martedì 23 dicembre 2014

Auguri di Natale

Per questo Natale 2014 mi auguro - e quindi vi auguro - di riuscire a catturare ogni momento. 
Vi auguro di essere presenti con il corpo, la mente e il cuore in ogni scambio di auguri, in ogni abbraccio, in ogni bacio che darete e che riceverete, tanto da far crescere la gioia che è già dentro di voi. 
Mi auguro che possiate riuscire a non correre e vi possiate fermare piuttosto ad assaporare il tempo che scorre. 
Vi auguro di essere in grado di cogliere i dettagli, di perdervi ad osservare i bagliori di questo Natale ma di guardare anche alle sue ombre che possono portare grande consapevolezza in voi. 
Vi auguro di non escludere niente a priori e di accogliere tutto ciò che verrà. 
Vi auguro di riuscire a trovare voi stessi anche in mezzo alla confusione. 
Vi auguro di esserci, per voi soprattutto, ma anche per quelli che vi sono vicini fisicamente e forse anche spiritualmente. 
Vi auguro la presenza... e con essa la felicità legata ad ognuna di queste piccole, grandi conquiste.

E a proposito di bagliori... ecco qui le luci che faranno brillare gli occhi a me in questo Natale californiano!  




lunedì 22 dicembre 2014

Point Bonita Lighthouse: passeggiata mozzafiato

Uno degli aspetti che mi ha sempre colpito tanto di San Francisco è la possibilità di lasciarsi alle spalle la città per immergersi in luoghi da cartolina. 
San Francisco, Golden Gate Bridge
Bastano 50 minuti netti d'auto dalla Maison Jaune per attraversare San Francisco e il Golden Gate Bridge, dirigendosi a nord, per ritrovarsi a bocca spalancata di fronte ad un paesaggio che racchiude l'essenza di una natura ancora selvaggia di cui l'Oceano è il principale protagonista.
Una splendida passeggiata verso il  Point Bonita Lighthouse ci ha portati ieri a scoprire un piccolo quanto delizioso faro arroccato su uno spuntone di roccia lavica e ad ammirare da qui San Francisco e la sua baia dominata dal Golden Gate Bridge. La scoperta non finisce mai...
Il percorso, che è molto breve e adatto a tutti (anche se forse eviterei di scendere con il passeggino o con la bicicletta, per comodità vostra) è tutto in discesa all'andata. Inevitabilmente, al ritorno, bisogna faticare un po', ma è assolutamente fattibile e ne vale assolutamente la pena, ve lo assicuro!
La vista sull'Oceano è spettacolare. 
Amo il mare, tanto, l'ho sempre amato, ma l'Oceano... l'Oceano è diverso... ogni volta m'impressiona! M'impressiona la massa d'acqua che muove, mi impressionano le onde che incontrano gli scogli, m'impressiona la maestosità di questo paesaggio che mi riporta alla memoria la grandezza della natura esaltata dai poeti romantici. 
Le scogliere lungo le quali si adagia il sentiero che conduce al faro sono alte e permettono una bella vista dall'alto sulle spiaggette di sabbia scura e le piccole insenature scavate nella roccia nera sotto. 
Una comunità di leoni marini se ne sta appollaiata, pigramente, sugli scogli e qualche leone si muove ancora nelle acque torbide di questa domenica invernale per raggiungere un altro scoglio. 
Dopo la pioggia delle scorse settimane, rimangono ancora nel cielo delle nuvole che rendono ancora più speciale questo tramonto sull'Oceano. 
A me sinceramente toglie il fiato... 
Point Bonita Lighthouse
Per raggiungere il faro si attraversa un ponticello sospeso: c'è molto vento qui e, sebbene il ponte sia in ferro, oscilla leggermente. I capelli scompigliati da quest'aria gelida, che tuttavia rimane piacevole, i piedi che avanzano senza bisogno di essere incitati a farlo. E una volta lì, non resta che guardarsi attorno a 360 gradi per ammirare ancora la baia, la città sempre più lontana e dall'altro lato l'Oceano aperto. Lo sguardo, a questo punto, si può tranquillamente perdere... 
Pensiamo possa essere un buon punto di osservazione per seguire il tragitto delle balene che proprio tra dicembre e gennaio lasciano i mari del Nord per dirigersi verso la Baja California in Messico. L'anno scorso le vedemmo, per caso, tornando a casa da un giro. E sapete bene che alle balene che vanno a partorire in Messico io sono particolarmente affezionata, no? Non ce ne sono oggi pero'. Forse è ancora presto... ed evidentemente a me non resta che tornare al faro per controllare! =)
     

giovedì 18 dicembre 2014

Lezioni di musica per bambini # 2


Ricordate che qualche settimana fa vi parlavo della nostra ricerca di una scuola di musica per bambini a San Francisco? Vi avevo raccontato dei pro e dei contro delle due realtà di Gymboree e Music Together ed era già evidente che eravamo più propensi per il secondo che per il primo. 
Rimane tuttavia da scegliere la sede. In città infatti ci sono molti centri che utilizzano il metodo di Music Together e che non dipendono gli uni dagli altri. Se quindi il metodo per la sensibilizzazione alla musica è lo stesso, le insegnanti sono diverse e diversa è anche la loro sensibilità nel rivolgersi ai bambini, così come diverso è il numero di bambini che frequentano il corso in una sede piuttosto che in un'altra.
Prima lezione prova nel quartiere di Noe Valley. 
Il corso per i bambini dagli 0 ai 4 anni si tiene nella sala di una piccola scuola di danza e le lezioni sono dalla domenica al mercoledì, tutte le mattine, in due orari distinti. La maestra è molto brava, canta come un usignolo, suona il flauto traverso e la chitarra ma purtroppo il gruppo di bambini è molto ristretto. Parlo di cinque o sei in tutto.
Seconda lezione di prova nel quartiere di Haight Ashbury
Le lezioni si svolgono tutti i giorni della settimana, sabato escluso, e in orari diversi, anche nel pomeriggio, e vengono tenute in una bellissima sala, di proprietà della Chiesa Episcopale di Tutti i Santi, che si affaccia su un altrettanto splendido giardino interno. In questa sede abbiamo conosciuto due insegnanti diverse, entrambe bravissime, con una voce da usignolo e in grado di suonare il piano e l'ukulele una, e solo l'ukulele l'altra.  Diversamente da Noe Valley, a Haight Ashbury le classi sono decisamente più numerose: ci sono circa una quindicina di bambini di solito, accompagnati da mamma e papà, dalle babysitter o dai nonni. Insomma, un'allegra compagnia canterina!

Abbiamo optato proprio per Haight Ashbury. 
Perché? 
Credo si possa dire che è stata questione di pelle. Insomma, quando le maestre sono tutte bravissime e le differenze tra l'una e l'altra sono proprio minime, diventa davvero difficile scegliere... Tuttavia penso che in un gruppo più folto di bambini Tegolina possa avere modo di interagire con un maggior numero di persone e questo, dal mio punto di vista, è un aspetto importante di queste attività di gruppo, specialmente per un figlio unico italiano che muove i suoi primi passi in un contesto americano! A questo si aggiunga che la sala nella quale si tiene la lezione, come dicevo prima, è molto ampia e luminosa e offre spazio per muoversi a tutti.

Così, giusto per cominciare, ci siamo iscritti alla Three Week Holiday Session, una serie di tre lezioni a tema natalizio tenute dalla maestra Lenka, quella che suona piano e ukulele. E poi da gennaio parte la sessione invernale, di dieci settimane in tutto, e per questa abbiamo scelto la maestra Jennifer. Quest'ultima, sebbene sappia suonare un solo strumento, l'ukulele appunto, è stata talmente coinvolgente ed esplosiva durante la lezione prova che la sua energia ci ha contagiati sin dal primo istante. Ci ha fatto divertire-cantare-ballare-correre-saltare-suonare e ridere... ridere tanto. E ci è sembrata spontanea e appassionata, cose che ho molto apprezzato!

