sabato 30 maggio 2015

Born in the USA

Cantava Bruce Springsteen...
Ma ora lo canto anch'io a squarcia gola! Sì, perché
dopo 5 settimane di attesa oggi è finalmente arrivato il passaporto di Tegolina!
Guardatelo qua quanto è bello: è blu, tutto blu, mica come il mio, di marca italiana, che è rosso scuro. Il suo ha scritte in oro sulla copertina. 

E' arrivato solo qualche minuto fa alla Maison Jaune via posta ed io sono ancora tutta emozionata. Ho provato un'emozione simile solamente quando sono andata a ritirare il suo certificato di nascita che diceva che lui, mio figlio, è nato a San Francisco. E lo sapevo eh, che è nato a San Francisco, perché c'ero pure io all'ospedale quel giorno... ma vedere scritto su un documento ufficiale che lui è un californiano mi fa ancora un certo effetto. 
Il passaporto era contenuto in una busta cartonata dell'USPS, il servizio postale statunitense che era indirizzata proprio a Teg. E solo nel vedere il suo bel nome completo, accoppiato all'indirizzo della Maison Jaune, io mi sono commossa...  Oh, il mio bambino sta diventando grande - ho pensato. 
Poi apro quella busta (da brava mamma ficcanaso! :) e prendo in mano il passaporto. Il primo passaporto statunitense che tocco in vita mia... E improvvisamente, mi rendo conto che si concretizza la possibilità di viaggiare con lui, di uscire dagli Stati Uniti e di girare il mondo, insieme. 
Lo sfoglio curiosa... e nella seconda pagina mi trovo davanti la foto di un bimbo biondo, un po' spettinato, con le guance rosee e paffute (ricordate che lo hanno subito soprannominato chubby cheeks all'ospedale?) che guarda dritto dentro l'obiettivo della camera fotografica come se già sapesse come ci si comporta in questi casi. E per l'occasione indossa una camicia a quadri arancione, da vero sanfranciscano doc. 
Scorro i suoi dati anagrafici e non posso fare a meno di soffermarmi su quella terza voce che fa riferimento alla sua nazionalità:
United States of America

Mi viene la pelle d'oca [...] 
Teg, che è figlio di due italiani ma è nato negli Stati Uniti, ha diritto alla doppia cittadinanza, italiana e statunitense. 
Mi scriveva oggi un'amica: "Che bel regalo gli avete fatto..." 
Ed è proprio vero... l'essere qui alla sua nascita ci ha permesso di offrirgli una carta in più per il suo futuro o almeno così io spero! Spero con tutto il mio cuore che le possibilità per lui siano raddoppiate e che l'essere cittadino italiano e americano gli possa aprire tante più porte.
Ogni tanto mi chiedo, fantasticando un po', che cosa deciderà per sè... quale dei due Paesi sentirà più suo e in quale deciderà di vivere, se in uno di questi o in un altro ancora...  
Come scrivevo qualche tempo fa per Amiche di Fuso, non dico più che ho messo al mondo mio figlio ma che l'ho messo NEL MONDO, prendendo spunto dal quell'espressione americana to bring into the world che tanto mi piace. 
Vorrei tanto che Teg fosse un cittadino del mondo, che avesse radici forti, in grado di sostenerlo, ovunque sarà, capaci di offrirgli la sicurezza anche nell'incertezza che porta con sè la scoperta di nuovi mondi e nuove culture. Vorrei fosse in grado di inserirsi in contesti diversi senza temere l'ignoto. Vorrei non avesse paura di viaggiare, di scoprire, di curiosare in tutti gli angoli del mondo. E vorrei coltivasse in se stesso concetti come quello di "casa" e di "famiglia", indipendentemente dal luogo in cui vivrà e dalla distanza fisica che potrà separarci. Per questo forse amo così tanto quel momento al parco in cui si allontana da me per esplorare il mondo circostante; di solito, quando si trova nel punto più lontano, si gira, mi guarda, forse cerca rassicurazione, io gli sorrido... lui ricambia e la sua esplorazione ricomincia da lì. Vorrei che la sicurezza del mio amore potesse rimanere con lui per sempre. E vorrei potesse portare sempre con sè questo bagaglio multiculturale che ci stiamo costruendo giorno per giorno vivendo a San Francisco. 
Ecco perché questo passaporto statunitense mi ha emozionata... mi ha ricordato tutti questi pensieri fatti nei mesi e tutte le speranze che nutro per lui...     

