giovedì 17 settembre 2015

Ho trovato lavoro!

E' successo tutto così in fretta, talmente in fretta che non ho avuto il tempo di rendermene conto nemmeno io... ma è proprio successo:
HO FINALMENTE TROVATO LAVORO!!
E così, dopo quasi due anni di vita da mamma a tempo pieno e dopo quell'avventura breve ma intensa cominciata da Twitter, torno di nuovo in pista e questa volta lo faccio sul serio. 
Comincia così una nuova storia per me, lontana da quel mondo accademico nel quale ho trascorso gli ultimi quindici anni della mia vita tra laurea, specializzazione, dottorato e post dottorato. 
Ricomincio a lavorare, sì, e lo faccio in una scuola italiana di San Francisco che mi ha accolta nel suo team di insegnanti all'inizio di settembre. 
Non si tratta di una scuola come tutte le altre... è una scuola speciale, sotto molti punti di vista. Si propone innanzitutto di insegnare la lingua e la cultura italiana a bambini, figli di genitori di provenienza mista (un/a italiano/a con un/a americano/a o straniero) o di genitori che hanno comunque un legame con l'Italia e vogliono trasmetterlo al loro bambino. 
La scuola si ispira al metodo di Reggio-Emilia che, per chi non lo sapesse, è un approccio pedagogico per la scuola dell'infanzia nato proprio a Reggio dopo la Seconda Guerra Mondiale quando si volevano investire fondi ed energie nell'istruzione e nell'educazione dei più piccoli. I principi su cui si fonda questo metodo si basano sulla capacità dei bambini di saper costruire le proprie conoscenze guidati dai loro stessi interessi; sull'idea che possano conoscere loro stessi e il mondo che li circonda anche attraverso le relazioni con gli altri; sull'importanza della comunicazione e quindi sul ruolo degli adulti in quanto guide nel loro processo di apprendimento. 
Non conoscevo, se non per fama, la storia delle scuole di Reggio e non sapevo che il loro approccio avesse ispirato molte scuole nel mondo. E devo anche dire che sebbene io sia sempre stata più favorevole alla scuola pubblica, nella quale del resto ho studiato e poi lavorato, questo sistema scuola ha fatto risuonare le mie corde, le corde di una mamma che crede fortemente nell'importanza per i più piccoli di imparare dalla propria esperienza, guidati in questa evoluzione da adulti rispettosi del diritto dei bambini di scoprire il mondo. 
E' stato quando sono diventata mamma che ho scoperto che crescere un bambino significa per me offrirgli uno spazio safe all'interno del quale sperimentare e mettersi alla prova testando i suoi limiti e imparando a superarli. Ed è stato dopo la nascita di Tegolina che ho capito che rispettare mio figlio - e quindi rispettare ogni bambino - significa per me rispettare la sua curiosità per la vita e il suo desiderio di scoprire ed imparare. 
Per questo quando ho letto del metodo Reggio, mi sono sentita subito vicina a questa scuola che, tra l'altro, segue anche il programma del Baccalaureato Internazionale dedicato ai bambini dai 3 ai 12 anni che intende formare studenti interessati e curiosi dell'apprendere, fuori e dentro l'aula.
Così venerdì mattina faccio il colloquio con la direttrice, vedo la scuola e conosco la classe nella quale avrei lavorato. 
Lunedì mi arriva l'offerta.  
Ho una settimana per pensarci e mi accorgo che lo scoglio più grosso è costituito dalla ricerca di un asilo per Teg, ma una volta che ci siamo resi conto che una soluzione in città si può trovare, accetto il lavoro e la mia avventura ha inizio qualche giorno dopo!
La prima settimana è stata durissima, per un milione di motivi. 
Primo fra tutti il distacco da mio figlio. 
E' stato tanto difficile stare lontano da lui per così tante ore. 
E' stato pesante sentire la sua mancanza e vedere che non c'era più troppo tempo per noi, che non c'erano più quelle lunghe giornate da inventarci quotidianamente. E per diversi giorni mi sono sentita una mamma a metà... una donna e una mamma che si affannava disperatamente per riuscire a far quadrare tutto in un momento in cui niente quadrava più.
A questo si aggiunga tutto quello che succedeva a scuola: il dover imparare tutto e il dover accomulare informazioni in ogni secondo lì. Il cervello mi scoppiava. E nel frattempo dovevo conoscere e mettermi in contatto con questi 21 bambini, cominciare a guidare le loro attività quotidiane, dovevo adattarmi alla loro routine serrata fatta di tanti impegni con specialisti diversi e di spostamenti nelle aule della scuola. 
Più volte ho avuto l'impressione di essermi aggrappata ad un treno in corsa. E ci sono stati momenti in cui ho pensato di voler tornare sui miei passi, di non essere davvero pronta per tutto questo... Ma siccome non riesco a rinunciare alle sfide, anche a quelle più impegnative, ho deciso di andare avanti e provarci con più energia ancora, anche perché questo lavoro ci dà l'aiuto economico che stavamo cercando da tempo.
Nel weekend mi sono concessa un riposino di 3 ORE, ma poi questa settimana sono ripartita bene e, ora che si sta chiudendo, mi accorgo che è proprio volata. 
Tegolina ha preso il suo ritmo ed io il mio e alcune cose hanno cominciato ad andare in automatico. I bambini in classe mi chiamano per nome e mi riconoscono come la loro teacher, mi cercano e mi abbracciano e partecipano al percorso educativo che abbiamo iniziato. 
Resta che io ho ancora tanto da imparare, specialmente nelle riunioni quotidiane e settimanali con colleghi, direttrice e responsabile del baccalaureato, e restano le corse quotidiane. 
Ma ora mi sembra anche che questa sia un'esperienza che mi arricchisce tantissimo giorno dopo giorno come persona, come donna, come mamma e come insegnante. Mi arricchisce nella scoperta di un mondo che non conoscevo, nell'interazione con i bambini e i loro genitori e con i colleghi, figure alle quali non ero più abituata dopo due anni di vita da mamma. E mi fa anche vedere a che punto sono io con la mia evoluzione personale. 
Quindi, tutto sommato, mi sembra che stiamo ingranando e ce la possiamo fare! =) 
Voi che dite? Ce la faranno i nostri eroi...?

