domenica 16 agosto 2015

Il messaggio nella bottiglia

Rockaway Beach, Pacifica CA
Ero su questa spiaggia dalla sabbia nera questa mattina.
Mi sono lasciata alle spalle il caldo che ha investito San Francisco in questi giorni, ho guidato per 16 km verso sud e sono arrivata qui, di nuovo davanti all'oceano.
Cammino verso l'acqua, per osservare più da vicino le onde, e sulla battigia il mio passo si ferma. 

Vedo sulla sabbia, poco oltre la sabbia bagnata dall'acqua, una piccola bottiglia di vetro per terra. 
E' una bottiglia piccolissima.
Di vetro.
E contiene una striscia di stoffa arrotolata stretta.

E' stata chiusa con un tappo di sughero minuscolo che deve aver protetto il messaggio dall'acqua se, nonostante le gocce di umidità all'interno, riesco comunque ad intravedere dei caratteri scritti bene a penna sulla stoffa.
Gli occhi mi brillano con l'entusiasmo della bambina che ancora vive in me. Uno dei miei sogni si realizza oggi, così, nella maniera più inaspettata.
Ho sempre desiderato da bambina di vivere un'avventura da pirati. Sì, capitare su una spiaggia deserta e trovarmi davanti una mappa del tesoro abbandonata da chissà quale strano personaggio. E poi partire alla scoperta di una parte inesplorata del mondo, alla ricerca di qualcosa di significativo per me...
Ed eccomi qui oggi, su questa spiaggia di sabbia scura, con una bottiglia contenente un messaggio per me. 
Non ho quasi il coraggio di prenderla in mano quella bottiglia. La guardo, ancora, e quasi non posso credere che sia vera, che non sia frutto della mia fantasia. 

Ma poi prendo coraggio - perché si sa, per realizzare i sogni ci vuole una buona dose di coraggio! - e mi chino per raccoglierla. 
La tengo stretta in mano come se fosse lei il mio prezioso tesoro. L'emozione per la sorpresa è difficile da gestire: in qualche modo oggi è successa una cosa che ho sempre sperato succedesse, e proprio per questo sento quanto speciale sia per me questo momento. 
Poi mi siedo poco più distante e la osservo meglio. La guardo e la riguardo passandola da una mano all'altra. 
La mia curiosità sbarluccica e risveglia quel pensiero felice della mia infanzia. 
Metto al sicuro la bottiglia nella tasca esterna del mio zaino con il sorriso sulle labbra di chi aspetta di sapere quale sarà quel messaggio segreto portato dall'oceano.Nel primo momento utile avuto a casa, riesco ad aprirla. 
Con una pinzetta spingo dentro il tappo di sughero e poi cerco di estrarre il messaggio. Non è facile perché il tappo stesso ne impedisce l'uscita. Ma tiro... tiro... e continuo a tirare fino a che la striscia di stoffa viene fuori. 
La srotolo pian piano, delicatamente, rispettando la magia di quel momento e immaginando le sembianze della persona che ha scritto su quella stoffa e lasciato all'acqua quel suo pensiero. 
Osservo la stoffa da entrambi i lati, cercando di decifrare la scrittura. 
Da un lato, scritto in inchiostro blu, c'è una specie di mappa.
Mostra il corso del fiume (river), la palude (swamp) su ambo i lati del corso d'acqua, e due caverne (caves) a cui si accompagna un segno di pericolo.
E poi, sull'altro lato, c'è il messaggio che non vedevo l'ora di leggere e che immagino siate anche voi curiosi di conoscere ora.

Si fa un po' fatica a leggerlo perché è scritto con una penna arancione fluorescente il cui inchiostro è stato rovinato dall'acqua probabilmente. 
Ma ho lavorato per anni sui manoscritti medievali e di messaggi lasciati in latino con mille abbreviazioni su quei libri scritti nel Trecento ne ho intepretati tanti, talvolta anche sotto lampade a raggi ultravioletti. Così questo, in fondo, è quasi un gioco da ragazzi... 
Che cosa dice allora il messaggio? 
Dice questo:

Never give up on what you love.
Everything happens for a reason.
 

Piango [...]. 
 