martedì 26 maggio 2015

Non sono tutte rose e fiori! # 3

Ovvero, del cercare lavoro in California.
Quando ho lasciato l'Italia tre anni fa, sapevo che di lì a poco il mio assegno di ricerca universitario sarebbe finito e mi sarei trovata col culo per terra a ricominciare tutto da capo dall'altra parte del mondo, ma tutto sommato avevo creduto - o mi ero illusa - che quello che mi dicevano tutti "Ma sì, vedrai che in America un lavoro lo troverai" fosse vero. 
E INVECE... di trippa per gatti - ovvero di soldi per noi umanisti - non ce n'è, neanche in California. 
Di tanto in tanto ricevo e-mail da italiani che mi chiedono come fare a trovare lavoro a San Francisco. Ma dico: lo stai davvero chiedendo a me?? a me che sono senza lavoro da tre anni sebbene parli quattro lingue straniere e abbia alle spalle una laurea in lingue appunto, una specializzazione post laurea e un dottorato in storia dell'arte?  [...]
In questi tre anni sono successe tante cose e non sono stata costante nel fare domanda per un lavoro, mi sono rimessa sotto seriamente dalla scorsa estate, ma rimane che... l'America non è più l'America! Per lo meno l'America non è così come ce l'hanno venduta, non è il luogo dove tutto è possibile (per lo meno non per noi umanisti...).
Ed io l'ho capito subito dopo aver messo piede stabilmente in California.  
Qualche mese dopo il mio arrivo presentai la mia domanda per tre borse di studio in tre sedi diverse (una università, un museo e una biblioteca) sparse per la California, le quali avrebbero potuto finanziare le mie ricerche per periodi che andavano da 5 mesi a 2 anni.
Niente: tutte e tre le mie domande non andarono a buon fine.
Aggiungo solo che una di queste sedi aveva ricevuto 5000 domande da tutto il mondo per 5 borse disponibili e temporanee (questo giusto per darvi un'idea del livello di competizione). Chi vinse? Professori ordinari, professori associati, ricercatori di ruolo e forse un giovane post doc come me. Dico, un solo giovane. E con "giovane" intendo giovane per la carriera, non per l'età, che qui anche gli ordinari sono giovani! 


E pensare che io dovrei pure ritenermi fortunata perché sono entrata negli Stati Uniti con un visto che
mi permette, pagando la modica cifra di 400$ all'anno, di richiedere un permesso di lavoro al governo statunitense il quale, dopo essersi intascato i soldi, può anche decidere di non concedermi il permesso. 

Ho fatto domanda per la prima volta il mese scorso e sto ancora aspettando di sapere qualcosa al riguardo.
E nel frattempo continuo a cercare lavoro... quando Tegolina me lo permette. Sì, perché
fare domanda per un lavoro con un bambino di 18 mesi, un marito che lavora full-time e una babysitter poco disponibile, è davvero difficile. Mi alzo all'alba ultimamente ma se anche Tegolina si alza all'alba, sono fregata! Sfrutto i suoi pisolini anche, che sono lunghi eh, ma mai abbastanza... e sfrutto la banca del tempo che ho messo su insieme ad altre due mamme mie amiche. Ma è difficile... perché incastrare gli impegni di tutte e tre è difficile e a volte la banca del tempo salta per una settimana o due e con essa sparisce anche il tempo per me per cercare con costanza un lavoro.    


Ormai ho perso il conto del numero di domande fatte in questi ultimi mesi, quando ho deciso che era ora di rimettersi in gioco dopo la gravidanza e il primo anno di Tegolina (sì, non avendo un lavoro, ho avuto la fortuna di poterlo seguire nel suo primo anno di vita!). 

