domenica 4 dicembre 2016

Ultima settimana a San Francisco

Ma davvero? 
Davvero.
E' cominciato il conto alla rovescia. 
Un conto che continua inesorabilmente a scendere mentre gli scatoloni in casa cominceranno presto ad aumentare.
Ancora non riesco a credere che la settimana prossima tutto ciò che abbiamo accumulato in 4 anni e mezzo di vita sanfranciscana verrà impacchettato e spedito a Los Angeles, dove cominceremo una nuova vita. E' un pensiero doloroso che mi porto nel cuore ovunque vada e che provoca di frequente lacrime che scendono calde sulle mie guance... 
Non c'è luogo a San Francisco che non mi parli di un ricordo a me caro, perché nel bene o nel male, tutto ciò che ho vissuto qui, in questi miei primi anni da expat, ha avuto un significato grande per me. 
Mi appresto così a dire addio alla Maison Jaune, alla mia casa con le bow windows, alla casa che quando l'ho vista per la prima volta, mi sono innamorata di lei e non volevo andarmene senza essere sicura che proprio qui avrei vissuto questi 4 anni. 
Ora la guardo e mi sembra che le sue pareti possano raccontare la mia crescita in questi anni, che sembrano pochi a dirsi ma che per me sono stati tanti... 
Mi sembra che queste pareti possano ricordarsi di me, donna spaesata, appena approdata in un Paese estraneo in cui mi sentivo sola e inadeguata; di me moglie, preoccupata nel costruire una stabilità di coppia che ci siamo inventati qui e che ancora stiamo scoprendo giorno dopo giorno; di me incinta, intenta a preparare il mio diventare responsabile di una piccola creatura e poi di me mamma, con un fagottino tra le braccia, le occhiaie e i capelli spettinati per le notti insonni; di me ricercatrice studiosa, ancora intenta a lavorare per l'Italia con un oceano di mezzo e poi di me casalinga e mamma, e ancora, di me lavoratrice fuori casa; di me che mi sono lentamente innamorata di questa California fino a sentirla mia.
E' duro lasciare questa casa che sa così tante cose di me e di noi... lasciare la casa che mio figlio chiama House e nella quale pretende di tornare anche quando siamo in vacanza. E' l'unica house che lui conosce del resto... e forse sarà anche la casa di cui non resterà traccia di memoria in lui visto che è ancora così piccolo. So che gliene parlerò, che gli racconterò di ogni stanza, di ogni sua conquista o caduta in ognuna di queste stanze. 
E' ancora così vivo in me il ricordo di noi tre, appena rientrati dall'ospedale con lui nell'ovetto. Aprendo la porta di questa casa ebbi l'impressione che stessimo per varcare quella soglia per la prima volta, portando nostro figlio in quello che fino a quel momento era stato solo il nostro mondo di coppia. Ricordo le parole di mio marito che gli fece fare il tour della casa per mostrargli quelle stanze che sarebbero diventate anche sue e noi, che un po' si rideva nel fare quel tour con un neonato semiaddormentato... in realtà fu un momento talmente speciale che rimase indelebile nella mente e nel cuore.  
Poi ci sono le mie adorate bow windows, le finestre ad arco tipicamente sanfranciscane che ho sempre adorato, dal primo istante in questa casa. Quanta cura nel pensare come organizzare gli spazi, quanto tempo speso a scegliere i cuscini per quella panca tra le tre finestre e le panchette bianche per far vedere la luce alle mie piante. E quanti sonni profondi tra quei cuscini, dopo la lettura di un bel libro in solitaria nel primo pomeriggio, quando ancora potevo leggere senza che un bimbo venisse ad abbracciarmi. Ora questo è diventato il regno di Teg, l'isola felice su cui trasporta i suoi giochi, che lo vede mangiare e guardare i cartoni. E quello che era il mio regno è diventato il suo...
Immagino a fatica questa casa vuota. E' così piena di ricordi che cancellare tutte le nostre tracce mi sembra la cosa più dolorosa da fare! Voglio prendere e portarmi via tutti questi ricordi, impacchettarli come gli oggetti più fragili di questa esperienza a San Francisco e voglio portarmeli via, con me, ma ho paura che vogliano restare qui... ed io ho paura di perderli, per sempre. 
Così girovago per la città e mi perdo ad osservarne i dettagli, illuminati dal sole. E saluto ad uno ad uno gli incroci che mi hanno visto passare di fretta o lentamente, a piedi, in bici o in auto, all'andata o al ritorno di uno dei miei impegni. 
Saluto le case familiari, quelle che hanno sempre catturato la mia attenzione, quelle per le quali ho sempre avuto un occhio di riguardo anche quando ero di corsa. 
Saluto le colline con le loro salite e le loro discese. Le viste mozzafiato che mi fanno sempre piangere per quanto sono belle. Il Golden Gate Bridge al tramonto e le luci del Bay Bridge alla sera.
Saluto la baia e la quiete dell'oceano in quest'ansa naturale. 
Saluto le spiaggette e i parchi giochi, i negozi e i locali a cui associo momenti e persone che hanno reso speciale questa avventura sanfranciscana. 
Saluto lo yoga e l'agopuntura in quei luoghi che mi hanno fatto conoscere e scoprire persone che mi hanno offerto il benessere su un piatto d'argento. 
Saluto coloro che mi hanno ascoltato anche quando avevo qualcosa di doloroso da condividere. Saluto l'intimità di questi luoghi - reali e non - e il calore che mi hanno saputo dare ogni volta. 
Saluto le difficoltà incontrate qui, quelle che mi hanno spinta ad incontrare tutte le mie fragilità per diventare una persona più coraggiosa e più forte perché più consapevole e mi accingo ad incontrarne di nuove, di diverse in un'altra parte della California che ancora non conosco.
Non so se è questo il mio addio scritto a San Francisco, non so neanche se ho il coraggio di pensarlo come un addio. Penso piuttosto e più volentieri sia un arrivederci, perché a questa città non riesco a dire addio sul serio... è una città che ti resta dentro, ti resta nel cuore e nell'anima, per sempre. 
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