mercoledì 9 settembre 2015

Voci italiane a San Francisco # 10

Torna oggi la nostra consueta rubrica dedicata alle "Voci italiane a San Francisco" e torna con un'ospite davvero speciale che vi racconterà della nostra città con la profondità e l'attenzione al dettaglio di chi ha trovato qui un posto chiamato "casa". 
E' con grande piacere che vi presento Rosy, una delle amiche più care incontrate qui a San Francisco, una persona con cui ho condiviso e condivido tuttora la magia - e la fatica - dell'essere mamma e umanista!
Ma ora lascio la parola a lei, che di cose da dirvi ne ha tante!


Ti va di presentarti? Dicci come sei arrivata a San Francisco...
Con piacere! Mi chiamo Rosy, ho 38 anni e sono originaria della Puglia, ma ho abitato per molti anni anche a Bologna. Oggi vivo a San Francisco con mio marito – che è americano – e la nostra bambina di un anno e mezzo, nata qui.
Sono una studiosa di letteratura e cinema e sono arrivata a San Francisco per seguire le mie passioni: stavo lavorando a un progetto di ricerca su alcune scrittrici americane, e così, nel 2008, approdai con una borsa di studio nella Bay Area per conoscerle e intervistarle. Da cosa nacque cosa, e quello che doveva essere un breve soggiorno di tre mesi si è trasformato in una storia d’amore con questa città che dura ormai da sette anni!
Ora sto per ultimare un dottorato presso l’Università di Berkeley, dove mi occupo del rapporto tra storia e memoria, in particolare per quanto riguarda il ’68 in Italia. Berkeley è il posto ideale per occuparmi di questo argomento, perché il movimento studentesco nacque proprio qui nel 1964-65! Non avrei potuto chiedere di meglio.
Al di là dei miei interessi di ricerca, pero', la decisione di trasferirmi in California fu anche data da un grandissimo colpo di fulmine per la Bay Area. Dopo aver trascorso un anno qui non riuscivo a immaginare di vivere da nessun’altra parte! Il dottorato, dunque, mi ha permesso di realizzare molti sogni tutti in una volta. Trasferirmi non è stata una decisione semplice, ma una volta presa non me ne sono mai pentita.
 