Di recente ho applicato per un posto da ricercatore in una start up che cercava qualcuno che conoscesse bene San Francisco. Eccomi qua... e invece, dopo la interview - la mia prima intervista telefonica - mi sono sentita dire la classica quanto terribile frase: "Ti faremo sapere..." e non li ho più sentiti, non ancora per lo meno. Che poi, non era nemmeno per un lavoro vero e proprio: si trattava di un contratto a progetto, un lavoretto di un mese pagato 550$. Ma per me sarebbe davvero stato qualcosa! (= un incoraggiamento).
Poi ho presentato domanda anche per due posti da bibliotecaria in due biblioteche pubbliche e sto ancora aspettando la risposta della seconda applicazione anche se visto l'andazzo, non sono molto positiva al riguardo.
Per il primo posto invece mi hanno risposto che ricevevano solo titoli equiparati, il che significava che avrei dovuto pagare circa 600-700$ per fare riconoscere in America i titoli della mia laurea, la specializzazione e il dottorato conseguiti in Italia. Non l'ho voluto fare... non per un posto che non ero sicura che avrei potuto vincere perché in realtà cercavano esplicitamente qualcuno che avesse una laurea americana in Library Studies, cosa che io, come studiosa italiana di libri medievali, non ho, purtroppo.


Per ogni domanda che ho fatto, ho dovuto imparare qualcosa di nuovo: non richiedevano mai lo stesso genere di documenti! Così mi sono trovata a scrivere prima un curriculum poi un resumé, una cover letter di presentazione, uno statement of teaching e uno statement of research quando mi sono offerta di insegnare in un paio di università di San Francisco... Niente di che, ma immaginate di dover imparare a trent'anni passati a fare cose che un americano fa da quando va alle elementari! Diventa evidente che sei uno straniero in una terra straniera e che scoprire questo nuovo sistema significa imparare a conoscerlo, DA ZERO

Ora pero', ho la rosa della documentazione prevista abbastanza coperta... e si tratta sempre di adattarla un po', anche se temo che alla prossima applicazione mi richiedano qualcosa che ancora non so cosa sia!
Ricominciare una vita dall'altra parte del mondo significa anche questo: fare tabula rasa di quello che si è imparato in Italia e predisporsi ad apprendere nuove cose, che del resto sono espressione della nuova realtà in cui ci si trova a vivere.
Ad un certo punto, presa dalla disperazione, mi sono proposta anche come insegnante privata di italiano, francese, tedesco e storia dell'arte italiana. Mi ha contattato una signora soltanto, polacca, cantante d'opera, che voleva migliorare la sua pronuncia in italiano. Lezioni fatte? 1. E mi ha pure registrata mentre le insegnavo come pronunciare le nostre o, così probabilmente era sicura di pagare 30$ soltanto per non vedermi mai più. 
Poi ho lavorato come babysitter per qualche settimana, tenendo con me la figlia di un'amica.
E ho fatto domanda per uno stage (che qui chiamano internship) per un'azienda che vende ricarica batterie per telefoni: avrei dovuto occuparmi della loro pagina italiana su Amazon.it. Dopo un fitto scambio epistolare, appena ricevuto il curriculum, non mi hanno più contattata. Dite che abbiano notato che ho un dottorato in storia dell'arte? 
Ad ogni modo, la cosa più sorprendente è che in queste ultime settimane io abbia avuto più opportunità da blogger quale sono nel mio tempo libero piuttosto che per tutti i titoli acquisiti in Italia. Anche perché allora diventa inevitabile che uno cominci a chiedersi perché mai io abbia trascorso 11 anni della mia vita a studiare all'università... 
Rimpiango sinceramente di non aver avuto il coraggio o la voglia o il desiderio innato di iscrivermi ad ingegneria da più giovane. 
Perché mai ho voluto inseguire le mie passioni? 
Perché ho puntato sulle lingue straniere e l'arte? 
Perché ho creduto che la storia e la cultura contassero qualcosa nella società contemporanea? 
Accidenti a me.

Queste domande mi rimbalzano nella testa da mesi e avevano proprio bisogno di essere scritte. Sarà che oggi ho ricevuto un altro no... e ora sono di nuovo delusa, arrabbiata e frustrata.
Ma la ruota della fortuna riprenderà a girare nel verso giusto, vero?