Piango perché questo messaggio scritto da uno sconosciuto in una parte sconosciuta del mondo mi arriva dritto al cuore. Perché sento la verità di questo incoraggiamento a non arrendersi e a non rinunciare a ciò che si ama. 
Decido così di condividere questa storia e con essa il contenuto di questo messaggio arrivatomi in un modo così speciale...
Non trovate sia proprio un bel messaggio per cominciare questa settimana d'agosto?




giovedì 13 agosto 2015

Multilinguismo

San Francisco è una città internazionale nella quale convivono etnie e culture diverse. Per questo motivo il nostro vivere qui ci sta dando l'opportunità di entrare in contatto non solo con gli americani e la loro cultura, ma anche con persone provenienti da varie parti del mondo, persone che parlano lingue differenti e che hanno una forma mentis diversa dalla nostra.
Immagine presa da linguedidomani.blogspot.com
Tutto questo ha un certo impatto sulla nostra famiglia tutta, ma forse gli effetti più evidenti li noto su Tegolina che al momento, a 21 mesi suonati, pare capisca ben 4 lingue diverse!
Ancora non parla lui, ma si fa capire a suo modo e ogni tanto spara una parola nuova presa variamente dall'italiano o dall'americano. 
A casa noi parliamo italiano: siamo stati subito d'accordo con mio marito nel credere che non abbia senso che Teg impari l'americano da noi che siamo due italiani. Nonostante gli studi e la pratica, abbiamo entrambi residui di accento italiano quando parliamo in inglese. Inoltre, vorremmo preservare la lingua madre di Tegolina, l'italiano appunto.
Sicuramente, da questo punto di vista, il viaggio in Italia ha dato un bel po' di input a Teg che infatti è tornato negli States con un vocabolario arricchito di molte parole. Ora ad esempio Peppa sta per "cartoni animati, tutti", incluso Masha e l'orso che pero' da San Francisco guardiamo in inglese!  
La seconda lingua con cui Teg è venuto a contatto qui è proprio l'inglese/americano.
Lo sente parlare in tv e per radio dagli americani madrelingua, ma anche da mamma e papà che, in presenza di altre persone, passano rapidamente all'inglese nella conversazione. In queste situazioni ci rivolgiamo sia a Teg che ai presenti in questa lingua straniera ma se devo dire la verità, non ho mai notato segni di straniamento in lui quando questo succedeva, come se il passaggio da una lingua all'altra fosse per lui naturale. 


La terza lingua che Teg ha conosciuto qui è il messicano o meglio lo spagnolo messicano.
La babysitter che abbiamo avuto sin da quando era piccolino è una signora messicana che si rivolge a lui in spagnolo o a volte in americano visto che lei è bilingue.
Teg non ha trascorso moltissimo tempo con M. perché essendo mamma full time non ho richiesto spesso il suo aiuto. Lei rimane comunque la nostra babysitter di riferimento e nei periodi in cui ho lavorato o avevo bisogno di qualche ora di riposo, Teg è stato proprio con lei. 

La quarta ed ultima lingua con cui Teg è venuto a contatto è il turco. Da un anno a questa parte ho messo in atto una banca del tempo con una mamma di origini turche ma che vive negli Stati Uniti da più di 15 anni.
Ogni settimana mi prendo cura per 4 ore di Teg e della figlia della mia amica, una bimba turco-nipponica, 4 mesi più piccola di Teg. E la mia amica fa lo stesso in un altro giorno della settimana, occupandosi di Teg e permettendomi così di avere un po' di tempo per me. 


