo! Abbiamo voluto che Nico nascesse a Bologna, la città in cui vivevo da più di 20 anni, tra il profumo delle lasagne e dei tigli, e quando lui ha compiuto 5 mesi ho riempito sei scatoloni, ho dato una doppia mandata alla porta di casa e via! Ero pronta a lasciare tutto, tranne il mio amato lavoro. Così mi sono organizzata affinché mi seguisse. Sono una giornalista, ho lavorato per molti anni nelle redazioni di diversi mensili e negli ultimi tempi, pur conservando la direzione di una rivista di nutrizione, avevo spostato i miei interessi verso l'editoria per bambini, progettando e scrivendo magazine e libri per un noto gruppo italiano di produzioni televisive e cinematografiche. Adesso, a distanza di tre anni, continuo felicemente a lavorare da qui e devo dire che le 9 ore di differenza tra Italia e California sono un vantaggio.

Odi et amo. Quali sono gli aspetti di San Francisco che ami con tutta te stessa e quali sono quelli che odi con tutta te stessa?
San Francisco a pelle non mi è mai stata simpatica. Ricordo la prima volta che venni, 15 anni fa, con un caro amico californiano che tuttora vive a Bologna. Downtown mi parve un luogo freddo e grigio. Tutti gentili, ma un po' musoni e silenziosi. Un contrasto pazzesco con la ciarliera e rutilante New York, dove avevo vissuto per un mese in estate. Certo, c'erano isole di colore e gioia nella città, ma insomma non ci sarei tornata. 
Adesso che è un po' che vivo qui, posso dirlo con certezza: questa non è la mia città. Troppa ricchezza. Se una volta San Francisco è stato il teatro di battaglie per i diritti civili oggi è il cimitero della giustizia sociale. Negli ultimi 6 anni, da quando la frequento, è molto cambiata: è una città abbagliata dalla cascata di denaro che arriva dalle aziende di tecnologia e dalle startup. Il costo della vita è livellato su stipendi altissimi ed è diventato così insostenibile che ogni giorno un piccolo esercito di persone nate e cresciute in città sono costrette a lasciarla. Al loro posto arrivano giovani disposti a pagare affitti molto alti, che non hanno alcun interesse a migliorare la città e che probabilmente tra qualche anno la lasceranno per migrare verso un nuovo polo tecnologico. Nel frattempo, San Francisco è diventata tristemente nota per gli sfratti, che colpiscono pensionati, insegnanti elementari e impiegati, e per le tendopoli dei senzatetto che aumentano allo stesso ritmo delle startup formando una sorta di città fantasma nella città. È la città dei dimenticati, come la Città dei Morti nel cuore di El Cairo. A mio parere la migliore descrizione di questa città (e di tutta la Bay Area) l'ha data Francesca, una mamma italiana che, come me, vive qui: “A San Francisco si vive molto bene se hai tanti soldi; come in una qualsiasi città del Terzo Mondo”.

Puoi raccontarci allora 5 dei tuoi culture shocks vissuti a San Francisco?
Vivendo a Oakland devo allargare l'orizzonte geografico dei miei cultural shock. Eccoli.
 

1) La vita nei sobborghi in cui mi sono trovata catapultata dai portici del centro di Bologna. Quando venivo a trovare il mio futuro marito, sotto l'effetto delle endorfine dell'innamoramento, pensavo che abituarsi fosse una passeggiata. Che ingenua! A Bologna macinavo a piedi chilometri, conoscevo tutti i bottegai del mio quartiere e a qualsiasi ora uscissi c'era gente. Qui l'automobile è una sorta di arto bionico al posto delle gambe e se fai una passeggiata al massimo incontri sparuti esseri umani con pitbull o cagnetti mignon al guinzaglio. Il primo anno è stata dura, un malessere quasi fisico. 

2) La cortesia della gente. Venendo da un'Italia in piena crisi e arrabbiata questa gentilezza si notava moltissimo e mi faceva piacere. File ordinate e la sensazione che nessuno stesse cercando di fregarti, che invece provavo spesso in Italia. 

3) L'offerta di mostre non proporzionale alla quantità di soldi che girano in questa zona. Come è possibile, mi chiedo? Con tutto il denaro in circolazione dovremmo competere con NYC! Finalmente, dopo 3 anni, sta per riaprire il MoMA SF. Mi aspetto grandi cose!

4) Tech tech tech. Me ne rendo conto ogni volta torno da qualche viaggio. Lungo la freeway che collega l'aeroporto con la città sfila una sequela di cartelloni: chi pubblicizza un sistema per avere un cloud sicuro, chi garantisce i migliori sviluppatori, chi promette di consegnarti la spesa in meno di 25 minuti dal click. Se accendi la radio, senti dell'ultima acquisizione nel mercato tech o di come la startup più promettente del momento stia deludendo (o al contrario appagando) le aspettative degli investitori. Allora mi rendo conto che viviamo in una bolla e mi viene una smania per la vita vera, che deve essere altrove, lontano da qui. 