Ora raccontaci 5 dei tuoi culture shocks a San Francisco!
A pensarci ora mi sembra buffissimo, ma il primo momento di sconcerto totale avvenne proprio nel corso della mia prima settimana a San Francisco, e riguarda una nota dolente per moltissimi italiani negli Stati Uniti: il CIBO!
Appena arrivata, fui ospite per qualche giorno presso una ragazza del New Jersey che lavorava qui come infermiera. Fu lei a introdurmi al cibo locale, e purtroppo – nonostante fosse una persona fantastica – le sue abitudini alimentari non fecero che confermare tutti i pregiudizi che mi ero formata nel corso degli anni sulla dieta degli americani quando vivevo ancora in Italia: panini giganteschi formati da sette-otto strati di ingredienti strampalati e salsine dalle dubbie origini, fritti di ogni tipo, fiumi di Coca-Cola… Ricordo che pensai: “Almeno perderò in fretta quei chili di troppo che ho accumulato sotto le feste, visto che mi toccherà stare a digiuno per la maggior parte del tempo!”
Ben presto, però, cominciai a uscire di più e avventurarmi con più coraggio nella scena culinaria locale, e scoprii che San Francisco è esattamente l’opposto di quello che mi era apparso all’inizio! Viviamo in un vero paradiso gastronomico, dove tutte le cucine mondiali sono rappresentate al meglio, e godiamo della sterminata ricchezza agricola californiana. Qui si produce ogni varietà di frutta e verdura, c’è un grande rispetto per la terra e per le forme di coltivazione biologica e di ristorazione “a km zero”, come diremmo in Italia. Il risultato è un panorama culinario dove possiamo assaggiare di tutto e di più, aprendoci a tante culture diverse e sperimentando con la nuova cucina californiana, che si basa appunto sulla bontà e la freschezza degli ingredienti locali.
Insomma, se guardo indietro alle impressioni della mia prima settimana a San Francisco… Penso che non avrei potuto essere più in torto di così!

Un altro shock iniziale fu dato dalla facilità con cui qui si riesce a stringere amicizia con le persone, fenomeno che pero' non sempre corrisponde a un’uguale profondità nei rapporti.
Penso che questa mia percezione fosse data principalmente dal fatto che, nei primi mesi, conobbi molte persone grazie al sito Couchsurfing.com, una comunità di viaggiatori presente in tutto il mondo che permette di ospitare e farsi ospitare gratis dalla gente del luogo, o anche semplicemente di partecipare a un piccolo evento locale (dalla “birrata” al pub al festival di musica, ecc.) insieme ad altri viaggiatori e persone del luogo.
In pochi mesi, conobbi tanta gente da tutto il mondo e mi sembrava di essermi costruita una solida rete di amicizie, ma a conti fatti – trascorso qualche tempo – furono ben poche le persone che rimasero nella mia vita.
Penso che questo sia insieme un vizio e una virtù delle grandi città come San Francisco, dove succedono tante cose, ci sono tante opportunità e molti arrivano qui per poi spostarsi da qualche altra parte in breve tempo. Non è facile costruire delle fondamenta solide. Io, che mi ero lasciata alle spalle una comunità di amici splendidi a Bologna con cui sono ancora costantemente in contatto, feci molta fatica a capire che non sempre a San Francisco l’entusiasmo iniziale sfocia in un’amicizia duratura; anzi, spesso accade esattamente il contrario. In generale, comunque, mi pare che qui ci si metta poco ad attaccar bottone con una vicina di casa o un cassiere al supermercato, ma la profondità dei rapporti non sempre va di pari passo con questa superficiale facilità di contatto.

Un’altra grande differenza che non manca mai di colpirmi in California sta nella capacità di reinventarsi costantemente che hanno le persone qui.
Ursula K. Le Guin, che è nata da queste parti - a Berkeley - ha scritto che la California da sempre rappresenta la terra di frontiera, il sogno di un futuro sempre suscettibile di reinvenzione, l’apertura a nuove possibilità, e a me sembra che si sia espressa alla perfezione al riguardo.
Non per niente molte culture orientate all’utopia o al miglioramento del futuro – dagli hippies alla tech culture – hanno trovato terreno fertile qui.
Qui è normalissimo cambiare completamente carriera molte volte, tornare a studiare a cinquant’anni senza farsi troppi problemi, o lasciare il lavoro per mettersi a viaggiare intorno al mondo per un paio d’anni. E non è così solo perché l’economia lo permette. E’ anche una questione di apertura mentale da parte della società.