Quando abbiamo cominciato questa collaborazione tra mamme, abbiamo anche deciso insieme che ognuna di noi avrebbe parlato ai bimbi nella sua lingua madre per esporre i bimbi ad una nuova lingua: il turco per Teg e l'italiano per A. Sinceramente non mi aspettavo che Teg imparasse il turco, ma speravo solo che l'entrare in contatto con una nuova lingua stimolasse il suo cervello e aumentasse il numero di connessioni cerebrali, così come leggevo anche in un bellissimo libro di Barbara Abdelilah-Bauer, Guida per genitori di bambini bilingui, 2013 trovato sul comodino di Tiziana a Miami.
Ora, la prima volta che la mia amica turca mi disse che le sembrava che Teg capisse la sua lingua, io non le credetti. Del resto lei pure aveva dei dubbi. Siamo andate avanti e nei mesi lei ha comunque continuato a rivolgersi a lui in turco. Adesso, passato molto tempo da quel primo segnale, abbiamo quasi la certezza che Teg la capisca.
Potete immaginare la mia faccia quando sento lei dire qualcosa in turco e vedo lui fare qualcosa? Finisce che sono io quella che ha bisogno della traduzione!
E la bambina turco-nipponica? Ora mi risponde con un bel Ciao quando la mamma la viene a prendere e mentre sta con me ripete le parole importanti che dico, tipo Pizza =).
Probabilmente Teg ha memorizzato in turco alcune parole chiave (tipo libro, parco, scarpe) che gli tornano utili per capire che cosa la mia amica gli sta dicendo. Ma se anche fosse così, sarebbe una cosa bellissima solo per il fatto sta imparando un concetto difficilissimo per un bambino, cioè che lo stesso oggetto può avere nomi diversi in lingue diverse. Immaginate lo sforzo immane: un bambino che sente e parla una lingua soltanto impara che "quella cosa con i lacci che si infila ai piedi" si chiama scarpa. Un bambino bilingue invece impara da subito che quello stesso oggetto può chiamarsi scarpa per la mamma o shoe per l'amico sanfranciscano. Per me, che ho studiato lingue straniere da grande, questa naturalezza nell'apprendimento mi sembra magica e meravigliosa allo stesso tempo...

Certo il rischio che si corre in un contesto multilingue è di creare una certa confusione nella mente del bambino in un momento in cui sta imparando a parlare, ma credo anche che si tratti di una confusione temporanea che è in realtà sinonimo di ricchezza (linguistica, culturale, ecc...). Quindi cerco di non preoccuparmi troppo anche se la pediatra, che si attiene al manuale e non considera la differenze con i bambini plurilingue, mi ha detto in modo perentorio che ai 2 anni Teg dovrebbe essere in grado di dire almeno 2000 parole. Io non credo ci arriverà a 2000 entro novembre, a meno che non abbia un improvviso sviluppo del linguaggio. E sinceramente non voglio nemmeno focalizzarmi troppo su quel numero né credere troppo a questo tipo di generalizzazioni da manuale. Conto piuttosto su quegli studi che sostengono sia possibile che un bambino esposto a più lingue possa subire un ritardo del linguaggio e aspetto curiosa il momento in cui Teg comincerà a fare sul serio, giocando con le parole straniere e non, tutto a modo suo!  





domenica 9 agosto 2015

Voci italiane a San Francisco # 9

Rieccoci oggi con la nostra consueta rubrica "Voci italiane a San Francisco". Con grande piacere vi presento Alessandra, una donna, una moglie, una mamma e un'artista, la cui vita è stata segnata da numerosi viaggi e spostamenti. Panama City, la Russia e la Nuova Zelanda sono alcuni dei posti più affascinanti in cui è vissuta prima di approdare qui in California qualche tempo fa. Ora, vive poco più a nord di San Francisco, una città a cui è legata e che le regala numerose avventure, lavorative e non. Ma non aggiungo altro e lascio la parola a lei che di cose interessanti da raccontare ne ha proprio tante!
Ti va di presentarti brevemente e di dirci come sei arrivata in questa parte di mondo?
Ciao a tutti, mi chiamo Alessandra Centrone Tabachnik, eccomi qua. Vivo nella Bay Area e inizio davvero a sentirmi a casa come se questa terra mi avesse adottato; non che mi senta di appartenere meno all'Italia ma forse sento che il luogo in cui sono nata non era il posto per me, non riuscivo a trovare modi di pensare e vivere abbastanza aperti da soddisfare la mia creatività.

Ho incontrato il mio attuale marito in Croazia nell'isola di Hvar, su una spiaggia, ben nove anni fa. Un solo giorno in sua compagnia è stato sufficiente per farmi capire che volevo conoscerlo meglio, quindi decisi di andarlo a trovare per dieci giorni, nella Bay Area, e dopo tre anni di voli ci siamo sposati.
Nei successivi anni abbiamo vissuto nel mondo e viaggiato, a Panama City, Mosca, a Vipiteno dove è nata mia figlia Gemma Lior, e ad Aukland in Nuova Zelanda dove è nato mio figlio Nico Mateo un anno e mezzo fa.