Proprio questa settimana si concludono le tre lezioni prima di Natale e, guarda caso, Tegolina ora balla ciondolando la testa come un vero rockettaro e sculettando per benino come un vero ballerino impossessato dal ritmo. Addirittura nell'ultima lezione di oggi non voleva neanche più restituire all'insegnante i due tamburelli che stava suonando con la stessa foga che avrebbe potuto avere Tullio De Piscopo nei suoi anni migliori! 
Mi sembra un buon inizio.. non credete? =)

venerdì 12 dicembre 2014

Il clima del terrore

In pratica ieri, a San Francisco, c'è stata la tanto temuta rainstorm
Fa paura pensare ad una "tempesta di pioggia", vero? Credo sia la parola tempesta a fare paura... eppure questo è il termine che hanno utilizzato per definire quella che sembrava dovesse essere una sorta di apocalisse di vento e pioggia battente.
Le scuole sono state chiuse preventivamente, tutte. 
I voli dirottati altrove.
Annullati i corsi all'università. 
Cancellati gli appuntamenti. 
Insomma, si temeva il peggio...
Nei giorni precedenti siamo stati bombardati da e-mail allarmanti che hanno creato un vero e proprio clima di terrore nell'attesa di quella che effettivamente pare sia stata la peggiore tempesta degli ultimi venticinque anni. 
Ho letto anche numerosi articoli contenenti informazioni utili a prepararsi all'arrivo di questa benedetta pioggia: suggerivano innanzitutto di avere riserve di acqua e di cibo, già pronto (perché si temeva la mancanza di energia elettrica); invitavano a non farsi mancare candele o pile sufficienti per illuminare la notte e ad avere assolutamente i telefoni carichi.
Quindi ieri, alla fine, com'è andata?
Beh, intanto visto che sono qui a raccontarvelo, evidentemente sono sopravvissuta!
The New York Times
Poi in pratica questa famigerata tempesta di pioggia... era pioggia!! Null'altro che pioggia! Senza il tanto temuto vento... Una pioggia battente che è iniziata al mattino ed è durata tutto il giorno e anche tutta la notte. Ma nient'altro che pioggia!
Ed è vero che qui non si è abituati a così tanta acqua tutta insieme. Come vi raccontavo qualche giorno fa, la California ha sofferto moltissimo la siccità quest'anno, quindi si temeva particolarmente per gli alberi, i famosi redwood trees (= sequoie), che essendo secchi avrebbero potuto spezzarsi, ostruire le strade o distruggere le case, specialmente fuori dalla città. E infatti la provincia ha sofferto di più: per quel che ne so, ci sono stati molti allagamenti in Napa Valley e a Redwood City per esempio. 
Qui a San Francisco invece ci sono stati sì degli allagamenti sia nelle tangenziali che in città ed effettivamente l'elettricità è mancata, in tutta la parte nord al mattino e nel mio quartiere solo verso l'ora di cena (giusto quando nel forno si stava cuocendo la mia torta salata!), ma il problema alla Maison Jaune è durato credo 10 minuti in tutto (e la torta salata è arrivata sui nostri piatti giusto in tempo per la cena!). Siamo stati forzati a restare in casa ma mica perché non ci si potesse muovere, semplicemente perché io non mi volevo bagnare fino all'osso! =)
Tanto allarmismo quindi, ma non credo per niente... 
Durante il giorno pensavo che fossero stati esagerati e avessero spaventato eccessivamente la città, ma quando è mancata l'elettricità... in quei 10 minuti al buio... ho pensato che fortunatamente il mio telefono era carico e ho utilizzato la pila integrata per muovermi in casa. Quindi, in qualche modo, l'essere preparata mi ha aiutato! E devo anche dire che l'essere preparata al peggio ha mi ha anche fatto avere una maggiore leggerezza nel cuore nel vedere che la situazione qui non era poi così grave! 
Mi sono pertanto ritrovata a rivalutare quell'allarmismo di cui mi ero quasi un po' presa gioco all'inizio pensando che "come al solito gli americani ingigantiscono la cosa!". Gli americani invece, preparandosi al peggio, sono risultati organizzati, con i pompieri impegnati nelle situazioni più difficili, e sono stati pronti ad affrontare i piccoli e grandi disagi che la pioggia ha provocato. Gli italiani invece, che l'hanno presa alla leggera, si sono ritrovati a benedire il telefono carico nel momento del bisogno! 
Questo per dire che, a volte, prepararsi al peggio aiuta e per dire anche che si può sempre cambiare idea sul significato che può avere quel clima di terrore creato! Chiudere le scuole, annullare i corsi all'università, cancellare gli appuntamenti ha fatto sì che molte meno persone si siano mosse durante la giornata, con l'auto e con i mezzi, e questo sicuramente ha avuto un effetto sul traffico e quindi sugli incidenti possibili con un clima del genere, a cui nessuno del resto è abituato. Quindi a volte sì, il clima del terrore può salvare! 

E in Italia come siamo messi con la prevenzione?

 

martedì 9 dicembre 2014

Voci italiane a San Francisco # 2

Qualche mese fa risposi ad un commento sul mio blog di una ragazza italiana che viveva a San Francisco e la invitai a raccontarmi come fosse arrivata in questa parte di mondo. Arrivò puntuale il suo racconto via mail ed io rimasi così colpita dalla sua storia che mi venne voglia di conoscerla. La nostra chiacchierata davanti ad un caffè fu davvero piacevole e oggi voglio presentarvi E. che vi racconterà di sè in questa seconda puntata della rubrica "Voci italiane a San Francisco".

Ti va di presentarti brevemente?  
37 anni. Nata nel profondo sud dell’Italia e 18 anni vissuti a Milano fra università e lavoro. Laurea poco convinta in economia… nel cuore l’amore per la musica classica ed i viaggi. Poco incline a mettere le radici in un posto, per un paio di volte ho mollato tutto e sono partita con una valigia a curiosare per il mondo; è alla fine di uno di questi viaggi che ho deciso di fermarmi a San Francisco.  
  
Qual è il motivo che ti ha portata qui?

Beh, piuttosto semplice, sono arrivata in questa parte di mondo per amore. Il mio boy friend è infatti americano! 

Che impressione ti ha fatto San Francisco? Credi sia stato amore a prima vista?
Se già conosci qualche città dell’America settentrionale, capisci subito che San Francisco ha una sua anima ben distinta. A differenza delle grandi città metropolitane, un po’ tutte fatte con lo stampo ormai, San Francisco stupisce per essere una città unica e particolare. E’ una città dove tutto ti sembra possibile, una città dove gli eccessi e la creatività sono davvero la norma. Sì, è stato amore a prima vista. 

Una volta arrivata qui, che cosa ti ha stupito maggiormente? Raccontaci 5 dei tuoi cultural shocks 

NUDISMO. Il primo shock culturale risale alla prima volta che ho messo piede a San Francisco nel 2009 e riguarda il nudismo libero per strada. Sapevo di questa libertà… ma guardare gente normalissima camminare completamente nuda per strada, fare shopping etc… è proprio uno shock!

TIP (= mancia). Andare a mangiare fuori vuol dire per me passare la maggior parte del tempo cercando di allontanare il cameriere che ogni 5 min viene a chiederti se tutto va bene, se hai bisogno di qualcosa etc…. pur di guadagnarsi una mancia più alta. Non discuto la questione della mancia (e mi spiace ovviamente per i camerieri che completano il loro stipendio proprio con le mance dei clienti) ma mi sento davvero oppressa e resto scioccata dalla loro insistenza.


PREZZO DEL VINO. C’è dell’ottimo vino qui in California, ma bisogna sborsare un bel po’ di dollari per berne uno decente. Pazzesco!


FUNDRAISING (= ricerca di finanziamenti per i propri progetti). Conoscevo abbastanza bene il fenomeno del fundraising, soprattutto nelle istituzioni culturali, ma guardarne l’applicazione, da vicino, è davvero incredibile. La gente ci crede davvero e vi è una partecipazione totale alle iniziative culturali e non profit in generale.


SENSO CIVICO, in tutte le sue sfaccettature.