Avendo lavorato in università sia in Italia che in California, posso dire che un altro profondo shock culturale mi fu dato dalla struttura diversissima dei programmi accademici che ho frequentato: a Bologna avevo una borsa di studio che mi permetteva di fare ricerca in santa pace, ma non ero tenuta a seguire corsi o insegnare.
Qui, da subito, iniziai a tenere corsi e avere molte responsabilità, nonché a seguire seminari, scrivere saggi, tenere presentazioni in un contesto dove ci si sente sempre parte di un progetto collettivo. Dagli studenti, ai professori, ai colleghi, tutti sono tenuti a valutare costantemente il tuo lavoro. Una struttura che lascia meno autonomia, ma permette di crescere moltissimo grazie alla rigorosa attenzione della comunità scientifica.

Infine, una differenza abissale tra Italia e USA dalla quale ancora non riesco a riprendermi sta nella differenza tra città e provincia, o meglio tra tessuto urbano e sobborghi…
Mentre da noi ogni paesino, ogni piccola città possiede una sua storia e una sua identità fortissima, spesso in contrapposizione con i borghi vicini, qui al di fuori delle città si estende spesso una terra sconfinata fatta di anonimi quartieri residenziali, centri commerciali dove è possibile trovare sempre le stesse catene di negozi in tutto il paese, parcheggi sterminati.
Piano piano, sto cominciando a viaggiare di più all’interno degli Stati Uniti e sto scoprendo tante realtà intermedie, piccole cittadine dotate di un carattere unico e con le proprie, originali attrattive… Ma se guardo indietro agli anni vissuti in Italia, il nostro patrimonio storico e artistico ora mi sembra ancora più strabiliante!

Odi et amo: quali sono gli aspetti di San Francisco che ami con tutta te stessa e quali quelli che odi con tutta te stessa?
Amo il senso di libertà che si respira a San Francisco, il fatto che – storicamente – sia stata sempre una città che ha accolto tante culture diverse e le ha mescolate al meglio, si è aperta alle minoranze di ogni genere e ne ha fatto un punto di forza.
Odio il fatto che questo stia cambiando: la vicinanza della Silicon Valley ha portato una grande ventata di ricchezza e benessere in città, ma sta rendendo San Francisco un posto sempre più invivibile per chi non guadagni stipendi stratosferici. E a risentirne di più sono proprio coloro che hanno reso la città unica con l’apporto della loro cultura, come la comunità latino-americana nel quartiere della Mission.
Purtroppo il fatto che solo i ricchi possano ormai permettersi di vivere qui sta facendo spazio a una monocultura che è la negazione stessa di tutto ciò che San Francisco ha rappresentato per tanti anni: un luogo dove le minoranze di genere, etnia e cultura venivano accolte e valorizzate.
Come ho già detto, amo le tante opportunità che una persona come me, arrivata dall’Italia a 31 anni senza contatti, con pochi soldi in tasca e solo tanta voglia di lavorare può avere in una città come questa.
Odio il modo in cui la città non si prende cura della sua popolazione homeless, spesso abbandonata a se stessa, alla solitudine e al degrado.
Amo i mercatini dei contadini che mettono in mostra tutta la ricchezza che la terra qui in California sa offrire!
Odio i trasporti pubblici, che sebbene siano meglio che in altre città d’America (dove spesso non esistono nemmeno!), lasciano ancora molto a desiderare.