Ancora non siamo sicuri sulla meta finale, per una vita più stabile, perché stiamo cercando un posto in cui poter avere una piccola fattoria, poter coltivare il più possibile frutta e verdura, il tutto vicino alla costa per avere l'oceano vicino :). Questo è il nostro sogno da realizzare!

Poco dopo aver incontrato mio marito Mateo purtroppo ho perso i miei genitori ammalati da alcuni anni e, con tanta sofferenza, prima ho dovuto salutare mia mamma Tamara e poi mio padre Roberto. I loro insegnamenti, il loro spirito e la loro energia vivono ancora in me e nella mia famiglia e ci fanno ancora realizzare molti desideri. Perché sono stati proprio loro i primi a mostrarmi che con le mie forze posso ottenere quello che desidero. La mia vita è stata generosa e mi ha donato una famiglia dolce e divertente che ogni giorno mi regala tanto.

Nei miei anni in Italia la mia passione per l'arte non mi era apparsa così chiaramente e non ero sicura di voler intraprendere quella strada, seguendo altri percorsi, che anche se sbagliati mi hanno insegnato molto. Prima ho studiato in Svizzera architettura e poi Legge, a Padova; una volta trasferita un po' più stabilmente qua negli Stati Uniti ho iniziato a studiare quello che il mio cuore desiderava, Belle Arti (un termine un po' tradizionalista soprattutto da queste parti...), ma ad ogni modo, prima ho studiato al Community College a Oakland, avendo una fantastica esperienza, e poi mi sono trasferita al California College of the Arts a San Francisco.


Mostra a San Francisco, California College of the Arts
2. Parliamo di arte a San Francisco: qual è la tua esperienza?
Condivido e sento allineato con il mio modo di pensare l'approccio all'arte nella Bay Area, molto aperto, che lascia esprimere ogni potenziale e permette di far espandere il campo dell'arte il più possibile facendo realizzare ogni differente spirito creativo; come dappertutto, alle volte l'ambiente è un po' fatto di tendenze e gruppi e questo è un po' contraddittorio rispetto allo spirito generale di apertura, ma non mi focalizzo più di tanto sul meno bello quanto sul positivo, come è meglio fare.
Detto questo, sento che in un senso più generale (anche se non mi piace generalizzare troppo!), in Italia è un po' l'opposto: la situazione dell'arte è ancora orientata su un'estetica tradizionalista, ma è anche vero che la situazione cambia ogni momento e non ho abbastanza conoscenza sul settore italiano per poter essere più obiettiva, come forse dovrei!


Anche se con il rischio di divagare un po' troppo volevo esprimere un'idea che di recente ha cambiato la mia visione sul sentirsi di appartenere a una nazione/cultura piuttosto che ad un'altra: l'ho trovata in un testo di un filosofo indiano il quale ricordava come sentirsi di appartenere ad una nazione può essere negativo in quanto ci isola da una visione completa dell'umanità che ci tiene tutti uniti invece che separati; è come se creassimo più barriere che non arricchimento culturale.
Filosofie diverse e fedi diverse sono forse alcune delle cose a cui sono stata esposta qua negli Stati Uniti e che forse avrei trovato meno facilmente nella mia cultura di origine e questa è stata una delle grandi opportunità che questa nuova terra mia ha dato.


3. Ricordi la prima volta che hai visto San Francisco? E' stato amore a prima a vista oppure no?
La prima volta che sono venuta per un breve periodo non avevo un'idea chiara su cosa pensare di questo posto, ero ancora giovane, inesperta e alquanto confusa, lontana da casa e dalle mie sicurezze e certezze di una vita più prevedibile a Pordenone, piccola provincia del Friuli Venezia Giulia. Sicuramente è stato un cambiamento che mi ha arricchito e di cui avevo bisogno: mi ha aperto la mente e piano piano ha iniziato a far parte di me e del mio modo di vivere e pensare.
Oggi sono una donna e il mio modo di pensare è molto più diretto verso l'interno e non più focalizzato, come nel passato, sull'esterno, sull'apparenza, sebbene io mi dedichi ad una "professione" (anche se è più una scelta di vita) artistica. La mia estetica oggi è espressione della mia energia e dei miei valori e non è basata su canoni o idee preconcette; vorrei che quello che creo e quello che penso potesse arricchire lo spettatore ed è questo ciò che voglio lasciare nel mondo in questa mia vita, tentando di fare del mio meglio.