P.s.: si accettano - e sono pure ben accette! - pacche sulla spalla ed espressioni di affetto. 
Grazie

sabato 23 maggio 2015

Il destino nel nome

"Mi chiamo Sabina, non Sabrina!!" 
Quante volte ho ripetuto questa frase nei miei 35 anni di vita! 
E quante volte mi sono sentita ripetere, come scusante, che il nome Sabrina è più comune. Ma poi, che c'entra? Ti chiami Enrico ma siccome Giuseppe è più comune, allora io ti chiamo Giuseppe??  
E ora che la vita è diventata anche virtuale, mi trovo costantemente a correggere chi, per sbaglio o per disattenzione o chissà per quale altro motivo, scrive sbagliato il mio nome. 
Ho corretto - e continuo a correggere - persone e documenti vari che riportano in modo errato il mio nome, Sabina, aggiungendoci SEMPRE una R in più. E da dieci anni a questa parte, stanca di dover tornare negli uffici a rifare tutto, perché IO MI CHIAMO SABINA, ho preso l'abitudine di controllare e ricontrollare almeno 5 volte un atto qualunque nel quale compaia il mio nome perché nel 90% dei casi il mio nome è scritto sbagliato. 
Mi arrabbio, mi arrabbio tanto, perché è da una vita che vengo chiamata con un altro nome (con un'origine completamente diversa tra l'altro) e ora ricevo e-mail o messaggi indirizzati a me che cominciano con "Cara Sabrina". A questo punto (cioé esattamente alla prima riga), mi passa già la voglia di rispondere! 
Ma insomma, possibile che non si riesca a dedicare un secondo a controllare di aver scritto il nome giusto all'inizio di un messaggio prima di scrivere a qualcuno al quale state chiedendo la vostra attenzione? 
So di avere il dente avvelenato - e magari a voi sembrerò anche esagerata - ma dopo 35 anni così, passati a ripetere sempre la stessa frase senza vedere riconosciuti la bellezza e il significato originario del mio nome, mi sembra che non mi sto affatto arrabbiando più del dovuto. 
Qualche amico delle superiori mi prendeva in giro chiamandomi SabRina: credo pensasse di fare il simpatico. Ragazzate, sì... ma a me non hanno mai fatto ridere! Un po' come quando si chiede ad una persona alta: "Ma che tempo fa lassù?". Uno se la ride per la battuta fatta, ma la persona alta in questione, che ha sentito ripetersi la stessa frase circa un milione di volte da quando è nato, non si diverte più... e magari sorride anche, ma penso si tratti più che altro di un sorriso di circostanza.  
Che poi, se leggeste tutti i consigli che si trovano online per fare domanda per un lavoro ad esempio, sapreste subito che uno degli errori peggiori (e più frequenti) che si possano fare consiste proprio nello sbagliare il nome dell'intestatario. 
Non volete essere considerati per quel lavoro? 
Ecco, allora scrivete il nome sbagliato dell'azienda o del responsabile che state contattando! 
Volete che la persona a cui avete scritto legga con fastidio tutte le vostre parole
Basta che scriviate il suo nome sbagliato!     
Nel mio caso poi, sono sicura che mia madre ignorasse che la scelta del nome Sabina mi avrebbe creato così tanti problemi nella vita. 
JACQUES-LOUIS DAVIS, Le Sabine (Paris, Musée du Louvre)
Lei pensava di aver scovato un nome particolare, legato all'antica storia romana e quindi a quel tanto celebre rapimento delle abitanti della regione della Sabina appunto, donne che pare fossero note per la loro bellezza. 
Ha scelto un nome che era anche quello di una santa martire ricordata nei calendari (ma mica tutti!) al 29 agosto, stesso giorno in cui si commemora San Giovanni Battista. Indovinate un po' quale dei due santi ha preso il sopravvento sull'altro? 
Mia madre ha scelto un nome con una lunga storia per me... un nome a cui io sono tanto legata ma con il quale ho anche dovuto combattere un bel po'.  Tant'è che già a dieci anni circa fingevo di chiamarmi Jessica quando al parco, insieme a mia cugina, conoscevamo qualche bambino. Inventavamo dei nomi e giocavamo ad essere qualcun altro ed io ero sempre Jessica, vuoi perché mi pareva un nome straniero dal fascino esotico, vuoi perché, più banalmente, erano gli anni di quella formosa Jessica del film di animazione intitolato Chi ha incastrato Roger Rabbit.  
Ma poi crescendo ho rivalutato il mio nome e sono diventata ogni giorno più orgogliosa di quella scelta che mia madre fece per me appena nata. E per questo mi arrabbio, perché amo il mio nome, amo la sua storia, amo il suo legame con Roma e la cultura romana...  
E sapete una cosa? Per assurdo, gli americani non hanno ancora mai sbagliato a dire o a scrivere il mio nome da quando vivo qui in California. E sono passati 3 anni ormai. Dite che sono abituati allo spelling? Che prestano più attenzione alle parole e specialmente ai suoni che non sono familiari? O è solo una coincidenza fortunata? 
Fatto sta che a San Francisco mi chiamano sempre e solo Sabina, quindi tiro un sospiro di sollievo e penso a quanto sono felice di vivere qui ora!

