venerdì 9 dicembre 2016

Voci italiane a San Francisco # 18

Ultima puntata della nostra rubrica "Voci italiane a San Francisco" e ultima intervista ad una voce italiana che da qualche tempo ormai si trova in California. Questa volta ho il piacere e l'onore di presentarvi una pugliese doc, arrivata a San Francisco tre anni fa! Sapete che nel mio cuore la Puglia occupa un posto speciale visto che nel mio sangue scorre sangue per metà barese quindi sappiate che sì, sono di parte... amo i pugliesi e nelle parole di questa ragazza io ho ritrovato tutto quel calore e quell'energia che tanto mi piace!
Ma bando alle ciance: lascio la parola a chi di cose da raccontare ne ha davvero tante! 

Puoi presentarti brevemente?
Ciao! Mi chiamo Alessandra, ho 26 anni e in California ci sono arrivata un po’ per scelta e un po’ per destino. La scelta l’ho fatta quando avevo 23 anni: subito dopo aver preso una laurea breve, mentre lavoravo come cameriera, ho sentito l’esigenza di cambiare la mia vita. 
Sono nata e cresciuta in un paesino piccolissimo in Puglia, un paesino che adoro ma che ad un certo punto aveva iniziato a starmi un po’ stretto. Così, spinta dalla voglia di avventura, di cambiamento e dal desiderio di imparare una nuova lingua, ho deciso di iscrivermi ad un programma di scambio culturale con gli USA e, una volta trovata la famiglia ospitante che il destino ha voluto essere a San Francisco, sono partita. Dopo essere stata qui per due anni ho deciso di iscrivermi al College per conseguire un’altra laurea ed ora sto studiando Business Administration.
 

Che impressione ti ha fatto San Francisco? E' stato amore a prima vista oppure no?  
Beh, è innegabile: San Francisco è una città bellissima! Diciamo che “amore a prima vista” non è il termine che userei per un semplice fatto: quando sono arrivata qui non sapevo molto riguardo la città e mi aspettavo di trovare una metropoli con tantissimi grattacieli e cartelloni pubblicitari ovunque. Invece ho trovato una città a misura di persona. 
È strano pensare che prima di decidere di partire non sapevo quasi nulla di San Francisco. L’avevo sentita nominare tante volte ma essendo dall’altra parte del mondo e così lontana da me e dalla mia vita, non aveva mai attirato la mia attenzione. Eppure eccomi qui! Io vivo ad Oakland (una ventina di minuti da San Francisco) ma vado in città molto spesso ed ho imparato a conoscerla ed apprezzarla. Non è il posto dove vivrei tutta la vita, ma è una città meravigliosa che ha decisamente cambiato la mia vita.
 

Una volta arrivata qui, che cosa ti ha stupito maggiormente? Raccontaci 5 dei tuoi culture shock relativi alla città! 
1) Lo shock più grande è stato scoprire la diversità delle persone nel salutarsi, soprattutto tra amici. Venendo dall’Italia (e dalla Puglia soprattutto!) ero abituata al calore, agli abbracci stretti, al salutarsi dieci volte prima di andare via davvero, ai bacetti sulle guance. Qui dopo un “bye” ognuno prende la sua strada. Non ci sono molti abbracci e, se ci sono, sono meno calorosi di quelli italiani. All’inizio ci ho sofferto molto perché, non conoscendo nessuno, avevo nostalgia del contatto umano. Poi, dopo un po’, mi ci sono abituata. La cosa buffa è che l’ho scoperto trovandomi costantemente in situazioni imbarazzanti in cui tentavo di abbracciare qualcuno che puntualmente schivava l’abbraccio o restava impietrito a guardarmi con un’espressione dubbiosa. Ogni volta che ci ripenso mi scappa da ridere!
2) Il secondo gigantesco culture shock è stato scoprire l’esistenza della “schedule”, ovvero la suddivisione della settimana in fittissime giornate colme di impegni. Tutto è registrato sul calendario, le giornate sono piene zeppe di cose da fare, persone da incontrare, posti in cui andare. Anche in questo caso le mie radici terrone mi avevano abituata alla giornata lavorativa tranquilla, con pranzo a casa, tempo per incontrare gli amici e addirittura tempo per chiedersi cosa fare la sera! Qui il mio tempo libero è relegato solo al week end, la sera vado a dormire presto per essere carica il giorno dopo e per il resto vivo in un turbinio di impegni. E' tuttora difficile per me mantenere il ritmo che hanno qui, ma devo ammettere che faccio in una settimana quello che a casa avrei fatto in un mese in Italia!
3) Il formaggio grattugiato sulla pizza. Con riluttanza ho scoperto che è uso comune e che addirittura si dice sia una “tradizione italiana”! No ragazzi, il formaggio grattugiato sulla pizza no! Quello si che è stato un culture shock!!
4) La lingua è stata un bello shock. L’ho trovata molto diversa da quello che avevo studiato a scuola e mi ci sono voluti sei mesi per essere in grado di capire e farmi capire ad un livello accettabile. In quei mesi ho cercato di parlare con chiunque per fare pratica e mi sono chiusa in casa a guardare tantissimi TV shows con audio e sottotitoli in inglese. Mi ha aiutato tantissimo. Dopo un po’ di “aiuto non ce la farò mai, chi me l’ha fatto fare di venire qui?!” ho realizzato quanto meraviglioso sia il poter parlare e capire una lingua diversa dalla propria e ho iniziato a vivere e imparare per davvero. Non avrei mai pensato di farcela e invece, eccomi qui!
5) Tutto è molto più grande a San Francisco! Le strade sono gigantesche e possono avere anche cinque o sei corsie. Gli edifici sono enormi, le porzioni di cibo sono decisamente molto più abbondanti e anche le persone sono più alte (o magari sarà che sono bassina io!). Tutto ha una dimensione ben maggiore di quella a cui ero abituata ed all’inizio è stato uno shock sentirsi piccolissima in mezzo a tutta questa tumultuosa grandezza. Ma come per tutto il resto, ci si abitua in fretta. Ora quando torno nel piccolo paesino in cui sono cresciuta tutto mi sembra una piccola, bellissima miniatura.
  