4. Raccontaci 5 dei tuoi culture shocks vissuti qui a San Francisco!
1. Appena arrivata ero terrorizzata dal dover guidare e dalle dimensioni delle strade; solo dopo poco ho realizzato che invece la guida qua e molto più rilassata e sicura, per la maggior parte, e non ci sono le "gare da pista" che alle volte ho sperimentato in Italia.
2. Per parecchio tempo ho cercato di trovare posti simili a quelli che in Italia sono piazze e aree pedonali per trovarsi con amici e conoscenti solo per fare quattro chiacchiere rilassati; dopo un po' ho realizzato che da queste parti non è così comune, essendo il sistema di vita creato su ritmi che possano sostenere il sistema consumistico, di veloce evoluzione e sviluppo; in poche parole tutti corrono per sopravvivere e per riuscire a mantenersi, cosa che nella zona non è molto semplice (questo forse è uno degli aspetti più critici della città!).
3. Una delle cose che ho apprezzato è il fatto che la gente non si cura più di tanto dell'opinione del "vicino", ed essendo le dimensioni di tutto alquanto estese, non è neanche così facile incontrarsi poi così casualmente come invece sarebbe più facile in Italia per esempio.
4. La questione chiese è un'altra: negli Stati Uniti, dovuto ovviamente dalla storia della Nazione, le chiese non hanno la stessa presenza e significato che hanno in Italia, si vedono tante piccole "congregazioni" diverse, fedi, religioni, filosofie, e anche nelle scuole ovviamente le vacanze collegate alla fede cristiana non sono celebrate nello stesso modo che in Italia.
5. Sicuramente dell'Italia mi mancano i piccoli negozi e le gastronomie dove tutti ti conoscono per nome e ci si saluta più o meno affettuosamente; questo negli Stati Uniti puo' essere un po' alienante soprattutto se uno non ha tempo di crearsi delle amicizie che lo sostengano e che siano di aiuto nella vita di tutti i giorni; il lato positivo è che qua le amicizie sono delle più colorite e stimolanti, essendo arricchite da una miriade di diverse culture.


5. Vivere al di là della Baia: che cosa ami del tuo vivere tra Berkeley e Oakland?

Sono molto legata a Berkeley e Oakland, hanno entrambe degli spiriti molto caratteristici e diversi che, credo, o ami o non ami…
Entrambe offrono degli stili di vita molto salutisti e un bellissimo paesaggio di cui godere; le colline infatti sono oasi di natura e attività per poter sfruttare la loro bellezza.

Una volta trasferita qua dall'Italia ho capito che con la mia arte non avrei dovuto pensare a regole o confini, che anzi questi mi avrebbero solo limitato; sono molto grata al contesto artistico che qua mi ha accolto perché ha eliminato le mie paure e i miei pregiudizi sul come un artista si sarebbe dovuto esprimere.
Oakland sopratutto dal lato artistico è molto stimolante: ha una comunità di artisti molto grande, dati i prezzi insostenibili di San Francisco. Le tendenze sono di tutti i tipi e assecondano ogni tipo di visione artistica; questo per alcuni artisti è molto importante.
Purtroppo Oakland è anche considerata alquanto pericolosa ma credo che la sua reputazione, seppur vera, abbia creato delle comunità e dei quartieri dove i suoi abitanti si aiutano e sono più vicini uno all'altro; la comunità è ricca di giovani famiglie e questo aiuta molte neo mamme ad avere diversi tipi di supporto.
Berkeley, d’altro canto, è allo stesso modo aperta e accoglie ogni tipo di visione sopratutto se anti convenzionale! Lo spirito hippy è ancora presente, ma è sicuramente meno marcato rispetto ad un tempo e l'Università arricchisce l'ambiente culturale offrendo molti eventi pubblici.


6. Anche se non vivi a San Francisco ma qui ci vieni spesso, ti sembra che sia baby friendly? Quali sono che ti piacciono particolarmente e quali gli aspetti che miglioreresti?
San Francisco, Academy of Science
Non conosco San Francisco quanto Berkeley e Oakland ma a mio parere è abbastanza kids friendly sopratutto se uno ha già le idee chiare sull'attività da fare e ha già delle mete e degli eventi a cui prendere parte.