venerdì 15 maggio 2015

Incontro ravvicinato del terzo tipo con Mr Pigiamone

Dovete sapere che accanto alla Maison Jaune, nella casa arancione fluorescente, abita Mr Pigiamone. 
Il nostro vicino di casa è stato così soprannominato, diversi mesi fa, dopo il ripetersi di un rituale che vede quotidianamente il nostro protagonista uscire dalla sua casa con ancora il pigiama addosso (maniche corte e pantaloni larghissimi, sempre a fantasia), a piedi nudi e, ovviamente, con i capelli spettinati. Insomma, proprio come se si fosse appena alzato dal letto e se si fosse scaraventato fuori da casa sua. 
In tali condizioni, siano le 11 del mattino o pomeriggio inoltrato, Mr Pigiamone si dirige verso la strada principale che incrocia la nostra via e si piazza lì, all'angolo, a fumarsi una sigaretta al sole, tenendo il telefono nell'altra mano e la faccia incollata al piccolo schermo. A piedi nudi.
La storia di Mr Pigiamone è una storia piuttosto monotona, di per sè, per lo meno in apparenza, e probabilmente per questo motivo ha risvegliato la mia fantasia che mi ha permesso di ricostruire la sua vera storia, inventata! =)
Secondo me Mr Pigiamone è uno scrittore che cerca l'ispirazione nel tabacco... 
Anzi no, Mr Pigiamone è un computer geek, come li chiamano qui, un nerd appassionato dell'informatica che per vivere s'inventa le regole di nuovi giochi fantasy per l'iphone. 
Se sul suo lavoro la speculazione è comunque ancora aperta, la sua vita sentimentale è già stata scritta: Mr Pigiamone non può che essere single, non solo perché vive in pigiama, cammina scalzo fuori di casa, si prende tempo per dormire fino a tardi e per fumarsi una cicca da solo all'angolo, ma anche perché ordina il cibo per asporto a qualunque ora della notte e con una frequenza molto alta. 
E come faccio a saperlo io? 
Eh. 
Diciamo che l'ho dedotto... L'ho dedotto dal numero di volte che l'omino delle consegne - fosse mandato dal ristorante cinese, da quello giapponese, messicano, americano o peruviano - ha suonato il nostro campanello... per sbaglio. 
1 e 7, si sa, al buio si confondono assai bene e questi sono proprio i due numeri che legano il destino della Maison Jaune a quello della casa di Mr Pigiamone. 

Detto questo, ora immaginate un po' la scena: siete riusciti a far addormentare il vostro bambino lamentoso dopo un'ora di urla e pianti disperati e finalmente, dopo una lunga giornata di lavoro, vi state apprestando a mangiare la cena, ormai fredda ghiacciata. Suona il campanello, ed è l'omino delle consegne. 
Neghiamo più volte di aver ordinato la cena ma generalmente, dovendo interagire con cinesi che parlano un americano maccheronico, non ci si arriva a capire al citofono e la conversazione deve per forza continuare fuori dalla finestra. 
"Non ho ordinato io la cena! Ma dove devi consegnare? Qual è il numero della casa? Eh no, caro mio: questo è il numero 1, non il 7". 
Sempre così! 
L'omino delle consegne se ne va, ma nel frattempo il pupo si è svegliato e ha ripreso ad ululare... poveri noi.
Quante volte è successo in questi ultimi 18 mesi, cioè da quando è nato Tegolina? 
Credo almeno 50 volte. 
Tant'è che avevo anche pensato di scrivere una lettera aperta indirizzata a tutti gli abitanti della casa a fianco, ma poi non l'ho mai fatto.
Tuttavia, dopo l'ennesima scampanellata alle 11 di sera, la mia ira è diventata davvero funesta e il desiderio di dare una svolta a questa situazione era proprio grande.