OPEN HOUSE (= casa aperta). Essenzialmente si tratta della possibilità di visitare liberamente immobili in vendita o in affitto. Coloro che desiderano vendere l'immobile decidono, spesso con l’aiuto di un’agenzia immobiliare, di "aprire la casa" ai potenziali acquirenti in alcuni giorni prestabiliti (spesso durante il fine settimana). Si ha l’occasione di entrare nelle case americane a “curiosare”: le abitazioni vittoriane sono architettonicamente qualcosa di davvero unico e incredibile all’interno. Qualche settimana fa sono andata, per esempio, a visitare un immobile appena ristrutturato nella mia strada in vendita per 6 milioni di dollari…. 


San Francisco, Quartiere di Nopa/Alamo Square
Qual è il tuo quartiere preferito a San Francisco? E perchè?
Non perché ci abito, ma mi piace molto il mio quartiere: Nopa/Alamo Square. E’ tranquillo, ma allo stesso tempo interessante. Locali molto alla moda si affiancano a posti semplici per bere una birra o un tè al mattino senza troppe pretese. Ci sono case bellissime e mi piace perdermi per le strade per scoprirle: un  vero museo a cielo aperto!

Un cibo che hai conosciuto qui e di cui non riesci più a fare a meno.
Con certezza, al primo posto ci metto i dim sum/dumplings, una droga per me.
Ma San Francisco è anche la città dove puoi mangiare dell’ottimo cibo messicano, ma anche koreano (vado matta per il bibimpap!), birmano, peruviano, vietnamita, giapponese, cinese... etc. Da poco inoltre il mio fidanzato mi ha iniziato alla cucina cajun e creola: due cucine povere, originarie dello Stato della Louisiana che, semplificando, possono definirsi una miscela fra la cucina francese, spagnola, africana e dell'America nativa... un cibo non proprio leggero ma unico e assolutamente da provare!
San Francisco, Good Luck Dim Sum

Qual è la tua isola felice a San Francisco? Un'avventura divertente vissuta in città?
Non mi viene in mente nulla… forse perché tutti i giorni hanno in sé qualcosa di avventuroso: pensi di ordinare qualcosa al ristorante e te ne arriva un’altra o sbagli strada e ti sembra di poter riuscire a tornare a casa….
Un posto che mi piace è sicuramente Clement st./ Richmond district. Non vi è nulla di speciale, ma è un posto dove sto bene proprio perché mi sento circondata da persone normali (cinesi per la maggior parte) che lavorano… insomma una strada autentica e popolare dove guarda caso c’è anche il mio ristorante di dim sum preferito… 

Eh, pero' adesso io voglio sapere qual è questo ristorante!
Chiamarlo ristorante è forse un po’ troppo…. in Italia si chiamerebbe forse rosticceria. Insomma Good Luck Dim Sum è un posticino dove puoi ordinare i tuoi dim sum e consumarli ai tavoli posti nel retro. La fila alcuni giorni è scoraggiante, ma scorre abbastanza in fretta e la bontà e freschezza del cibo…. ripagano! 

Che cosa ti manca ora dell'Italia?
Non nascondo che dell’Italia adesso mi manca tutto: gli amici prima di tutto e la famiglia, ovviamente. Ma mi manca anche lo spirito degli italiani: gli americani hanno un sense of humor veramente basso e, per la maggior parte, sono piuttosto permalosetti!  

A cosa ti sembra di aver rinunciato venendo a San Francisco? E che cosa credi invece di avere guadagnato?
Venendo a San Francisco ho rinunciato al mio buon lavoro e agli affetti. Vi ho guadagnato un compagno (spero di vita) e l’idea di vivere in un posto incredibile e ricco, in questo particolare periodo storico, di tante opportunità.

Mi sembra quindi di poter dire che l'amore può essere una buona ragione per decidere di lasciare tutto e ricominciare da capo in un'altra parte del mondo... 
In bocca al lupo per la tua avventura, E.! 

Per quanto riguarda noi, se avete qualche domanda da rivolgere a questa nuova amica scoperta oggi, fatelo pure qui sotto: spero che E. possa essere desiderosa di rispondere ai vostri quesiti! 
Per la prossima intervista ci rivediamo il 10 gennaio del 2015: vi anticipo solo che sentiremo la voce di un uomo questa volta, il primo della serie! =)


lunedì 8 dicembre 2014

Clima natalizio a San Francisco su Amiche di Fuso

"Il Natale in California è diverso, diverso da un milione di punti di vista..."

Se siete curiosi di leggere il resto del mio racconto sul Natale a San Francisco, correte sul nostro sito Amiche di Fuso dove troverete il mio post di oggi dedicato appunto al clima natalizio in quel di San Francisco. 

Eccovi il link:

http://amichedifuso.com/2014/12/08/clima-natalizio-a-san-francisco/

Ci risentiamo il 10 gennaio per la seconda puntata della rubrica intitolata "Voci italiane a San Francisco": faremo una bella chiacchierata insieme ad una nuova interessante amica!

mercoledì 3 dicembre 2014

Piove, guarda come piove...

Che i californiani non siano abituati alla pioggia è più che evidente! 
Avete presente quando in Italia arriva la neve e le città (tutte tranne Trento e Bolzano dove si spara il sale preventivamente) rimangono bloccate? Auto ferme, traffico congestionato e tutti in ritardo... ecco, praticamente tutto questo avviene a San Francisco quando piove in una versione diciamo meno drammatica.

Non piove spesso da queste parti e negli ultimi anni ci sono stati gravi problemi di siccità che hanno coinvolto la California tutta. Quindi quando arriva la pioggia, ora come ora, è piuttosto benvenuta, anche se... crea dei grossi disagi, specialmente se piove per qualche giorno di seguito come nel caso di questa rainstorm (=tempesta di pioggia) che si è abbattuta su di noi dalla scorsa settimana. 
Le strade, assetate e impolverate da mesi, ricevono queste gocce d'acqua e le respingono immediatamente quasi non riconoscendo questo strano fenomeno. E così si formano imponenti rigagnoli che intasano gli scarichi. La metro stamattina, dopo tre giorni di pioggia, era bloccata proprio per l'acqua. Corse saltate, ritardi, i tram inevitabilmente affollati, tutti che si lamentavano per il servizio scadente... Su Van Ness South, che è una delle fermate più importanti di una delle linee principali, il traffico di tram e metro è stato rallentato dalle infiltrazioni d'acqua. E l'allarme si coglieva nel rigore con cui i conducenti davano le comunicazioni ai passeggeri. All'andata, in orario di punta, sono riuscita fortunatamente a salire sul tram in una delle ultime fermate in cui ha raccolto gente. Eravamo talmente pigiati l'uno contro l'altro che mi sono ricordava di quando usavo i mezzi in Italia per andare a scuola. Avevo come allora lo zaino del mio vicino conficcato nella schiena! :-/ E addirittura per diverse fermate non si è fatto salire nessuno. 
Al ritorno invece siamo stati fermi un bel po' a Powell Station, la fermata centrale, a guardare una flotta di dipendenti della Muni armati di vanghe e intenti a sgorgare i tombini proprio sotto ai binari e davanti ai nostri occhi. Nel frattempo, all'interno del tram venivano date comunicazioni sui ritardi e assicurazioni circa l'imminente partenza. 
Mi sono sentita "in pericolo" ma comunque in buone mani. E nessuno sembrava troppo preoccupato... 

Oggi mi aspetta un altro pomeriggio a casa col pupo! 
Trovare delle alternative alla stanza dei giochi della Maison Jaune in questi giorni di pioggia in cui non si può andare al parco (e di solito noi ci andiamo due volte al giorno!) è un po' difficile, ma non impossibile! Grazie ad una chat aperta su facebook tra le mamme italiane a San Francisco nel gruppo D.I.V.E. MAMME ho scoperto l'esistenza di un museo per bambini ad ingresso gratuito, il Randall Museum, che pare abbia un'area giochi perfetta per queste giornate piovose e anche una sala giochi coperta nell'Eureka Valley Recreational Center, sempre gratuita, poco distante da qui. Pensate, adesso ho persino l'imbarazzo della scelta!  