Che cosa offre San Francisco ad una giovane come te? E cosa ti toglie? 
San Francisco offre ai giovani l’apertura mentale. È una città in cui tante culture, etnie, religioni, orientamenti sessuali, modi di vivere e idee politiche diversi convivono e coesistono, formando un bellissimo mix. Chiunque è libero di essere se stesso, di esprimersi come meglio crede, di vivere come meglio crede. E' una forma di libertà magnifica. Si è completamente liberi di essere, fare e credere quel che si ritiene opportuno, senza sentirsi giudicati e senza preoccuparsi di quel che “pensa la gente”. Aggiungerei anche che le possibilità, di esperienze di lavoro e di studio sono vastissime. Una persona può reinventarsi e ricominciare a qualsiasi età, intraprendere una nuova carriera, cambiare strada. Non è mai troppo tardi. 
Il prezzo di tutto questo, almeno per me, è che la vita è più “solitaria” di quella che avevo in Italia. Quando ero a casa avevo tantissimi amici che mi venivano a trovare a tutte le ore e con cui uscivo regolarmente. Qui invece è tutto così grande e frenetico che ho perso quel nucleo di amicizie strette, di persone che vedo sempre. Questo particolare aspetto mi manca tantissimo, motivo per cui adoro tornare in Italia per le vacanze e rivederli tutti, come se non fosse passato nemmeno un giorno.  

Hai un'isola felice in città, intendo un posto che ti fa sentire bene ogni volta che ci vai? 
Sì. C’è un posto bellissimo che in realtà non è proprio in città, ma a Tiburon, un po’ più a nord di San Francisco. Si chiama Hippy Tree ed è un meraviglioso albero al quale è appesa un’altalena. L’atmosfera è sempre tranquilla e rilassata, non c’è mai troppa gente e mentre si dondola si ha una vista mozzafiato di San Francisco, del Golden Gate Bridge e della Baia. Al tramonto è davvero una location suggestiva. Ci sono stata un sacco di volte ma non mi stanca mai. Ogni volta ci resterei per delle ore.  

Uno spettacolo indimenticabile a cui hai assistito in città o nei dintorni? 
Lo spettacolo più bello a cui assisto tutti i giorni a San Francisco è il tramonto. I tramonti in California sono trai più belli che abbia mai visto nella vita. Il cielo (complice l’inquinamento, ahimè!) ha dei colori spettacolari e sfuma spesso sul rosa, sul rosso e sull’arancione. Mi fermo a guardarlo ogni volta che posso perché è sempre uno spettacolo bellissimo. 
Arte e cultura: ci sono degli eventi a cui sei particolarmente legata? 
Decisamente sì! Nel mio secondo anno a San Francisco ho deciso di creare un gruppo di persone che, come me, vengono dalla Puglia, hanno origini pugliesi, o semplicemente hanno piacere nel conoscere e vivere la cultura pugliese. Ci incontriamo quando possiamo e ci divertiamo sempre tanto. Parliamo nel nostro dialetto, suoniamo e balliamo la nostra musica popolare (la pizzica, o tarantella) e per qualche ora ci sentiamo di nuovo a casa. Questi eventi per me sono sempre motivo di felicità e momento di condivisione della nostra bellissima cultura a cui mi sento profondamente legata. 