Destino vuole che il giorno seguente esco dalla Maison Jaune al mattino con Teg in braccio e toh, guarda chi mi ritrovo all'angolo: Mr Pigiamone. 
Ora, il mio sesto senso mi diceva che era proprio lui la causa del mio male, ma non ne ero sicura... quindi procedo dritta verso l'auto pensando che non sia il caso di parlargli e che mi prenderà per pazza, ma quando raggiungo la macchina, torno indietro e decido di spezzare l'incantesimo legato alla mitologica figura di Mr Pigiamone. 
Ciao Mr. Pigiamone, senti, ma tu vivi nella casa arancione laggiù?
Sì.
Senti, Mr Pigiamone, ma tu ieri sera alle 11 hai ordinato la cena dal cinese?
Sì (la paura viene a galla nei suoi occhi).
Guarda Mr Pigiamone, io devo proprio dirti una cosa: ogni volta che tu ordini da mangiare, l'omino delle consegne suona a me! Io sarei anche sveglia alle 11 di sera, ché ho appena iniziato a vedere il film spaparanzata sul letto dopo una giornata d'inferno, ma mio figlio (sguardo fugace verso il pargolo/vittima tra le mie braccia) è a letto, poverino, e il suono del campanello lo disturba... 
Mr Pigiamone non si intenerisce affatto. Tra lo spiazzato e lo sprezzante, mi dice che probabilmente è perché il 7 della sua casa è troppo simile all'1 della Maison Jaune. Io aggiungo che probabilmente pure il numero dell'appartamento è lo stesso. 
Pero' dico anche a Mr Pigiamone che se per cortesia può indicare nel suo ordine che il suo edificio è quello arancione fluorescente, sarebbe meglio per me e per il mio povero figliolo. 
Promette che lo farà anche se non sembra crederci davvero. Io lo ringrazio e me ne vado. 

Ah, Mr Pigiamone... spero che un giorno troverai chi cucinerà amorevolmente per te! Così almeno io potrò stare tranquilla!

sabato 9 maggio 2015

Voci italiane a San Francisco # 7

Un'altra bella voce italiana, quella di Selena, un'amica conosciuta qualche tempo fa in uno dei parchi giochi di San Francisco, in occasione di uno di quei playdates organizzati da Elena per le mamme e i bimbi italiani che vivono in città. Selena arrivò nel quartiere di Marina con tutto il suo entusiasmo e la sua creatività per regalarci un pomeriggio all'insegna dell'arte en plein air e fu così che mi conquistò. 
Ma lascio subito la parola a lei, che di cose interessanti da dire ne ha tante oggi...   
San Francisco, Mercato di Natale al Museo Italo-Americano
Puoi presentarti brevemente? 
Mi chiamo Selena, sono nata a Milano, ho 31 anni e sono una grafica e illustratrice. 
Sono sposata con Francesco e viviamo a San Francisco da quasi 2 anni.
Il disegno è il filo costante della mia vita, ho sempre disegnato, ho fatto il liceo artistico e successivamente l’Accademia di Brera (www.selenasquarzanti.it)

Alcuni dei miei lavori
Che cosa ti ha portato in questa parte di mondo, Selena? 
Due anni fa mio marito ricevette una proposta di lavoro per un'azienda di San Francisco. Anche se in quel momento lavoravamo entrambi ed eravamo tranquilli e non avevamo in progetto di espatriare (avevamo appena acceso un mutuo per la casa), abbiamo deciso di accettare e cogliere al volo questa opportunità e di fare un'esperienza diversa, che sicuramente ci avrebbe arricchito a livello personale.