Eppure trovo inoltre che tutte queste nuvole che coprono quel cielo che siamo così abituati a vedere costantemente azzurro diano un aspetto più reale a questo paesaggio che fa da sfondo alle mie giornate. Quindi ora diventa che io, la donna metereopatica per eccellenza, ho cominciato ad apprezzare la pioggia qui dove non piove praticamente mai! Strana la vita, vero? 
Del resto, per citare una frase che leggevo proprio ieri: Life is a rainbow. You need both the sun and the rain to make its colors appear (= la vita è un arcobaleno. Hai bisogno sia del sole che della pioggia per fare apparire i suoi colori). Quanta verità in così poche righe!   

domenica 30 novembre 2014

La banca del tempo tra mamme

Circa sette mesi fa incontrai Ro tramite una blogger-amica che avevo conosciuto circa un anno e mezzo prima. Andai all'incontro con queste due ragazze italiane insieme a Tegolina che aveva più o meno 4 mesi e Ro era quasi alla fine della sua gravidanza. Avevamo diverse cose in comune: entrambe dottorate in Italia e appassionate di studi umanistici, entrambe ancora in qualche modo legate al mondo dell'università, entrambe in contatto a San Francisco con lo stesso ospedale, gli stessi medici, le stesse infermiere ed entrambe più o meno pronte a cimentarsi con una nuova vita da mamma. Così, anche se ci stavamo incontrando per la prima volta quel giorno, pareva avessimo molto di cui parlare... 

Diversi mesi dopo, quindi dopo che Ro aveva dato alla luce la sua splendida bambina, la ricontattai per chiedere il suo aiuto: pensando a qualcuno che potesse revisionarmi un paio di testi in inglese da rispedire in fretta, mi venne in mente proprio lei. Ro si dimostrò subito disponibile e letteralmente corsi a casa sua. Mentre rivedeva i miei testi nella sua cucina, io mi presi cura in salotto della sua Gufettina che vedevo per la prima volta. Lasciatemi dire a questo punto che la Gufettina, che all'epoca aveva meno di cinque mesi, è proprio una bimba speciale: simpatica, sorridente e tanto, tanto dolce... insomma, lei è una di quelle bambine adorabili con cui stai volentieri sin dal primo istante!
Quando ringraziai Ro per il tempo che mi aveva dedicato, mi disse una cosa che mi colpì molto. Mi disse: "Beh, se non ci si aiuta tra mamme... tra mamme umaniste poi..." Quelle parole rimasero incise nella mia mente probabilmente perché le trovai da subito estremamente vere. Entrambe sappiamo bene che cosa significa prendersi cura di un figlio quando amici e famiglia sono lontani e sappiamo anche che cosa significa avere delle scadenze da rispettare in un lavoro che richiede impegno fisico e mentale anche fuori dagli orari d'ufficio. Quindi ci capimmo e piuttosto in fretta direi... 

Ci siamo riviste poi ad un incontro organizzato ad Alamo Square tra mamme italiane, con bimbi piccoli al seguito. Alla fine di quel pomeriggio di giochi e chiacchiere, rientrando insieme verso casa, lei mi propose di dare vita ad una banca del tempo tra di noi. Fui subito entusiasta del progetto! 
In che cosa consiste la nostra banca del tempo?
In pratica, per un pomeriggio a settimana io mi prendo cura di Tegolina e della Gufettina alla Maison Jaune e Ro mi restituisce il favore occupandosi dei due bimbetti a casa sua in un altro pomeriggio della stessa settimana. In questo modo ognuna ha settimanalmente circa 4 ore a sua disposizione per fare ciò che vuole: lavorare, scrivere, studiare, fare compere, dormire, andare ad una seduta di agopuntura

Sono tanti i vantaggi di questo sistema: si attua una sorta di baratto delle ore che mettiamo a disposizione l'una dell'altra e, in pratica, risparmiamo i soldi della babysitter. 
Ma non solo! 
Quando lascio Teg per qualche ora da Ro, mi sento davvero tranquilla perché so che è in buone mani, so che va d'accordo con la Gufettina e quindi immagino si divertirà con lei in un ambiente che, tra l'altro, gli è più familiare della casa della babysitter dove è stato più di una volta. Inoltre mi sembra che Teg viva la separazione da me con meno spaesamento e credo che questo sia dovuto essenzialmente al tipo di rapporto che esiste tra me e Ro, un rapporto di amicizia, che Tegolina riconosce sicuramente come tale. In più, per me non ci sono i sensi di colpa legati ai soldi che spenderei per quelle stesse ore con la babysitter magari "solo" per avere un po' di tempo da dedicare a me stessa una volta a settimana e non ci sono nemmeno i magoni collegati all'idea di lasciare che sia una "sconosciuta" ad occuparsi di mio figlio, anche solo per qualche ora. Vi parlavo di questo in un articolo su Amiche di Fuso qualche settimana fa. 
Quello che prendo da Ro, in termini di ore ma anche di affetto verso i nostri bimbi, lo restituisco a mio modo e questo mi fa stare bene, non mi fa sentire in debito con lei e mi invoglia a continuare, vedendo anche quanto bene stanno insieme Tegolina e la Gufettina che sembrano amici di vecchia data!! 

Gestire due bambini così piccoli allo stesso tempo non è facilissimo. 
Quei 6 mesi di età che separano Tegolina da Gufettina un po' ci aiutano a poterli gestire meglio che se fossero coetanei, anche se a volte capitano dei momenti particolarmente difficili in cui entrambi vogliono mangiare/dormire nello stesso istante e questo inevitabilmente genera una crisi comunitaria. I pupi piangono, Teg mi si appende al collo mentre tengo in braccio la Gufettina e io mi trovo a cercare di consolarli insieme, anche se in quella situazione viene da piangere anche a me! 
Non è semplice insomma ma devo anche dire che sinora ce la siamo sempre cavata. A volte è bastato portare uno dei due in un'altra stanza per farlo dormire, giocare o mangiare, mentre l'altro/a già dormiva. Altre volte invece è stato necessario assumere le sembianze della Dea Kalì e offrire il biberon alla Gufettina dando la merenda a Teg sul suo seggiolone. Una volta superato il dramma, i pomeriggi sono scivolati via velocemente e di essi mi sono rimasti più che altro nelle orecchie (e nel cuore) le loro risate generate dalla sottoscritta che si diverte a fare la cretina per loro! 
Spesso siamo anche riusciti a raggiungere tutti e tre uno dei parchi vicini a casa, Tegolina sul suo super bolide rosso fiammante e la Gufettina portata da me nel marsupio, cosa che è riuscita a fare anche Ro. 
Si sa, portarne due al parco è sempre piuttosto impegnativo, ma stare all'aria aperta ci rende felici e così persisto...     

So che non siamo né le prime né le uniche mamme al mondo ad aver messo in atto una banca del tempo di questo tipo. Spero anzi che ce ne siano tante, in Italia e fuori dall'Italia... 
Ho voluto condividere questa esperienza semplicemente per offrire uno spunto di riflessione sul potere del tempo messo a disposizione di qualcun altro e specialmente per far circolare un'idea che trovo bella e sensata e che spero sinceramente possa essere presa in considerazione da molte altre persone! 
Come dice la mia amica: "Se non ci si aiuta tra mamme..."   


domenica 23 novembre 2014

Lezioni di musica per bambini a San Francisco

Essendo entrambi amanti della musica, abbiamo voluto trasmettere a Tegolina questa nostra passione e così, sin da quando era nella pancia di mamma, si è goduto concerti live della Symphony Orchestra di San Francisco e ha ascoltato musica, dimostrando sin da subito una certa ammirazione per Mozart, poi confermata una volta venuto al mondo.  
Quando il suo papà suona il pianoforte, lui lo ascolta e si diverte a suonare i tasti insieme a lui, seduti entrambi sulla panca.
E non appena è riuscito a stare seduto da solo, gli abbiamo anche preso degli strumenti musicali suoi: un triangolo, delle maracas, delle nacchere, uno xilofono, un cembalo e un tamburo, tutti acquistati in un negozio specializzato per una sessantina di dollari in totale. Soldi ben spesi - dai nonni che hanno finanziato il progetto! - e lo dico vista la costanza con cui ci gioca. 