Che cosa riconosci in te di ancora puramente italiano e che cosa invece ti sembra di aver acquisito dalla cultura americana?
Come tanti italiani, mi viene naturale esprimere il mio amore verso le persone care attraverso il cibo. Adoro cucinare per la famiglia e gli amici, che si tratti di una torta di compleanno o di “du’ spaghi” improvvisati in cinque minuti, e questo viene spesso percepito come un tratto distintivo della nostra cultura anche qui in America.
Qui invece è molto più diffusa l’abitudine del pub o del bar dove incontrarsi con gli amici per bere qualche birra insieme, cosa che a me non interessa per niente. 
Il caffè fatto in casa con la moka! Anche in questo sono italiana al 100%. So adattarmi ad altri metodi di preparazione del caffè, ma non potrei vivere senza la mia inseparabile Bialetti. 
Amo andare al cinema a guardare piccole produzioni indipendenti piuttosto che filmoni hollywoodiani, e quando abitavo a Bologna per me questa era un’abitudine quasi quotidiana, mentre qui mi risulta molto più difficile.
Sono molto orgogliosa della mia formazione europea e grata per tutto quello che la scuola pubblica italiana mi ha insegnato. Penso di essere stata molto fortunata in questo.
L’orgoglio di essere meridionale! Sono legatissima al sud dell’Italia e, tutte le volte che torno, vedo la mia identità riflessa in ogni cosa, dai profumi e i colori della terra alle risate forti della gente, fino al
coesistere gomito a gomito di tanti splendori e tante miserie.
Quanto all’influenza subita dalla cultura americana, penso di essere diventata ancora più insofferente verso l’inefficienza e la pesantezza della burocrazia italiana, il fatto che qualsiasi iniziativa sia vincolata da ostacoli spesso insormontabili, di cui spesso non si comprende l’origine. Quando sono tornata a Bologna l’ultima volta, rinnovare la mia patente è stata una vera odissea! Quando vivevo in Italia non me ne accorgevo fino in fondo, mentre ora mi sembra intollerabile.
Non sopporto il razzismo e i pregiudizi di genere che recentemente vedo predominare nei dibattiti pubblici italiani. L’America non è certamente perfetta in questo, ma penso che dopo secoli di coesistenza – a volte forzata – tra culture molto diverse si sia arrivati a un dialogo più aperto e complesso di quello che esiste in Italia, dove – per esempio – l’immigrazione da paesi stranieri è un fenomeno ancora relativamente recente. In Italia essere politically correct viene percepito come una forma di ipocrisia, un atteggiamento da deridere; qui, invece, si tratta di una forma di rispetto degli altri, un’educazione alla coesistenza. Come diceva Nanni Moretti in Palombella rossa, “Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!”
Come ho già accennato, amo il senso del possibile, la capacità di reinventarsi che si respirano qui, mentre ritengo che in Italia spesso il rispetto per le tradizioni a tutti i costi a volte porti a un senso di immobilità. Penso che l’America mi abbia insegnato a essere più ottimista e fiduciosa nelle mie capacità.

A chi lo dici! =)

Land's End, San Francisco
Foto di Eliya Selhub
Ma invece, a proposito di luoghi nella città: hai una tua isola felice qui?
Sicuramente Land’s End, una zona di scogliere selvagge, onde altissime e sentieri infiniti tra alberi millenari racchiusa in una piccola area della città, non lontana dal Golden Gate Bridge.
Ho iniziato a passeggiare lì quando ero incinta, e ci torno spesso per sentire da vicino la potenza della natura e ricordarmi che l’oceano a due passi da me, anche se abito in una zona centrale da cui non riesco a vederlo.
In più, in quest’area, proprio in riva all’oceano, si trova ciò che rimane dei Sutro Baths, un complesso di piscine all’aperto risalente alla fine dell’Ottocento, di cui sopravvivono solo alcuni resti. Un’affascinante, recente rovina del passato che non può che commuovere un’italiana cresciuta tra tante memorie centenarie delle epoche che furono!
Dato che non sono molto brava a scattare foto, ho preferito accludere a quest’intervista dei bellissimi scatti di Land’s End realizzati dal mio amico Eliya Selhub, un fotografo straordinario.

Land's End, San Francisco
Foto di Eliya Selhub



 




Senti, ma per te, che sei mamma a San Francisco, questa è una città baby friendly?

Dipende. Nel mio quartiere, per esempio, ci sono parchi giochi bellissimi e tante iniziative per i piccoli, ma non mi sognerei mai di lasciare un bambino scorrazzare da solo senza un adulto che lo accompagni. Non è la città più sicura del mondo, o perlomeno non lo è dappertutto.
La scuola pubblica qui soffre di gravi mancanze di risorse e di un’organizzazione arbitraria che, negli anni, ha abbassato di molto la qualità dell’istruzione in città.
D’altra parte, però, godiamo di un tempo primaverile quasi tutto l’anno, e si può vivere all’aperto la maggior parte del tempo. Dai festival degli acquiloni ai giochi in spiaggia, i bimbi possono davvero scatenarsi!
Esistono poi moltissimi parchi, spiagge, strutture splendide per i bambini, nonché la possibilità di iscriverli a miriadi di corsi affascinanti: dalla piscina neonatale allo yoga, dalla scherma alla danza tradizionale irlandese! Peccato che, come in molte altre città d’America, queste risorse siano spesso riservate solo a chi ha tanto tempo e soldi. Questa però non è la regola assoluta. Per esempio, recentemente mi sono unita a un gruppo di mamme capitanato da una maestra d’asilo che segue il metodo Waldorf. Il gruppo si incontra gratuitamente ogni mattina nello splendido Golden Gate Park e condivide canti, giochi, danze e chiacchiere nel bel mezzo della natura. Un’iniziativa bellissima, un modo di fare comunità tra genitori e bimbi in un contesto che aiuta tutti a rigenerarsi e rilassarsi senza chiedere niente in cambio!

