sabato 9 gennaio 2016

Voci italiane a San Francisco # 14

Nuova puntata di "Voci italiane a San Francisco" e nuova voce italiana da ascoltare. 
Quest'oggi vi presento Claudia, una italiana che è passata - e si è fermata - per ben tre volte a San Francisco. Ma che cosa l'ha portata qui in California e che cosa l'ha spinta poi a tornarci? Ve lo racconterà lei in questa intervista un po' insolita, nella quale Claudia ha deciso di parlare a ruota libera dei suoi viaggi e dei suoi progetti in corso partendo dalle domande che le avevo inviato per l'intervista. Ecco a voi la sua lettera aperta...  
Cara Sabina,
spero mi perdonerai se ho deciso di dare seguito alla tua intervista con un'unica grande risposta. Mi è venuto spontaneo quando ho iniziato a scrivere subito dopo aver letto tutte le tue domande.
La verità è che la tua intervista capita proprio in quel momento che io chiamo depressione-post viaggio.

“Ciao sono Claudia, vengo da Bari, e sono 4 settimane che sono rientrata da San Francisco”, mi immagino a uno di quei gruppi di recupero in stile AA, solo che la mia dipendenza ha come sigla SF.
Sì, sono di quelle che si è immisurabilmente, incondizionatamente, ma soprattutto follemente, innamorata di San Francisco. Scherzando, quando mi ritrovo a parlare di questo “strano-amore” dico sempre:
“Se San Francisco fosse una persona, io sarei una stalker. 3 volete in 3 anni. Non da tutti, e soprattutto non da me che sin da ragazzina mi ero sempre detta che “In America, al massimo, in viaggio di nozze!, considerando il mio terrore di volare.

Beh, era il 2013, e senza nessun matrimonio, ho messo il mio primo piede negli Stati Uniti e a San Francisco. Il motivo? Per dirla come la direbbe Edward Abbey in Desert Solitaire:
“Why I went there no longer matters; what I found there is the subject of this book,”
no, non ho scritto un libro, ma di questa prima volta a San Francisco armata di Polaroid e Moleskine, ho scritto quasi ogni giorno una pagina di diario, e poi l’ho condivisa su Instagram
con l’hashtag #LoruxTrip e su Facebook

Era l’estate della mia laurea in Architettura, ed allora era già un anno che lavoravo come Social Media Manager per Archilovers.com, la mia attuale azienda. Fu infatti un’idea del mio capo quella di San Francisco, mi disse:
Vai, prenditi 5 settimane di ferie, vedrai che ti piacerà, non poteva immaginare che non ne avrei più potuto fare a meno.

Il mio fu tutt’altro che un amore a prima vista pero'. Infatti la preparazione della tesi mi aveva tenuta troppo occupata per poter fare ricerche sulla città. Un'amica di una amica lasciava il suo appartamento a Oakland, vicino a San Francisco, per un mese, e me lo dava a 500€. Avrebbe dovuto insospettirmi la cosa, ma avendo avuto zero tempo per fare una mini ricerca di mercato accettai l’offerta. Sì, a Oakland e non nella parte bella di questa cittadina nota nella Bay Area per la sua pericolosità.
Come se non fosse stato abbastanza, il mio primo giorno, un sabato agli inizi di agosto, decido di andare a vedere San Francisco.
Karl the Fog aveva inghiottito tutta downtown, era anche il primo giorno del festival di musica Outside Lands e la città era semi deserta. Tutti in zona Golden Gate Park per ascoltare da dentro o da vicino i concerti.
Scendo a Powell, e inizio a camminare in direzione parco attraversando il quartiere di Tenderloin. Precisamente percorro Ellis Street dall’inizio alla fine. Il film “Alla ricerca della Felicità” di Muccino avrebbe dovuto insegnarmi qualcosa...
Quello è stato decisamente il momento più scioccante della mia avventura. Chi conosce San Francisco sa bene che questa è una zona da evitare. Chi non lo sa e ci capita, spera solo di uscirne vivo. Ok, forse sto drammatizzando un po’, ma ero davvero spaventata.