Volevamo pero' anche fargli frequentare delle lezioni di musica vere e proprie e così, di recente, ci siamo messi alla ricerca di una scuola a San Francisco che ne organizzasse per i più piccini. Che sorpresa nello scoprire che esistono più classi per i bimbi dagli 0 ai 18 mesi! 
Non abbiamo ancora scelto la scuola in via definitiva. Sinora ne abbiamo viste due dove abbiamo partecipato a delle lezioni prova gratuitamente: Music Together, che ha più sedi in città e Gymboree Play & Music che si trova invece nella zona sud-ovest. 
Non avete idea di quanto siano state diverse queste due esperienze!!
E io che pensavo: "Che differenze vuoi che ci siano tra due lezioni di musica per bambini così piccoli?! Si tratterà semplicemente di sensibilizzare i bambini alla musica!" 
Quanto mi sbagliavo...

In entrambe le scuole siamo potuti rimanere entrambi con Tegolina durante la lezione. Da Music Together pero', che abbiamo scoperto grazie a Marica, siamo stati subito incoraggiati dall'insegnante a partecipare attivamente alla lezione, cantando, battendo le mani e lasciandoci coinvolgere dalla musica... questo con l'idea che un bambino così piccolo filtra il mondo e le sue esperienze attraverso i propri genitori, i quali costituiscono in qualche modo lo specchio delle sue reazioni. 
La maestra durante la lezione ha cantato, mimato, suonato la chitarra e il flauto traverso ed è riuscita a rendere partecipi i bambini (erano circa una decina), oltre che con la sua espressività, anche con i tamburi, i cembali, i campanelli e delle sciarpette di velo colorato. Tuttavia, all'inizio della lezione l'insegnante ci aveva anche detto di non preoccuparci se nostro figlio si sarebbe distratto, magari allontanandosi per esplorare gli spazi che per lui erano del tutto nuovi: "Sentirà in ogni caso la musica visto che non si tappa le orecchie!". E questo ci ha fatti sentire sicuramente più a nostro agio quando Teg ha cominciato a gattonare di qua e di là, guardandosi allo specchio e dirigendosi verso l'uscita. 
Nel frattempo si cantava, tutti in cerchio, da seduti e poi da in piedi, muovendosi attraverso la stanza. I bambini partecipavano attivamente, suonando insieme il tamburo al centro e aiutando di volta in volta la maestra a riporre gli strumenti nello sgabuzzino. E quanto si divertivano ad aiutare, Teg compreso, che si appoggiava ai contenitori per muovere i suoi passi circondato dagli altri bimbi!
La lezione è scivolata via veloce e noi siamo stati più che soddisfatti.  

Ieri siamo stati da Gymboree che originariamente nasce come un negozio di vestiti e articoli per bambini molto famoso negli States. Per guadagnare evidentemente qualche soldo in più vengono organizzati dei corsi a pagamento per i bambini durante la settimana e ci sono anche dei corsi di musica. 
Ora, io non so se siamo capitati male noi, se abbiamo incontrato un'insegnante particolarmente inetta o se le nostre aspettative dopo Music Together erano troppo alte, fatto sta che l'impressione che ho avuto è stata pessima... 
Tegolina da Gymboree Play & Music
Appena arrivati, sono stata piacevolmente colpita dalle etichette personalizzate per ogni membro della famiglia, dai tappeti nuovi nella saletta, dalla musica diffusa nella stanza, dal proiettore che mostrava le parole delle canzoni sulla parete. Mi sono sembrati ben organizzati! Durante la lezione ho visto uscire dai mobiletti tamburi nuovissimi, cembali, palle di varie forme e colori, sciarpee, luci colorate, bolle... tutto era estremamente accattivante per gli occhi e musica e gioco si mescolavano insieme... ma l'ambiente è rimasto freddo e poco accogliente per tutta la durata della lezione. 
L'insegnante, a mio parere, sapeva ben poco di musica e di bambini: leggeva le parole delle canzoni proiettate stupendosi di quanto fossero corte in alcuni casi (quasi come se le stesse leggendo per la prima volta!), si dimenticava le parole, sbagliava le intonazioni, andava e veniva per andare a prendere gli strumenti e i giochi lasciando quindi moltissimi momenti di vuoto tra un'attività e l'altra durante i quali noi genitori ce ne rimanevamo seduti in cerchio insieme ai bambini (3 famiglie in tutto). Ma ciò che mi è sembrato ancora peggio è stato l'invito rivolto a noi adulti di tenere in braccio i bambini per ripetere a specchio i movimenti che lei faceva fare ad un pagliaccio seduto in grembo. Un pagliaccio che, tra l'altro, a me ricordava il protagonista del film "IT", non so se avete presente... angoscia! 
La ciliegina sulla torta è stata piazzata alla fine della lezione quando l'insegnante mi si è avvicinata per sapere se quindi avevamo deciso di iscrivere nostro figlio al suo corso. Lodava Teg per quanto era stato bravo nella sua prima lezione insistendo sul fatto che sicuramente gli sarebbe piaciuto continuare. Mi è sembrato di avere davanti una rappresentante disperata che cercava di farmi comprare il suo prodotto. Ovviamente, dopo questo, ce ne siamo andati via... a gambe levate!

Mi chiedo se siamo stati sfigati noi e a Gymboree abbiamo incontrato una persona incapace oppure se abbiamo semplicemente visto due approcci diversi nella sensibilizzazione dei bambini alla musica. Perché l'impressione che ho avuto, vedendo queste due realtà, è che abbiano davvero una diversa politica... 
Rimane pero' che per sensibilizzare dei bambini alla musica mi sembra sia assolutamente necessaria in chi insegna - ed educa alla musica questi bambini - una certa sensibilità per la musica da un lato e per i bambini dall'altro

E voi? Qual è la vostra esperienza? Ce la volete raccontare? 

domenica 9 novembre 2014

Voci italiane a San Francisco # 1

Di blogger italiani che scrivono da San Francisco ce ne sono almeno cinque o sei, che io sappia, e qualche anno fa ci siamo pure incontrati per un pranzo organizzato proprio dalla sottoscritta. 
Ma di recente sono stata colpita dall'incontro con altri italiani che per un motivo o per un altro attualmente si trovano in città e pur vivendo vivendo una vita sanfranciscana non hanno un blog nel quale raccontarla. Mi sono detta: perché non iniziare una rubrica che faccia parlare questi italiani approdati a San Francisco?
E così, eccomi qui ad introdurvi a questa nuova avventura che mi aspetto porti nuove storie da leggere e di cui appassionarsi e nuovi punti di vista su quella che ormai considero la mia città d'adozione. 

Lascio allora la parola a Costanza, una simpatica ragazza napoletana che la scorsa estate mi contattò via mail per avere qualche dritta sul quartiere nel quale alloggiare durante la sua permanenza a San Francisco. Ci fu uno scambio di email e poi un incontro reale che fece sbocciare in me il desiderio di dare spazio nel mio blog a questi italiani oggi a San Francisco...

Che cosa ti ha portato in questa parte di mondo, Costanza?

Suona strano, lo so, ma non ci sono motivazioni lavorative alla base di quest’avventura: un giorno di poco più di un anno fa, stanchi della vita nella nostra città (e nel nostro Paese…), con il mio fidanzato abbiamo cominciato ad immaginare una breve fuga in Nord America (all’inizio anche il Canada era una possibilità), per sperimentare un modo di vivere diverso e provare a vedere se ci potesse essere un posto per noi… Il periodo di tempo che ci siamo concessi, ovvero che ci consentisse di non dover mollare lavoro, casa, etc., ma di metterli in “stand by”, è stato di 3 mesi. La scelta di San Francisco, infine, è avvenuta in maniera molto naturale: volevamo una città sulla costa, una dimensione più americana e meno europea possibile, e un clima mite. Poi c’è da aggiungere che è da quando, bambina di 6 o 7 anni, ascoltavo il 45 giri di Scott McKenzie che sogno di venire in questa città!