Il tuo incontro/scontro con la città: è stato amore a prima vista oppure no? 
La decisione non è stata presa molto alla leggera, in genere anche per le piccole cose io ci metto una vita a decidere, così nel 2012 decisi di fare una “gita” di due mesi a San Francisco per vedere e conoscere un po’ la città.
San Francisco mi è subito piaciuta, esteticamente ti fa spalancare gli occhi e ti apre lo sguardo a panorami stupendi. Pero' un conto è venire in vacanza e un altro conto è decidere di portare la propria vita in un'altra città, dall’altra parte del mondo. Ci misi un po’, ero molto combattuta, soprattutto per gli affetti che avrei lasciato in Italia. 
Verso la fine dei miei primi 2 mesi, in una sera di pioggia (dopo interminabili giornate di sole) scoppiai in un pianto molto energico, ed è stato come tirare fuori tutto il peso della decisione che stavo per prendere. Seduta sugli scalini di casa ascoltai il mio cuore e decisi che si poteva fare, che era un'esperienza che dovevo fare per evitare rimorsi in futuro. Fuori pioveva mentre piangevo. San Francisco e io eravamo gia’ connessi! :)

Una volta arrivata qui, che cosa ti ha stupito maggiormente? Raccontaci 5 dei tuoi culture shocks
1) L’atmosfera di ottimismo che si respira.
2) Gli estranei che incontri per strada e che ti parlano solo per spirito di socializzazione e non perché hanno bisogno di qualcosa da te.
3) L’assoluto menefreghismo del fashion style. Ti vesti come ti va di vestirti senza paranoie. Per me che son di Milano e ho sempre lavorato in centro è stato proprio uno shock e una scoperta! (questo pero’ a volte diventa anche un lato negativo).
4) Le strade giganti e la sensazione di ampio respiro anche se ti trovi in mezzo alla folla.
5) Se sei italiano, sei figo, hai stile, sei creativo e sai cucinare (anche se sai fare solo la pasta in bianco!).

Tana con vista
Hai un'isola felice a San Francisco, un posto che ti fa sentire bene ogni volta che ci vai? 
Io sono un po’ introversa e il mio lavoro mi porta spesso a isolarmi, quindi la mia “tana”, il luogo in cui mi sento più a mio agio è casa. Soprattutto perché ho la fortuna di vivere in un bell'appartamento al settimo piano con una vista stupenda su tutta la baia!

Vita notturna in città: dove suggeriresti di trascorrere una serata diversa dal solito? 
Io sono una fan delle cene fuori con gli amici ma mi diverte molto anche girare per i locali di Castro oppure vedere qualche bel concerto al "The Indipendent".
Se avete la possibilità, passate il giorno del ringraziamento con una famiglia americana, in pieno stile americano, per me è stata un esperienza indimenticabile!

Hai scoperto qui un cibo in particolare che ti piace e del quale non potresti più fare a meno?  
Sarà assurdo ma sono: 
1. i succhi di frutta… soprattutto il succo d’arancia… come mai li fanno così buoni qui??
2. l’hummus, anche se non è americano... non so come mai ma da quando sono qui ne vado matta!

San Francisco, Santacon
Uno spettacolo indimenticabile a cui hai assistito qui o nei dintorni di San Francisco? 
Tutte le volte che attraverso il Golden Gate Bridge, a piedi o in macchina, è uno spettacolo indimenticabile! E poi ci sono eventi come la festa di Pasqua con il Jesus Contest al Golden Gate Park o a Natale il Santacon!
 
Che cosa ti manca di più dell'Italia? 
Mi mancano tanto i miei genitori, sono figlia unica e quindi mi sento un po’ responsabile per loro.
Mi manca il Carrefour, con tutta quella scelta di salumi e formaggi.
Mi manca l’estathè e trovare in qualsiasi bar sperduto o nascosto un buon caffè.
Mi mancano gli infissi delle finestre ben isolati, le porte blindate e il parquet.
Mi manca Milano di notte, mi manca passare per gli angoli della città dove sono cresciuta e pensare "in questo parco io ci giocavo quando ero piccola"!
Mi manca lo spritz sotto l’arco della pace e mi manca la michetta col prosciutto cotto tagliato fine fine.
Mi manca girare per la città e respirare la storia.
Pero' ci sono anche tante altre cose che non mi mancano :)