Mi piace molto sfruttare il Golden Gate Park perché offre varie opportunità di svago: parchi gioco, il lago, musei per adulti e per più piccoli, come l'Academy of Science.


San Francisco non è molto comoda per noi, non essendo i mezzi pubblici ben organizzati. Ma mi piace moltissimo per l'architettura, lo spirito, la Baia che è molto romantica.


Un'altra meta preferita è la spiaggia di Grey Whale Cove dove andiamo spesso a fare surf, pescare, correre, dipingere e… giocare! L’acqua dell'oceano non è molto accogliente ma non si può avere tutto, no?


7. A proposito di surf, c'è qualcosa dello stile di vita californiano che è entrato a fare parte anche della tua routine?
Ho decisamente assimilato il modo di pensare più pratico di qua, anche se cerco di mantenere vive le tradizioni e i modi di fare tipici della mia terra madre, come per esempio il cucinare e dedicare del tempo a questo.
Ho imparato qui a cercare di guardarmi più attorno e ad accorgermi degli altri, che possono avere bisogno di un semplice aiuto; e ho imparato inoltre che, aiutando gli altri, aiuto me stessa più di tutti ;).

Anche la mia arte si è molto evoluta: sono molto attenta ai temi della sostenibilità e della natura, la luce brillante che c'è qua si infonde su ciò che produco. E nella mia produzione artistica non mi sono fermata ad un unico mezzo ma sperimento tutto ciò da cui la mia creatività viene attratta: scultura, pittura, abbigliamento con stampe delle mie pitture.
Ho anche iniziato un blog per cercare di avere un dialogo più diretto riguardo a ciò su cui sto riflettendo, anche se non ho abbastanza tempo per lavorarci quanto vorrei.
(Se volete dare un'occhiata al sito di Alessandra, eccovi il link: www.alleartwork.com).


8. Visto che ti piace cucinare, un cibo che hai scoperto qui e di cui ora non sai più fare a meno?

Sono tantissimi i cibi che ho scoperto da queste parti e sono sempre sorpresa quando penso per esempio che in Italia non avevo mai mangiato l'avocado e adesso lo mangio ogni settimana. Tra l'altro mio marito è metà messicano, quindi anche i cibi piccanti sono diventati un'abitudine.
Nella zona la disponibilità di frutta e verdure è infinita e cerco anche di coltivare parte del mio piccolo giardino.


9. Qualcosa che ti manca dell'Italia? E che cosa pensi ti stia dando di speciale questa esperienza all'estero?
Vivere qua mi ha aperto gli occhi, mi ha dato la possibilità di comprendere me stessa meglio e anche se non so se vivrò sempre qua, una parte di me sarà sempre influenzata da questa esperienza; trovarsi in situazioni imprevedibili e alle volte sentirmi non a mio agio mi ha dato una spinta in più per prendere in mano la mia vita e realizzarmi capendo chi sono veramente senza nascondermi dietro a situazioni più familiari; grazie a questo ho potuto raggiungere obbiettivi che non pensavo fossero possibili.
Mi manca moltissimo l'Italia perché è nel mio sangue! Mi mancano la sua bellezza, la sua storia e cultura, la diversità che è presente in una terra così piccola, la sua gente e il loro particolare spirito.

Ti volevo ringraziare Sabina per questa opportunità perché lo scrivere tutti questi miei pensieri, e forse sono anche troppi quelli che ho condiviso, mi è veramente servito per avere più chiarezza e obiettività riguardo ad un argomento (la mia connessione con i posti in cui ho vissuto e vivo) a cui penso spesso.

A presto
Un abbraccio

Ringrazio te, Alessandra, per averci raccontato di te, della tua vita, delle tue scelte. Non ti conosco ancora ma nelle tue parole vedo tanta forza e un grande entusiasmo per la vita e per quello che fai, nel mondo dell'arte e nella tua famiglia. Spero di incontrarti presto dal vivo per un'altra lunga chiacchierata!

Per la prossima intervista dovrete pazientare per un altro mese, lo sapete già, ma vi assicuro che ne varrà la pena: avremo con noi un'altra donna speciale che ci racconterà della sua esperienza a San Francisco! Appuntamento per il 10 settembre allora con la rubrica "Voci italiane a San Francisco"! =)

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