San Francisco è la prima città americana che visiti o ce ne sono state altre prima? Che differenze hai notato?

Due estati fa abbiamo fatto un piccolo giro sull’altra costa, da Boston a New York. Mi è venuto spontaneo paragonare San Francisco a New York, che mi è molto piaciuta, e personalmente trovo grandi differenze, soprattutto rispetto alla vivibilità: New York è una città che ti mette in movimento, ti comunica molta energia, ma contemporaneamente molto stress; ho trovato invece San Francisco e i suoi cittadini molto più rilassati. Dopo la prima giornata a New York ero esaltata, ma avvertivo anche una specie di “ansia di prestazione”. Dopo la prima giornata a San Francisco ero a mio agio e mi sentivo felice, a parte il terrore di non trovare casa per i successivi 2 mesi, ma questa è un’altra storia…. 

Che impressione ti ha fatto San Francisco? è stato amore a prima vista?
Sì, posso dire che è stato amore a prima vista. Mi ha spiazzato, perché il primo posto che ho visto è stato Mission, poiché avevamo preso casa a Valencia Street, e lì si respira un’aria decisamente sudamericana, che mi ha conquistato subito, ma non era ciò che avevo immaginato di San Francisco. Poi abbiamo fatto un giro per le strade ad ovest di Valencia (nei quartieri di Castro e Noe Valley) e la bellezza delle case vittoriane o simil tali, i loro colori, la costante presenza di verde, il contrasto con il cielo blu mi hanno fatto definitivamente innamorare.
San Francisco vista dal quartiere di Bernal Heights

Una volta arrivata qui, che cosa ti ha stupito maggiormente? Raccontaci 5 dei tuoi cultural shock!

Non so se si tratti di veri e propri cultural shock, poiché per ora credo di essere ancora in piena fase honeymoon, ma degli “stupori” rispetto a modi diversi di comportarsi e affrontare la vita ci sono sicuramente stati.
1.     la socievolezza: i sanfranciscani ti rivolgono la parola per strada, nei bar, davanti ad un monumento, con una semplicità disarmante, che all’inizio, da buoni napoletani, scatenava la nostra diffidenza: “cosa vorrà da me??”. E dopo poco abbiamo capito che in linea di massima non vogliono niente, sono solo curiosi e spontanei.
2.      la libertà di espressione: qui sembra davvero che ognuno possa scegliere come essere e cosa fare senza preoccuparsi del giudizio altrui. Dalla scelta superficiale di cosa indossare, o NON indossare (sì, a Castro è frequente incontrare uomini vestiti soltanto di un cono che copre le grazie o, in giornate speciali, nemmeno di quello) a quella più profonda di scegliere una vita da broker rampante o da hipster girovago.
3.     il vero senso di appartenenza ad una comunità: ci si dà da fare seriamente e con naturalezza per la propria città e per il proprio quartiere. E’ abbastanza frequente incontrare volontari che puliscono le spiagge, partecipano attivamente alle iniziative della Biblioteca Cittadina o danno una mano alle street fair (che durante l’Indian Summer vengono organizzate tutti i weekend in più parti di San Francisco). La città è dei sanfranciscani e loro vogliono davvero che tutto funzioni e sia vivibile.
San Francisco, Lands End
4.     la presenza della natura, del “selvatico” oserei dire, in città: nella Baia vedere delfini e leoni marini è praticamente all’ordine del giorno; nel parco cittadino (il Golden Gate Park) ci sono le sequoie e un recinto con i bisonti; passeggiando per un sentiero di Lands End (un altro parco, situato nella punta a nord-ovest della città) abbiamo incontrato un coyote; un paio di volte abbiamo visto volare una cicogna sopra di noi…. devo continuare?
5.     la facilità di trasformare una propria passione in business: non che ci abbia provato, ma la sensazione è che ci siano meno paletti legali/amministrativi da superare per “vendere qualcosa”, basti pensare al fatto che si può usare Square per far pagare con carta di credito tramite il proprio iPhone.

Hai assaggiato qualcosa che ti ha solleticato il palato?

A San Francisco ci sono moltissimi ristoranti asiatici e messicani, ed ho sicuramente adorato sia i dim sum sia le taquerie. Per quanto riguarda la cucina americana, invece, ho molto apprezzato i loro brunch, con piatti a base di uova e drink Mimosa (non conoscevo le famose uova alla Benedict, che sono buonissime e vorrei imparare a cucinare), e anche i ristoranti di cucina californiana “new”, ovvero le contaminazioni europee, soprattutto francesi, delle ricette americane.

Un'avventura divertente vissuta a San Francisco?

Quando abbiamo ricevuto risposta per la casa dove saremmo voluti stare, sono iniziati due giorni in cui alternavamo una fitta corrispondenza con l’intermediario a spedizioni alla banca per racimolare i soldi che avremmo dovuto consegnargli in contanti. A casa sua con il “malloppo” (era sabato pomeriggio e lui non era più in ufficio), si sono susseguite una serie di scene surreali: dal mio intascare il suo ID scambiandolo per un biglietto da visita, al suo contare i soldi seduto per terra in salotto mentre noi conversavamo amabilmente con la sua compagna in un pastiche di italiano, inglese e spagnolo; alla candida esclamazione del mio compagno Marco, una volta usciti di lì, “certo che è stata proprio una truffa perfetta”. La sua era una battuta (lecita, visto che in mano non avevamo che un foglio di carta con su scritte a penna un paio di frasi sull’avvenuto pagamento), ma quando dopo un paio d’ore l’email con cui l’intermediario avrebbe dovuto metterci in contatto con la proprietaria di casa, e che aveva promesso di scriverci entro 20 minuti, non arrivava e googlando su di lui abbiamo trovato che era un “habitual craigslist abuser”; e ancora quando non rispondeva né a telefonate né a sms (lui che era stato sempre celere a risponderci durante i 2 giorni precedenti), il terrore si è impossessato di noi...
Ovviamente tutto si è risolto per il meglio: ancora una volta la paura era frutto della nostra diffidenza (italiana?) e i giorni successivi ogni tanto scoppiavo a ridere improvvisamente pensando alla scena di noi due bianchi e tremanti davanti alla pagina di Google che attestava il fatto di essere stati imbrogliati…

Che cosa suggeriresti di fare a un turista che arriva in città? Che cosa ritieni sia imperdibile?

I miei suggerimenti si discostano molto da quello che un turista può trovare su una guida di viaggio, poiché i posti che ho più amato a volte non sono nemmeno citati… Secondo me la città va conosciuta passeggiando per i suoi quartieri, fermandosi nei parchi, che sono frequenti ovunque, e nei café, dove una sosta per uno spuntino è molto piacevole ed anche abbastanza economica (considerando quanto è generalmente cara San Francisco).
In quest’ottica consiglierei delle passeggiate a Mission e il suo Dolores Park, a Bernal Heights con l’omonimo parco e Holly Park, a Height Ashbury ed Alamo Square, a Castro e Corona Heights, e nella zona del Duboce Park. 
San Francisco, Duboce Park
Poi consiglierei una passeggiata ai Sutro Baths e a Lands End, dove si trova il mio posto preferito (almeno finora), ovvero una caletta incantevole lungo il Costal Trail difronte al Mile Rock Lighthouse. Infine sono imperdibili il Golden Gate Park,  Fort Point, da cui il Golden Gate Bridge offe il suo profilo “classico” (quello del film Vertigo per intenderci) e Ocean Beach, un’immensa spiaggia con onde alte e attraenti.

Per quella che è la tua esperienza, a che cosa ti sembra di aver rinunciato venendo a San Francisco in questo periodo? E che cosa hai guadagnato?

Sarò cinica, ma non sento di aver perso molto. Mi sono certamente mancati gli affetti più cari, ma, trattandosi di un periodo limitato, non è stata una vera e propria rinuncia. Ho guadagnato, invece, libertà, orizzonti più ampi (banalmente), la consapevolezza di dovermi lanciare in avventure più definitive e anche un paio di nuovi amici.