5) Un altro shock è stato vedere dal vivo il consumismo sfrenato. La quantità di oggetti e di beni fisici che la gente acquista è annichilente. Molti di essi non vengono neppure mai usati. Ho tanti amici che hanno un garage e parcheggiano la macchina fuori perché è stipato di cose. Altri pagano ogni mese uno spazio in un magazzino pur avendo una abitazione sufficientemente grande. Vado nelle case di americani e vedo buste traboccanti parcheggiate un po' ovunque. Per anni. Il più delle volte si tratta di cianfrusaglie. È una cosa che mi mette molta tristezza e mi fa pensare al bel titolo di un libro di A.M. Homes “La sicurezza degli oggetti”.

Un'avventura vissuta a San Francisco che pensi non scorderai mai?
Il mio matrimonio nella bellissima City Hall. C'era un gruppetto di amici e parenti – i miei dall'Italia, quelli di mio marito da New York – per paura di arrivare tardi a causa del traffico sul Bay Bridge e di “perdere il turno” abbiamo preso la Bart, questa specie di metropolitana che collega la Bay Area. Siamo saliti tutti vestiti a festa, io con un bouquet rosso e giallo, tra i sorrisi e un applauso.

La tua isola felice in città?
In città direi North Beach, Castro e Duboce Triangle. Ma le mie vere isole felici sono altrove, nella East Bay. A Berkeley, che per via dell'università e dell'energia positiva che irradiano gli studenti, mi ricorda la mia amata Bologna. E in alcune zone di Oakland, dove c'è più diversità culturale. Adoro inoltre la vista mozzafiato sulla Baia che offrono le colline di Berkeley (sempre che a San Francisco non ci sia nebbia).
Tramonto su San Francisco dalle colline di Oakland
Un cibo che hai scoperto qui e di cui ora non sai più fare a meno?
Il sushi. 15 anni fa lo odiavo. Ci credo, avevo mangiato sushi solo in Italia! Qui invece è nato un grande amore.

Vita da mamma in California: pensi ci siano differenze rispetto all'Italia? 
Non lo so perché trascorro poco tempo in Italia come mamma. Credo che qui ci siano tante iniziative interessanti e stimolanti per i bambini, e questo mi piace moltissimo e mi è di grande ispirazione, ma vedo anche che il livello di stress nelle mamme che vivono nella Bay Area è molto alto. Stress per il rientro al lavoro, perché se è vero che la California è l'unico stato americano che ha approvato la maternità pagata al 100%, questa ha la durata di sole 6 settimane. Stress per il costo del daycare e della preschool; stress per entrare in una buona scuola pubblica e stress per mettere insieme un fondo per l'università. E non ultimo lo stress legato alla competitività. Qui sembra che le alternative siano due: o hai successo o sei un perdente. Sia chiaro, se io fossi una perdente l'ultimo posto in cui vorrei trovarmi sono gli Stati Uniti; forse è per questo che qui le famiglie lavorano d'anticipo sui figli. Li caricano di impegni che possano stimolare i loro cervelli– lezioni di musica a 3 anni, coding a 5, una
lingua straniera a 4 – e li crescono con l'idea di essere i numeri uno. Saranno felici, mi chiedo?
Gli stress delle mamme italiane li conosco meno, ma ho la sensazione che siano cose un po' più naive: tipo la canottiera in lana fuori e cotone sulla pelle, lo spiffero assassino, la suocera o la mamma che assilla con consigli non richiesti, il piatto che deve essere vuoto perché ci sono i bambini che muoiono di fame.

Che cos'è "Bambini Ciao"? E come è nato questo progetto?
Ho conosciuto Bambini Ciao due anni fa. Insegnavo già italiano nella scuola elementare di Montclair, sulle colline di Oakland, e mi avevano chiesto una sostituzione. Bambini Ciao è nato una decina di anni fa da un gruppo di genitori italiani in East Bay. Per tutti questi anni è andato avanti grazie a un board di 4 persone incredibili, piene dedizione e di passione per la causa. Due anni fa mi sono unita al board decisa a far crescere questa realtà straordinaria e a trasformarla in un punto di riferimento nella East Bay per tenere viva la lingua italiana nei bambini. Abbiamo triplicato gli iscritti e quest'anno ha debuttato un doppio programma che ha riscosso grande successo. Una classe per i più piccoli, fatta di musica e movimento, e una per i più grandi della durata di due ore, divisa in due livelli. Una vera immersione nella lingua, nell'arte e nella cultura culinaria del nostro Paese. Non siamo una scuola, siamo una comunità. I nostri prezzi sono “politici”, volti ad avvicinare più gente possibile e pensati con lo scopo di coprire i costi. I bambini inoltre hanno accesso alla Biblioteca dei Piccoli: più di 150 libri, che ho messo insieme grazie a donazioni e offerte. Anzi, ricordo che noi accettiamo con gioia donazioni di libri! 
Personalmente sono convinta che attraverso uno scambio prolungato con altri bambini la lingua italiana possa essere vissuta in modo più sereno e naturale. Per questo ai più grandi offriamo un drop off lungo; utile anche per coinvolgere famiglie lontane che, mentre lasciano i bimbi da noi, hanno due ore di tempo per scoprire Oakland e Berkeley.
Abbiamo una pagina Facebook con il nostro nome, se qualcuno è interessato a saperne di più può contattarci lì!