E com'è crescere una bimba in un contesto bilingue: quali sono i pro e i contro di questa avventura?
Per me è un’esperienza bellissima e avvincente, e al momento non vedo nessun contro. Ci vuole solo – da parte mia – tanta determinazione in più nel trasmettere la mia lingua e la mia cultura a mia figlia. Mio marito è americano e il suo ruolo è quello di parlarle esclusivamente in inglese, ma è facilitato dal contesto in cui viviamo e dal fatto che la maggior parte delle persone intorno a noi comunicano in inglese.
Sta a me – che rappresento la lingua minoritaria in casa – coltivare l’uso dell’italiano con la piccola, e lo faccio con naturalezza dal giorno in cui è nata. Le parlo in italiano, le leggo tantissimi libri nella mia lingua materna e cerco di mantenere spesso i contatti con i miei amici a casa. Infine, ho avuto la fortuna di incontrare qualche simpatica mamma italiana con bimbi della stessa età di mia figlia, e insieme cerchiamo di creare tanti occasioni per i nostri piccoli di frequentarsi. E’ proprio così che io e te ci siamo conosciute, no? E ora siamo diventate così amiche, cara Sabina! 
Gli studi sul bilinguismo dicono che la lingua minoritaria dev’essere parlata in casa almeno per il 30% del tempo. Finora sono stata fortunata: la bimba passa la maggior parte del suo tempo con me, e le poche altre persone che si sono prese cura di lei quando dovevo insegnare parlavano perfettamente italiano! E’ una delle tante fortune di abitare in una città dove tutte le culture sono rappresentate. Penso che, andando avanti nel tempo, potremmo incontrare qualche ostacolo – soprattutto quando mia figlia andrà a scuola e tutti intorno a lei parleranno soprattutto inglese.
Se dovesse succedere che l’italiano subisca qualche contraccolpo per questo motivo, cercherò di non perdermi d’animo. Ho tanti esempi di amici bilingue che sono tali grazie soltanto alla pazienza e al lavoro quotidiano dei loro genitori.
Per me è un valore fondamentale: voglio che mia figlia cresca con la consapevolezza di appartenere a due culture – quella americana e quella italiana – due mondi distanti ma entrambi affascinanti e splendidi, ciascuno a modo suo. Sono sempre stata appassionata di lingue straniere, ma ho dovuto impararle a scuola e attraverso i viaggi, con tanta fatica e impegno. Fare il dono della lingua e della cultura italiana a mia figlia mi sembra una delle cose più belle che potrò mai trasmetterle!
E già adesso che è così piccola, quando la sento alternare parole come “daddy” a “papà”, o stringermi forte sia che io dica “dammi un abbraccio” o “give me a hug”, provo una gioia immensa che mi ripaga di ogni sforzo!
Certo, dicono che in molti casi i bimbi che crescono bilingue acquisiscano il linguaggio un po’ più lentamente – ma non di molto – e all’inizio stentano a stare al passo con il vocabolario dei monolingue, ma non mi pare un grande problema. Ogni bambino è unico, e sviluppa le proprie doti linguistiche con i suoi tempi.