Com'è nato il gruppo "Pugliesi in California"? E qual è il rapporto tra virtuale e reale in un gruppo come questo? 
L’idea è nata dalla voglia di condividere la mia cultura e le mie radici. Ho pensato che sicuramente c’erano altri Pugliesi come me qui in California e ho deciso di fare del mio meglio per riunirli tutti! 
All'inizio eravamo solo in tre. Ma col passare dei mesi siamo diventati tanti e ora il gruppo conta quasi novanta membri. Persone esterne si uniscono alle serate e si divertono con noi: il gruppo è aperto a chiunque abbia voglia di condividere la cultura pugliese! 
Il rapporto tra virtuale e reale è un po’ complesso, devo dire. Da un lato, molte persone non partecipano molto al gruppo virtualmente e quindi si perdono gli inviti agli eventi o la possibilità di fare parte del gruppo attivamente. Dall’altro, la virtualità è stata di aiuto perché ci ha connessi e ci ha dato la possibilità di conoscerci di persona e di stringere amicizia nella vita reale, oltre che sui social. Ora l’idea a cui sto lavorando è di coinvolgere più gente esterna al gruppo e di far conoscere un po’ di più la cultura pugliese. Sarebbe divertente vedere gente mai stata in Puglia ballare la pizzica! È un modo per riavvicinare passato e presente in tutti quelli che come me si sono lasciati alle spalle una bellissima terra. 

Ma da pugliese esperta di buon cibo mediterraneo, possiamo sapere se c'è un altro cibo che hai scoperto qui in California e di cui adesso non riesci più a fare a meno? 
Il sushi! Lo so che non è per niente Californiano, ma io un sushi così buono non l’avevo mai mangiato. Ora non posso più farne a meno! 

Per quella che è la tua esperienza, a cosa ti sembra di aver rinunciato venendo a vivere in California? E che cosa invece senti di avere guadagnato? 
L’unica cosa a cui mi sento di aver “rinunciato” è la possibilità di vedere la mia famiglia ogni giorno e di averla sempre vicina. Pero' credo sia parte della vita allontanarsi da casa e credo sia un peccato sprecare la possibilità di vedere e scoprire il bellissimo mondo in cui viviamo. 
Quando si ha la possibilità di viaggiare e fare nuove esperienze credo sia un bene avere la forza di farlo perché arricchisce l’animo e rende più forti. 
Da questa mia esperienza a San Francisco infatti, ho guadagnato e sto ancora guadagnando tanta forza d’animo e determinazione. Non sono la stessa persona che ero quando sono partita, mi sento più matura e consapevole. Ho conosciuto persone stupende durante questo viaggio e non c’è giorno in cui mi penta della scelta che ho fatto. Casa resterà sempre il posto che più amo, però c’è tutto un mondo che ancora devo scoprire! 

Grazie mille Alessandra! Ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato: il tuo entusiasmo per questa avventura che stai vivendo e che ci hai voluto raccontare è davvero contagioso! 

Si chiude così questa avventura che ha visto protagoniste tante voci italiane a San Francisco. Questa rubrica è nata per offrire nuovi punti di vista sulla città, farvi conoscere altre esperienze di italiani che vivono qui... e mi sembra che sia riuscita perfettamente nel suo intento! 
Chissà, magari ci sarà un secondo capitolo che potrebbe intitolarsi "Voci italiane a Los Angeles", con altre storie, altre esperienze di italiani che vivono nel sud della California, che dite... ci proviamo? =)   