Che cosa ti lascia questa esperienza all'estero?

Un grande amore per San Francisco, il desiderio di tornarci, e anche di esplorare altre città americane, e poi la ferma decisione di conservare la carica di vitalità ricevuta da questa esperienza.

Grazie Costanza, grazie per aver averci parlato di te e della tua avventura a San Francisco.

A voi lettori dico invece che questa rubrica intitolata "Voci italiane a San Francisco" uscirà il 10 di ogni mese. 
Nella prossima intervista di dicembre conosceremo un'altra persona interessante che è già pronta a raccontarci la sua storia!
Alla prossima


martedì 4 novembre 2014

ONE - Un anno di TE...G


E oggi, signori e signore, Tegolina compie un anno!!! 

Un anno?!!
Sì, un anno. Proprio un anno...
Un anno?!! (Oddio, no, non so mica se ce la faccio). 

Faccio davvero ancora tanta fatica, non solo a crederci, ma a realizzarlo... a realizzare che un anno fa, ora come ora, ero nel pieno del travaglio e alle 10.57 am (PT, che sta per Pacific Time) avrei partorito un cicciottone di 5.3 kg, lungo 57 cm. Lo scrivo, lo riscrivo... mi sa che lo sto ancora processando. 
Teg, sembravi un bambino di un mese e mezzo di età, vista la stazza... e per questo io per la prima volta ti vidi nell'iphone. Giuro! Nell'iphone di papà! E ancora oggi benedico la tecnologia che mi ha permesso di vederti appena uscito o quasi... 

Questa è una storia che Teg si sentirà ripetere tante e tante volte ancora, una storia che ora, a ricordarla - e quindi a scriverla - mi viene da ridere... ma lì per lì, non fu affatto divertente, anzi. 

Tutto avvenne in sala parto. 
La chirurga, che mi aveva assicurato che sarei stata la prima a vedere Tegolina dopo il cesareo, tentò di sollevare Teg oltre quella sorta di tenda che mi impediva di vedere la parte splatter del parto, ma lui era talmente grosso e pesante che la dottoressa non ce la fece proprio: lo sollevò, ci provò diciamo, ma riuscì ad alzarlo talmente poco che io vidi solamente uno spicchietto della parte superiore della testa che era coperta da una folta chioma nera. 
Ricordo che gridai: "Non l'ho visto! Non l'ho visto! H-e-i, n-o-n l'h-o v-i-s-t-o!!!". 
Ma nessuno poteva capirmi dentro quella stanza... nessuno tranne mio marito, il quale allora corse verso il tavolino dove il pediatra e le ostetriche stavano facendo i primi controlli su Teg e scattò una foto col telefono per portarmela. 
Vidi quindi Teg per la prima volta sull'iphone... nella prima foto che gli fu scattata. 
E solo diverse ore dopo, riuscii a tenerlo in braccio, a stringerlo forte a me come avrei voluto fare appena è nato. 

Non dimenticherò mai il momento in cui arrivò nella mia stanza avvolto in quel lenzuolo di flanella che aveva disegnate tante piccole orme di piedini colorati. 
Ricordo quella stanza illuminata dal sole e ricordo il suo arrivo, nella luce.

Non riesco a credere sia passato un anno da quel momento, eppure guardo Tegolina e vedo quanto è cresciuto, quanto è cambiato da quel fagottino cicciotto che dormiva tutto il giorno... 
I suoi capelli sono cambiati e adesso sono sottili fili dorati tra i quali le mie mani si perdono a volte, abbandonate al ritmo delle carezze che non smetterei mai di fargli; le sue mani sono cambiate, si sono fatte grandi e forti, e quando hanno paura, stringono forte le mie con una presa che mi dà un coraggio da leone; i suoi piedi sono cresciuti e lo sostengono nelle sue esplorazioni del mondo fatte appoggiandosi a qualunque sostegno disponibile; i suoi occhi sono cambiati, ora guardano lontano e sono così profondi che ogni tanto mi ci perdo dentro nell'osservare tutte le loro sfumature, i colori che hanno adesso e quelli che sembrano poter avere... mi parlano del bambino che è oggi e dell'uomo che un giorno sarà.
Auguri piccolo mio, 
auguri per questo tuo primo compleanno e per questo primo anno di vita! Mi sento fortunata, sfacciatamente fortunata, ad averti qui con me e ti seguo con gioia nel tuo peregrinare per il mondo, spinto dalla tua curiosità e dal desiderio di scoperta: spero tu possa far crescere insieme a te queste doti, ma soprattutto spero tu possa essere sempre presente a te stesso e spero che questo ti permetta di goderti ogni istante della tua vita.
Buon compleanno, Teg! 

sabato 1 novembre 2014

Halloween: una festa americana che mi ha contagiata!

Da quando ci siamo trasferiti in California abbiamo cominciato a festeggiare Halloween. E dopo quest'anno, che siamo al secondo giro, posso tranquillamente dire che questa è la mia festa preferita in assoluto, dopo il Natale!
A San Francisco, già da agosto, cominciano i preparativi e nei negozi compaiono le prime decorazioni: del resto, è una festa particolarmente sentita a cui grandi e piccini sono molto affezionati! 
E ieri l'atmosfera che si respirava qui, nonostante la pioggia che nella mattinata aveva preoccupato un po' tutti, era quella di sempre: un misto di eccitazione e curiosità a cui non si riesce proprio a resistere!
Nel tardo pomeriggio ci siamo avviati verso il quartiere di Cole Valley che è una delle mete predilette ad Halloween dai sanfranciscani, e ora ho anche capito perché. Belvedere Street era stata bloccata al traffico per diversi isolati e c'era davvero tanta, tanta gente in costume. 
Noi, ovviamente, non ci siamo tirati indietro dal travestirci e, guidati da un pericolosissimo draghetto verde pronto a inforcare il suo triciclo pur di arrivare al più presto alla festa, ci siamo uniti alla folla come un'allegra famiglia di draghi alla ricerca di dolcetti. 
Una bella zucca di plastica sotto al braccio per raccogliere il bottino "di Tegolina" e via (in realtà i dolcetti se li sono pappati mamma e papà appena il pupo se n'è andato a dormire! :). 
A fine serata eravamo soddisfatti, anche se a suon di dolcetto o scherzetto abbiamo conquistato un po' troppi cioccolatini ripieni di peanut butter (=burro d'arachidi) per i miei gusti... Mi lamento pure, vedi che ingrata!
San Francisco, quartiere di Cole Valley
Ma torniamo a Cole Valley. 
Le case che si affacciano su Belvedere Street sono davvero eccezionali: si tratta principalmente di case singole, che per l'occasione erano state decorate a tema. Ho visto per esempio un'incredibile casa a tre piani trasformata in una nave pirata. Un'altra casa era abitata da tanti di quei fantasmini illuminati che improvvisamente s'era fatto giorno! E poi c'erano tante altre splendide case con addobbi incredibilmente originali: gatti gonfiabili piazzati in giardino che giravano la testa da una parte all'altra (e facevano proprio paura!), ragni giganti che scendevano improvvisamente dagli alberi (ed era un bambino a farli finire sulla testa dei passanti!), lapidi e tombe aperte di fronte alla porta di casa e chilometri di ragnatele.
San Francisco, decorazioni e costumi nel quartiere di Cole Valley
Di straordinario poi ho visto delle zucche intagliate da quelli che si possono davvero considerare dei veri e propri scultori: ne vedete una proprio nella foto qui accanto, in basso a sinistra. 
E poi che dire dei costumi? C'erano scheletri, principesse, zombie, dinosauri, cow-boy con il cavallo incorporato al costume, infermiere, personaggi dei fumetti vari, super-eroi e super-eroine. 
Sicuramente tra i più originali vi erano la medusa e la bambina vestita da mac and cheese che vedete sempre in quest'ultima foto. 