Parliamo allora di libri e di lettura da italiana a San Francisco. Credi sia cambiato il tuo rapporto con la lettura da quando vivi qui? 
Sì, il mio rapporto con la lettura è decisamente cambiato. Leggo molto più in inglese che in italiano, per esempio, soprattutto se parliamo di quotidiani e riviste online. Di questo un po’ mi dispiace, perché non penso che il mio rapporto con l’italiano sia vivo come vorrei. Non sono al passo con le notizie italiane come mi piacerebbe, e devo dire che faccio fatica a trovare dei siti ufficiali di notizie italiane che mi soddisfino, mentre non è così per quanto riguarda quotidiani americani di qualità, come il New York Times.
Non riuscirei più a leggere un libro inglese in traduzione italiana, e la stessa cosa vale per i film doppiati in italiano.
Mi manca pero' un contatto più costante con la lingua italiana, e devo dire che leggere in italiano mi dà sempre una gioia immensa e più profonda di quella che mi dà l’inglese. Credo sia normale: è la mia lingua e nulla potrà mai cambiare il legame che ho con le mie origini!
Per quanto riguarda il procacciarsi i libri, sono molto fortunata perché ho accesso alla sterminata biblioteca universitaria di Berkeley, che ha migliaia e migliaia di volumi in italiano. E se non trovo qualcosa, posso sempre farmela arrivare in pochi giorni con il prestito interbibliotecario, che qui è efficientissimo.
Con i libri per bambini, invece, faccio un po’ più fatica. Qualche biblioteca ben fornita c’è, ma per la maggior parte mi affido alle visite di amici che mi portano valanghe di libretti direttamente dall’Italia, o semplicemente faccio il carico tutte le volte che torno a casa! Cerco di mantenermi in contatto con la realtà dell’editoria per ragazzi attraverso le newsletter di librerie italiane bellissime, come la Giannino Stoppani di Bologna, o tramite il sito del premio Andersen.

E un cibo che hai scoperto qui e di cui ora non sai più fare a meno?
Difficile scegliere tra le tante scoperte fatte a San Francisco! Una per tutti: la cucina etiopica. E’ una cucina semplice e salutare, ricca di verdure e legumi e condita con spezie raffinate come il berberè, una miscela di peperoncino, chiodi di garofano, zenzero e varie altre erbe che trovo deliziose. Viene servita in grandi piatti comuni su un letto di injera, una sorta di pane sottile e morbido realizzato con farina di teff. Si mangia tutti insieme dallo stesso piatto usando l’injera per portare alla bocca le varie pietanze: una tradizione che invita alla convivialità, alla condivisione e al sentirsi più vicini. Bella e buona sia nella forma che nei contenuti!

E per finire ti chiedo: che cosa ti manca davvero dell'Italia? E che cosa pensi ti stia dando di speciale questa esperienza all'estero?
Mi manca il calore e la genuina affettuosità delle persone, quel modo di entrare immediatamente in confidenza che è un dono tutto italiano.
Mi manca l’irripetibile bellezza architettonica e artistica delle città italiane.
Sono un’amante della storia, e qui in America ripeto spesso che mi mancano le mie “vecchie pietre” italiane. Quando sono arrivata qui, gli amici mi portavano spesso ad ammirare il panorama di San Francisco da vari punti strategici disseminati in giro per la città… Bello, per carità, ma mi sorprendo ancora a chiedermi, un po’ delusa, dove siano i vecchi palazzi, i segni dell’accumularsi delle civiltà e dei secoli.
Mi manca il Mare Nostrum, nonostante le tragedie di cui è teatro al momento.
Mi manca lo sfrecciare dei motorini sul lungomare nelle sere d’estate.
Mi manca il profumo del pane appena sfornato dal fornaio sotto casa in piena notte. 
Mi mancano i pasti lenti, le portate infinite, il caffè dopo pranzo.
Mi manca l’ammazzacaffè.
Potrei continuare per ore… Ma sento che una parte grande di me appartiene anche ormai alla California, con la sua apertura, i suoi spazi sconfinati, la natura mozzafiato dietro l’angolo, la sua capacità di reinventarsi e reinventarti in modi che non avresti mai immaginato prima. Avere il cuore diviso tra due continenti non è sempre facile, ma mi sento immensamente fortunata ad avere a disposizione la cultura di questi due bellissimi paesi da cui attingo tutto ciò che mi nutre, dentro e fuori. 

Ti ringrazio tanto, Sabina, per avermi dato questa possibilità di riflettere sulla mia esperienza e condividerla con te (e con voi! aggiungo io).

Grazie a te Rosy per averci aperto il tuo cuore e per averci parlato della tua vita a San Francisco. Si coglie sicuramente dalle tue parole tutto il tuo spessore umano e intellettuale che hanno anche fatto emergere quello che è davvero il carattere distintivo di San Francisco, con tutta la sua complessità e quella sua bellezza così affascinante e intrigante al contempo.


Se ci fossero delle domande, cari lettori, vi invito a porle nei commenti qui sotto: sono certa che Rosy sarà ben felice di rispondervi!
Ora non mi resta che salutarvi dandovi appuntamento per il 10 ottobre per la prossima puntata di "Voci italiane a San Francisco"!
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