domenica 4 dicembre 2016

Ultima settimana a San Francisco

Ma davvero? 
Davvero.
E' cominciato il conto alla rovescia. 
Un conto che continua inesorabilmente a scendere mentre gli scatoloni in casa cominceranno presto ad aumentare.
Ancora non riesco a credere che la settimana prossima tutto ciò che abbiamo accumulato in 4 anni e mezzo di vita sanfranciscana verrà impacchettato e spedito a Los Angeles, dove cominceremo una nuova vita. E' un pensiero doloroso che mi porto nel cuore ovunque vada e che provoca di frequente lacrime che scendono calde sulle mie guance... 
Non c'è luogo a San Francisco che non mi parli di un ricordo a me caro, perché nel bene o nel male, tutto ciò che ho vissuto qui, in questi miei primi anni da expat, ha avuto un significato grande per me. 
Mi appresto così a dire addio alla Maison Jaune, alla mia casa con le bow windows, alla casa che quando l'ho vista per la prima volta, mi sono innamorata di lei e non volevo andarmene senza essere sicura che proprio qui avrei vissuto questi 4 anni. 
Ora la guardo e mi sembra che le sue pareti possano raccontare la mia crescita in questi anni, che sembrano pochi a dirsi ma che per me sono stati tanti... 
Mi sembra che queste pareti possano ricordarsi di me, donna spaesata, appena approdata in un Paese estraneo in cui mi sentivo sola e inadeguata; di me moglie, preoccupata nel costruire una stabilità di coppia che ci siamo inventati qui e che ancora stiamo scoprendo giorno dopo giorno; di me incinta, intenta a preparare il mio diventare responsabile di una piccola creatura e poi di me mamma, con un fagottino tra le braccia, le occhiaie e i capelli spettinati per le notti insonni; di me ricercatrice studiosa, ancora intenta a lavorare per l'Italia con un oceano di mezzo e poi di me casalinga e mamma, e ancora, di me lavoratrice fuori casa; di me che mi sono lentamente innamorata di questa California fino a sentirla mia.
E' duro lasciare questa casa che sa così tante cose di me e di noi... lasciare la casa che mio figlio chiama House e nella quale pretende di tornare anche quando siamo in vacanza. E' l'unica house che lui conosce del resto... e forse sarà anche la casa di cui non resterà traccia di memoria in lui visto che è ancora così piccolo. So che gliene parlerò, che gli racconterò di ogni stanza, di ogni sua conquista o caduta in ognuna di queste stanze. 
E' ancora così vivo in me il ricordo di noi tre, appena rientrati dall'ospedale con lui nell'ovetto. Aprendo la porta di questa casa ebbi l'impressione che stessimo per varcare quella soglia per la prima volta, portando nostro figlio in quello che fino a quel momento era stato solo il nostro mondo di coppia. Ricordo le parole di mio marito che gli fece fare il tour della casa per mostrargli quelle stanze che sarebbero diventate anche sue e noi, che un po' si rideva nel fare quel tour con un neonato semiaddormentato... in realtà fu un momento talmente speciale che rimase indelebile nella mente e nel cuore.  
Poi ci sono le mie adorate bow windows, le finestre ad arco tipicamente sanfranciscane che ho sempre adorato, dal primo istante in questa casa. Quanta cura nel pensare come organizzare gli spazi, quanto tempo speso a scegliere i cuscini per quella panca tra le tre finestre e le panchette bianche per far vedere la luce alle mie piante. E quanti sonni profondi tra quei cuscini, dopo la lettura di un bel libro in solitaria nel primo pomeriggio, quando ancora potevo leggere senza che un bimbo venisse ad abbracciarmi. Ora questo è diventato il regno di Teg, l'isola felice su cui trasporta i suoi giochi, che lo vede mangiare e guardare i cartoni. E quello che era il mio regno è diventato il suo...
Immagino a fatica questa casa vuota. E' così piena di ricordi che cancellare tutte le nostre tracce mi sembra la cosa più dolorosa da fare! Voglio prendere e portarmi via tutti questi ricordi, impacchettarli come gli oggetti più fragili di questa esperienza a San Francisco e voglio portarmeli via, con me, ma ho paura che vogliano restare qui... ed io ho paura di perderli, per sempre. 
Così girovago per la città e mi perdo ad osservarne i dettagli, illuminati dal sole. E saluto ad uno ad uno gli incroci che mi hanno visto passare di fretta o lentamente, a piedi, in bici o in auto, all'andata o al ritorno di uno dei miei impegni. 
Saluto le case familiari, quelle che hanno sempre catturato la mia attenzione, quelle per le quali ho sempre avuto un occhio di riguardo anche quando ero di corsa. 
Saluto le colline con le loro salite e le loro discese. Le viste mozzafiato che mi fanno sempre piangere per quanto sono belle. Il Golden Gate Bridge al tramonto e le luci del Bay Bridge alla sera.
Saluto la baia e la quiete dell'oceano in quest'ansa naturale. 
Saluto le spiaggette e i parchi giochi, i negozi e i locali a cui associo momenti e persone che hanno reso speciale questa avventura sanfranciscana. 
Saluto lo yoga e l'agopuntura in quei luoghi che mi hanno fatto conoscere e scoprire persone che mi hanno offerto il benessere su un piatto d'argento. 
Saluto coloro che mi hanno ascoltato anche quando avevo qualcosa di doloroso da condividere. Saluto l'intimità di questi luoghi - reali e non - e il calore che mi hanno saputo dare ogni volta. 
Saluto le difficoltà incontrate qui, quelle che mi hanno spinta ad incontrare tutte le mie fragilità per diventare una persona più coraggiosa e più forte perché più consapevole e mi accingo ad incontrarne di nuove, di diverse in un'altra parte della California che ancora non conosco.
Non so se è questo il mio addio scritto a San Francisco, non so neanche se ho il coraggio di pensarlo come un addio. Penso piuttosto e più volentieri sia un arrivederci, perché a questa città non riesco a dire addio sul serio... è una città che ti resta dentro, ti resta nel cuore e nell'anima, per sempre. 
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