Insomma, quella di ieri è stata proprio una bellissima festa che ha coinvolto grandi e piccini. Per me poi è stato anche il primo Halloween con Tegolina e quindi mi resterà nel cuore come un ricordo davvero speciale... ma credo sinceramente che molti dei bambini presenti la ricorderanno come una serata piena di allegria.
video

   

martedì 28 ottobre 2014

È nata!!!

Sono emozionata, eccitata, felice nello scriverlo. 

Oggi, in quel di Bari, è nata una piccola dolce principessa con due belle guanciotte tutte da baciare e un adorabile nasino a patatina, che adesso se ne sta lì a dormicchiare al calduccio, riposandosi dopo tutte queste ore di travaglio.
Non è una bambina qualunque: è la figlia di mia cugina, una cugina che per me è sempre stata come una sorella. 
E adesso, la stessa cugina che da bambine non riusciva a dirmi di no quando insistevo per dormire nella stessa stanza insieme, da sole io e lei, e scivolava in camera dei suoi appena io mi addormentavo... ora è diventata mamma e ha una creatura da stringere tra le sue braccia [...].

Quando ieri mattina ho saputo direttamente da lei che era partito il travaglio, mi sono agitata. Non riuscivo più a fare niente. Ero attraversata da un milione di sentimenti contrastanti che sono ancora qui, a dire la verità. 
E durante il giorno pensavo continuamente: "Io sono a San Francisco, dall'altra parte del mondo, e mia cugina sta dando alla luce sua figlia, SUA FIGLIA!" 
L'immagine che ho ancora in mente è quella di un mondo che si è fermato ieri, ovunque, tranne che a Bari dove invece la vita andava avanti per portare vita nel mondo... 
E dopo tante ore di silenzio ieri sera mi decido a scrivere a mio cugino per chiedergli se si hanno nuove dall'ospedale e poco dopo mi arriva una frase breve che aveva tutto il sapore dell'attesa premiata ed era accompagnata da una foto di una cucciolina avvolta nelle coperte di cotone dell'ospedale. Le noto subito perché sono diverse da quelle che si usano qui in America, da quelle che hanno avvolto Tegolina appena nato... E subito mi appare evidente quanto l'esperienza della nascita sia unica nel suo genere, quanto sia diversa da donna a donna. Ogni donna ha la sua e adesso anche mia cugina è passata da questa parte, passando attraverso questa porta da cui esci diversa, da cui esci mamma. Un passaggio da cui non si torna più indietro, che ti cambia per sempre. Ma che ti spinge a guardare avanti. 
Per me c'è stato un momento durante il travaglio in cui vita e morte si sono sfiorate, ed io ero lì, nel mezzo, stordita dalla nebbia e dal rumore di quella tormenta che mi offuscava la vista accendendomi i sensi. Quello per me è stato un momento chiave, è stato il momento in cui sono passata a questa nuova vita ed era quasi un anno fa.  Così come un anno di vita separa me e mia cugina, un anno separa adesso anche i nostri figli... e mi viene da piangere a scriverlo perché ripeto: sono tante le emozioni forti che si sono affacciate alla mia finestra in queste ore.

E adesso sono qui con una voglia matta di correre all'ospedale e vedere questa bambina che è arrivata nel mondo e abbracciare forte mia cugina, una nuova mamma che è nata oggi insieme alla sua bimba. 

Cugì, sono felice per te, per voi, e per questa piccola che ha una mamma meravigliosa che la riempirà di baci e di affetto. 
Vi voglio bene, tanto!
Sabina

giovedì 23 ottobre 2014

Dal dottore a San Francisco

Andare dal dottore, anche in Italia, mi ha sempre messo un po' d'ansia, a meno che non si trattasse di un passaggio rapido per un certificato sportivo o qualcos'altro di indolore. 
Del resto, quante volte avevo sentito storie di persone che andavano ad un controllo e poi scoprivano di avere una malattia grave...  
Provate quindi ad immaginare che cosa possa significare per me andare dal dottore qui a San Francisco dove la lingua che viene parlata non è nemmeno la mia lingua madre. Vi assicuro che anche una laurea in lingue e letterature straniere non aiuta a far passare il timore di non sapere spiegare esattamente i sintomi che si hanno e soprattutto di non capire che cosa ti viene detto dal medico in persona!
La prima volta che sono stata dal dottore qui in California, è stata un'esperienza memorabile: abbiamo scoperto che saremmo diventati genitori di lì a pochi mesi. E se ci ripenso, sorrido ancora ripensando a quella scena. Noi due lì, dentro a quella stanzetta minuscola che aspettiamo il dottore poco dopo l'esame delle urine. Il medico bussa, apre la porta ed entra gridando con un sorriso a trentadue denti "Congratulations!!!". Noi ci guardiamo perplessi senza capire che cosa ci stesse dicendo quell'uomo (adesso penso che probabilmente fingemmo di non aver capito, increduli per quella notizia che ci era stata annunciata con quella sola parola: "Congratulations!"). A nostra discolpa posso solo dire che siamo italiani e mica sapevamo che qui basta dire un "Congratulations" per dire "Hei, sei incinta! Sai che presto avrai un cucciolotto da accudire?". 
Sebbene fossimo rimasti spiazzati da quella parola (e sicuramente anche dall'idea di diventare mamma e papà), il dottore non se ne accorse e andò avanti con i suoi discorsi e con la visita. Solo ad un certo punto, mio marito ebbe il coraggio di interromperlo e di chiedere esplicitamente: "Scusi, ma siamo incinti?". Il dottore si fermò basito. Capì che ci aveva persi molte parole fa... e così lo disse chiaramente: "Sì, siete incinti". 
E silenzio fu... un silenzio così pieno di parole, che non furono mai dette [...].
Questo vuole essere solo un esempio, un esempio anche divertente mi sembra, che spiega quanto il parlare una lingua diversa possa costantemente creare delle situazioni in cui proprio non ci si capisce. Vero è che basta solo qualche domanda in più per far capire che non si è capito. Ma c'è anche da dire che ci sono americani che a quel punto ripetono esattamente quello che avevano detto prima, utilizzando esattamente le stesse parole - e quindi se tu non conoscevi il significato di una o più parole dette, sei punto e a capo e sarai costretto a chiedere altre spiegazioni se non vorrai fingere di aver capito. Ma ci sono anche americani - e Dio ce li abbia in grazia - che cercano un modo diverso per esprimere lo stesso concetto, facilitando la vita di noi poveri italiani alle prese con una lingua che non è la nostra.
Insomma, ogni visita medica in California porta con sè non solo il timore del "verdetto finale", se così si può definire, ma anche la paura di una mancata comprensione.  Certo è che questo non mi può fermare dall'andare a visite e controlli, tant'è che proprio a San Francisco sono stata ospitalizzata per la prima volta in vita mia, ho subìto un intervento chirurgico per far nascere Tegolina e ho fatto tante visite di controllo che in Italia non avevo mai fatto. 
L'ospedale dove è nato Tegolina
Sicuramente la decisione di portare avanti la gravidanza in California ha fatto sì che familiarizzassi col sistema ospedaliero (e con il bel mondo delle assicurazioni mediche che lo governa!) e che mi lanciassi di più nel confronto diretto con queste realtà. 
Ed è proprio partecipando mensilmente - e per tutta la durata della gravidanza - al corso prenatale in ospedale, di cui vi parlavo qui, che mi sono allenata ad entrare in contatto e quindi anche a comunicare con medici, ostetriche, infermiere, segretari e sottosegretari americani, e spesso anche messicani, vista la cospicua presenza di segretarie di origine messicana nella sede che abbiamo scelto per le visite e il parto. Devo dire che è stato un bel battesimo, difficile ma allo stesso pieno di opportunità che mi hanno fatto non solo conoscere un sistema diverso dal nostro, ma anche un diverso modo di pensare, di agire e di parlare.  
Insomma, rimane un'ardua prova andare dal dottore e mi fa sempre un po' paura... ma anche questo fa parte della vita di un'italiana all'estero!  
E voi invece che rapporto avete con il mondo degli ospedali e dei medici?
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