Nonostante l’incontro non proprio positivo con la città, non lasciai che la paura l’avesse vinta e decisi di immergermi pienamente nella cultura di San Francisco.
E la regola numero 1 di chi visita/vive San Francisco è: partecipa ai meet-up!
Partecipai a Insta-meet (incontri organizzati dalla community di Instagramers) e alla photowalk organizzata da Flipboard di Chinatown (NdE, se come me non conoscete Flipboard e le photowalks, date un'occhiata a questo sito e capirete meglio di che cosa sta parlando Claudia).


La mia attrazione per tutto ciò che era digital e social media mi portò anche difronte l’ingresso di Facebook nella Silicon Valley. Uno degli obiettivi del viaggio in effetti era visitare i quartieri generali di Facebook e Google.
Ma si sa: niente connection interne, niente quartieri generali. Lo diceva anche Riccardo Luna nella sua “Guida alla Silicon Valley” (se la volete leggere, vi lascio qui il link) scritta un anno prima per Wierd (l’unica cosa che ero riuscita a scaricare e leggere in aereo), quanto fosse difficile accedere agli uffici delle grandi tech-company.

Entrare nei dettagli sarebbe troppo lungo, ma di quel giorno a Facebook, forse il più entusiasmante e eccitante di tutto il mese a SF, tutto giocato sul filo dello sliding-doors, ho scritto una pagina di diario. In effetti due pagine (I parteII parte). Vi basti sapere che ne sono uscita vincitrice... “Culo” (perché di quello si tratta come racconto nel diario) ha voluto che il ragazzo che ho incontrato all’entrata di Facebook e che ha permesso il mio ingresso fosse 100% americano, ma con la mamma italiana. Quello che non ho mai raccontato nel diario è che non solo mi fece vedere Facebook, ma a distanza di una settimana ero a cena a casa sua a parlare in italiano con la sua famiglia ed amici di famiglia. I quali amici, venuti a conoscenza della mia infelice situazione ad Oakland, dopo avermi guardato negli occhi e fatto una semplice e chiara domanda:
“Sei una ladra? seguita da un mio ovvio No!, mi misero le chiavi in mano di casa loro e mi ospitarono nella loro deliziosa casetta a Mountain View. Dalle stalle alle stelle insomma!

Ecco, se c’è una cosa che mi ha stupito veramente di tutta la Bay Area, è stata l’estrema gentilezza, disponibilità e apertura verso il prossimo delle persone che vivono in quell’area, che fossero italiani, americani, messicani o cinesi.
Disponibilità che ho rivissuto anche il secondo anno che sono tornata a San Francisco.

La mia seconda volta lì è stato un double-check. Volevo capire se tutto ciò che mi era successo il primo anno fosse stata solo fortuna o quel posto avesse effettivamente qualcosa di speciale.

E’ risaputo che la seconda volta è sempre meglio della prima, e vale anche per i viaggi secondo me.
Questa volta infatti è stata “diversamente speciale”. Decisamente più local. Forse è mancata la sensazione della scoperta e della sorpresa, ma anche della paura. La pelle d’oca nel rivedere il Golden Gate e la sensazione di tranquillità nel sapere già più o meno come muoversi dall’altro lato, erano impagabili.

Le cene ai ristoranti si sono trasformate in cene a casa di amici. Io e la Muni ormai eravamo pappa e ciccia. Il Tenderloin tenuto a debita distanza. Karl il più delle volte non si vedeva (stranamente per essere agosto). Dolores Park, la parte quella in alto (The beach) da dove puoi godere della vista del meraviglioso skyline di San Francisco era la mia seconda casa (si fa per dire: casa questa volta per davvero l’avevo presa in Mission, bye bye Oakland!).
Questo è stato l’anno che mi ha visto fare da special-guest-madrelingua nelle classi di italiano che si svolgevano nel museo Italo-Americano a Fort Mason. E’ stato l’anno in cui, grazie a Vincenzo, un amico originario della mia stessa città, ho conosciuto BAIA e da lì un sacco di altri amici italiani: è straordinario come lì si riesca a stabilire amicizie in modo veloce ma significative.
E’ stato l’anno in cui ho visitato le grandi architetture: l’Academy of Science di Renzo Piano, il De Young Museum di Herzog & De Meuron, il Jewish Museum di Libeskind, sfortunatamente solo da fuori il SFMoma di Botta.
Grazie ad un amico Cileno conosciuto l’anno prima al Flipboard photowalk, sono salita anche al 42* piano della Transamerica Pyramid. Vista pazzesca.

