mercoledì 18 gennaio 2017

Lasciare San Francisco

Non è stato facile... anzi, direi che è stata una delle esperienze più difficili della mia vita. 
E' successo così, in un giorno qualunque della settimana: era il 15 dicembre pero', questo me lo ricordo bene. Un giorno segnato da una pioggia scrosciante che raramente ho visto a San Francisco nei 4 anni e mezzo in cui ho vissuto lì. 
Per me è stato un po' come essere protagonista di un film, drammatico e strappalacrime. 
Ci siamo chiusi il cancello alle spalle alla sera, con una macchina davanti, piena zeppa di valigie e dettagli di una vita intensamente vissuta nel nord della California. 
Abbiamo chiuso il cancello d'ingresso della Maison Jaune sapendo di non avere più le chiavi di casa, quelle chiavi che per anni ci hanno riempito le tasche permettendoci sempre di rientrare in un posto diventato casa, la nostra casa. 
E quando chiudi il cancello alle tue spalle così, sapendo che quella è l'ultima volta che lo farai e sapendo che hai lasciato dentro degli spazi per te così familiari ma che non rivedrai più, il tuo cuore piange lacrime amare, lacrime che quel giorno, nel buio, si sono mescolate alle gocce di pioggia che cadevano veloci sul cemento. 
Per me salutare la Maison Jaune è stato come dire addio ad una presenza reale, talmente cara a me da avere occupato uno spazio davvero importante nel mio cuore.  
E' stato come salutare una cara amica al suo funerale... E' stato doloroso dirle addio e salutarla sapendo che la prossima volta che la rivedrò, non saremo più le stesse, nè io nè lei. Ci siamo salutate sapendo che quello era proprio un addio e che da lì non si poteva più tornare indietro. 
So che la prossima volta che passerò di lì, la rivedrò sì, ma sarà a porte chiuse, sarà dalla strada... Non sarò più la sua inquilina: sarò una persona di passaggio che la guarderà da fuori, con le finestre e le porte chiuse e solo mentalmente potrò passare di nuovo attraverso tutte le sue stanze per ritrovare in esse tutti i ricordi, belli e brutti, che hanno accompagnato la mia vita lì dentro. 
Prima di uscire e di chiudere quella porta, abbiamo detto addio ad ognuna di quelle stanze. Che non erano mica tante, eh... Perché la Maison Jaune aveva all'ingresso un corridoio stretto, con i muri gialli e il pavimento di legno; un bagno finestrato, tinto di bianco e color acqua marina; una camera da letto, con parquet e muri gialli sui quali avevo applicato un ramo d'albero marrone e tanti uccellini in volo;
seguivano la sala, che poi è diventata la nostra camera da letto da quando è nato Teg; e una cucina bellissima, luminosa e ampia, con una bay window con una bella panca su cui potersi sedere ad ammirare dentro e fuori. Una cucina che è stato il motivo per cui abbiamo scelto quella casa! Una casa piccola ma graziosa, tenuta bene e curata nei dettagli. Una casa di cui mi sono innamorata a prima vista e ancora non so dire se sono stata io a scegliere lei o lei a scegliere me. 
Dire addio ad ognuna di queste stanze è stato doloroso a tal punto da diventare straziante. Per questo c'è stato un momento in cui, arrivata al limite, sono dovuta uscire: non ce la facevo più! Non ce la facevo più a vivere quella profonda tristezza che mi ha inondato il cuore nel dire addio a quei luoghi.
Mi è tornata alla memoria la casa dove abitavamo a Padova e l'addio che le ho dato, velocemente, quando di lì siamo usciti per venire in America. Allora non mi sono data il tempo di provare quella sofferenza perché era troppo dura da affrontare e ogni volta che siamo tornati in Italia, passando lì sotto, ho pianto. Piango di nostalgia forse? Piango di sicuro per tutti i ricordi che sono legati a quelle stanze; per il tempo trascorso lì dentro, che è stato prezioso ma che mi viene voglia di riscrivere per certi versi; piango per ciò che lì dentro è cominciato e finito. 
Con la Maison Jaune ho provato a restare in quel dolore fino a quando è stato per me sopportabile e spero che l'aver sentito quella tristezza profonda mi alleggerisca un po' della malinconia che so che verrà e che anzi mi sta già prendendo in questi primi giorni a Los Angeles.
Così, nella pioggia, ce ne siamo andati da San Francisco. 
Ce ne siamo andati dicendo addio ai posti più familiari, a quelli che per anni hanno distinto le nostre giornate: il parco giochi vicino casa, la scuola dove ho lavorato, l'asilo di Teg e il negozietto all'angolo dove prendevamo sempre la merenda, l'università dove passavo a prendere mio marito. 
Abbiamo salutato le salite e le discese di questa città che porto nel mio cuore ed è stato faticoso ma allo stesso tempo mi ha permesso di chiudere un cerchio ancora aperto e di riuscire a scrivere la parola fine ad un capitolo importante della mia vita, un capitolo intitolato "La mia vita a San Francisco".  
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