Ma per te che cosa significa crescere un bambino in un contesto bilingue? Quali sono i pro e i contro di questa avventura?

I pro sono tanti, non lo dico io e li conosciamo tutti. Ma quello che mi affascina è il fatto che parlare una lingua straniera come un madrelingua significa anche pensare in un modo diverso. E poi, per un bambino italo-americano è fondamentale capire e parlare la lingua delle proprie radici perché non si può ignorare l'altra metà di se stessi. Prima o poi questa viene a bussare e bisogna farci i conti, altrimenti rimane un buco nell'anima.
Oakland - La casa di Stefania
C'è qualcosa che ti manca davvero dell'Italia? E per contro, che cosa pensi ti stia dando di speciale questa esperienza all'estero?
Mi manca la bellezza. La bellezza della storia, dell'architettura e dell'arte, che in Italia ti sorprende nella vita quotidiana. Mi manca la bellezza intesa come qualità dei materiali e degli alimenti, equilibrio delle forme; la bellezza del sedersi a tavola in famiglia o tra amici per ore. La bellezza di sapere che vivo in una società in cui l'educazione e la salute sono diritti di ogni cittadino, non servizi. Mi manca la bellezza perché, come Dostoevskij, sono convinta che la bellezza salverà il mondo. Per questo, in futuro, vorrei riportare mio figlio in Italia. Non che sia il paese perfetto, anzi. Ma non è questo il punto. 
Italo Calvino, in un bellissimo libro intitolato “Le città invisibili”, ha scritto una riga che amo molto e che per me è stata illuminante: “D'una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”. Il senso di appartenenza a un luogo è tutto giocato in questo dialogo silenzioso tra le nostre domande e le sue risposte. Paesi perfetti non esistono, esistono Paesi che rispondono in modo soddisfacente alle nostre domande. Che è un po' come dire che ci sono pro e contro ovunque, il punto è capire quanto contano per noi i pro e quanto possiamo tollerare i contro.

Grazie Stefania per il tuo racconto, così profondo e ricco di dettagli. Sono d'accordo con te: i luoghi perfetti non esistono e la vita in ogni città porta con sè dei pro e dei contro. A mio avviso pero' la bellezza che caratterizza San Francisco non trova paragoni con la bellezza che distingue l'Italia, ma non è che una sia meglio dell'altra, è solo che mi sembrano talmente diverse che io non riesco a dire che una è meglio dell'altra. Credo che ogni Paese abbia una bellezza diversa, che va assaporata per quella che è!
E voi lettori-viaggiatori che cosa ne pensate? 
Alla prossima



3 commenti:

  1. Stefania mi ha aperto una porta su un mondo che non conoscevo... San Francisco per me è come la città di una fiaba, vissuta durante una vacanza nel 1991, con amici che sono cresciuti come me avendo nelle orecchie e nel cuore "California Dreaming", anche nella versione italiana dei Dik Dik... per noi è stata una scoperta meravigliosa, ci ha dato felicità anche la nebbia ad agosto, ma capisco che la realtà sia un'altra cosa e che comunque sono passati 25 anni...

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  2. Brava Sabina! E' meglio qui, è meglio là, sono meglio gli USA. è meglio l'Italia... Per motivi personali seguo vari blog di italiani all'estero e mi sono un po' stancata di questi giudizi di valore così frequentemente espressi. Se un luogo fosse veramente barbaro e incivile capirei, altrimenti è solo una questione di sensibilità personale e di maggiore o minore adattabilità individuale alla cultura di quel luogo. In qualunque posto, in qualunque modo di vivere ci sono aspetti positivi e negativi, bellezze e bruttezze, ed ognuno giustamente preferisce vivere nella situazione a lui più congeniale. Purtroppo, però, mi pare che a volte si tenda ad assolutizzare il proprio giudizio oppure ad attribuire ad una nazione tutti i pregi e all'altra tutti i difetti. Peccato, perché abbiamo tanto da imparare gli uni dagli altri...
    Mila

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  3. Bellissimo resoconto! Sono capitata per caso perché mi piacciono i resoconti dei viaggi, dei posti in cui andare: mi pareva di essere lì con voi, grazie!

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