Il ritorno in Italia… difficile.
Il ritorno a San Francisco… scontato.

Ed arriviamo ad oggi.
Oggi scrivo dopo aver terminato la mia terza volta a San Francisco. Il cuore ancora a pezzi: è così se ti innamori di un luogo ma sei obbligata a lasciarlo e le immagini vive di quei posti nei miei occhi.

Di questa volta nessuna moleskine, ma trovate qualche pezzo scritto sul mio blog lorux.tumblr.com (disclaimer: non sono una blogger) e molte foto sul mio account instagram.

Questa volta ho passato quasi 3 mesi a San Francisco.
Questo pero' è stato anche l’anno della scoperta della California.
Con Luca, un italiano da diversi anni a San Francisco, ho visto da vicino l’incontaminata naturalezza del Big Sur, ne ho ascoltato il silenzio e ho lasciato che il riflesso del sole sul Pacifico mi accecasse.

Ho vissuto l’esperienza di Los Angeles percorrendo in bici il boardwalk tra Venice e Santa Monica, passeggiando per la Walk of Fame, e strabuzzando gli occhi alla vista delle mega ville di Beverly Hills e Bel Air.
Anche quest’anno non sono mancate le architetture: il Walt Disney Concert Hall di Gehry, il The Broad di Diller Scofidio, il LACMA di Renzo Piano e il Salk Institute di Kahn a San Diego. 

Il momento più difficile arriva quando mi chiedono:
“Quando ci ritorni? E’ dura ammetterlo, ma l’unica risposta sincera è: “Non lo so, spero presto!.

San Francisco lascia una cicatrice profonda nel cuore di chi ha la fortuna di viverla per un po’. E non solo per il clima stupendo, per le architetture o i paesaggi, ma soprattutto perché è una città fatta di persone, che, che sia di fronte ad una birra o passeggiando con un beverone di caffè americano (più probabilmente un Chai Latte) scambiano idee, punti di vista e raccontano i progetti sui quali lavorano. È una città le cui fondamenta sono fatte dalla rete di relazioni che queste persone creano tra di loro.

Una cosa che un turista di passaggio non potrà mai effettivamente percepire, per capirlo bisogna viverla. 


Grazie Claudia per averci parlato delle tue brevi ma sempre intense permanenze a San Francisco: ho il presentimento che qui prima o poi ci tornerai di nuovo! E del resto, non posso biasimarti, condividendo io per prima la tua passione per questa città...

Di solito chiedo ai miei lettori di aggiungere delle domande nei commenti ma questa volta voglio aprire io le danze! Sinceramente mi ha incuriosito molto il suggerimento del tuo capo che ti ha proposto di prenderti cinque settimane di ferie per visitare San Francisco... credo che tutti noi vorremmo avere un capo così! La domanda è questa: perché ti ha suggerito proprio questa destinazione?
Dovessero esserci altre domande per Claudia, vi invito ad aggiungerle sotto: sono sicura che sarà ben felice di rispondervi direttamente!

E per la prossima voce italiana a San Francisco, vi do appuntamento al 10 febbraio! 

4 commenti:

  1. Grazie a tutte e due. Bellissime queste emozioni.

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    Risposte
    1. Grazie Luciano, felice di averle trasmesse! :)

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  2. sempre pieni di fascino questi racconti che permettono di conoscere meglio un mondo tanto lontano. La voglia di esplorazione con l'occhio di chi vuole conoscere ci rende più consapevoli. Grazie

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  3. Ciao Sabina, rispondo alla tua domanda sul perché il mio capo mi ha suggerito proprio questa destinazione.
    Dal lato professionale penso che lui abbia visto lo sforzo di lavorare e studiare contemporaneamente e quindi quelle 5 settimane erano un po un premio per il lavoro svolto nonostante la preparazione della tesi di laurea. Inoltre per chi lavora nel campo del digital e dei social media, San Francisco è La Mecca, quindi credo che lui sapesse che sarei tornata a casa carica di iniziative e idee da "importare" in azienda. E così è stato.
    Dal punto di vista personale invece credo che lui forse mi conosceva anche meglio di quanto io conoscessi me stessa. Credimi se ti dico che quando mi disse di andare a San Francisco la prima cosa che pensai fu " se me lo dice lui, una ragione ci sarà"!

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