Che cosa pensi ti lascerà questa esperienza all'estero? 
E che cosa ti porterai nel cuore se dovessi lasciare la California? 
Sicuramente tornerò più amante dell’Italia. Per assurdo gli americani qui a San Francisco amano più di noi il Bel Paese e quindi questo patriottismo è diventato contagioso.
Mi porterò dietro il ricordo di una bellissima accoglienza, non mi sono mai sentita indesiderata ma accolta da tutti ed è una bellissima sensazione che ti apre mille porte.
Tornerò più aperta al mondo, con un inglese migliore e ancora più ottimista nei confronti della vita.
Ho conosciuto persone italiane splendide che mi hanno fatto conoscere San Francisco e con cui ho affrontato e affronto i problemi che ci accomunano, i problemi di noi italiani all’estero.
Ho conosciuto americani fantastici che non ci hanno mai lasciato soli durante le feste o quando abbiamo avuto bisogno.
Mi porterò nel cuore la bellezza di San Francisco, la sua capacità di valorizzare l’arte e l’atmosfera allegra che si respira costantemente.
Le lunghe giornate di sole e gli inverni… inesistenti! (a parte due settimane l’anno).

Ecco, questa è Selena. Siete stati contagiati anche voi dal suo entusiasmo?? Se avete qualche altra domanda per lei, non fate i timidi e chiedete pure: sono certa che non si tirerà indietro dal rispondervi!
Per la prossima intervista della rubrica "Voci italiane a San Francisco", noi ci risentiamo invece il prossimo mese: 10 giugno... segnatevi la data, questa volta ascolteremo la voce di un italiano che a San Francisco ci vive ormai da un po' di tempo!

Auguri a tutte le mamme!!
 

mercoledì 6 maggio 2015

La seconda balena

Circa tre settimane fa sulla spiaggia di Pacifica, qualche chilometro a sud di San Francisco, era stato spinto a riva dalla corrente il corpo morto di una balena. Se n'era parlato molto e ci si era interrogati a lungo sulle possibili cause di quella morte senza arrivare ad una spiegazione anche dopo l'autopsia fatta in loco dagli scienziati dei vari centri di biologia marina della zona.
Avevo seguito la cronaca in quei giorni ma non ero stata d'accordo con la scelta di lasciare - irrispettosamente, dal mio punto di vista - quel corpo squartato su quella riva "aspettando che la natura facesse il suo corso". La natura aveva fatto il suo corso, ma di sicuro non aveva previsto che quel corpo fosse divaricato per essere studiato ed esaminato attentamente dall'uomo. 

Questa settimana, una seconda balena è approdata, morta, sulla stessa spiaggia, solo qualche metro più in là.
Leggo la notizia e mi sorprendo, un po' come tutti, per la vicinanza di questi due eventi così rari...  
E poi ieri, per caso, finisco proprio a Pacifica, su quella stessa spiaggia che dista solo un quarto d'ora d'auto dalla Maison Jaune
E questo è ciò che ho visto...
Balena sulla spiaggia di Pacifica
C'era una processione continua di persone, la televisione, molti bambini venuti apposta per vedere da vicino la balena. In effetti non capita tutti i giorni di poter guardare questi mammiferi da questa distanza, di poterli addirittura toccare. 
Ci sono state scene assurde, di bambini che salivano sulla pinna per farsi fare la foto dalla mamma. Altri ragazzini e adulti che prendevano a calci la pancia della balena. 
Sono inorridita.
E proprio non mi capacitavo di come si potesse essere così poco rispettosi di fronte a quella balena deceduta.
Lo sapete che alle balene sono particolarmente affezionata, ma non ne avevo mai visto una morta... Per me è stato particolarmente triste perché negli occhi avevo ancora le immagini di quegli sbuffi che spuntavano all'improvviso sulla superficie dell'Oceano lo scorso gennaio e delle danze di quelle balene che in Baja California mostravano il loro bel muso a pochi metri di distanza da noi mentre dentro di me nasceva la vita. 
Ieri, vedendo il corpo mollo di questa balena, una femmina, distesa a pancia in su, con il muso e la schiena abbandonati sulla sabbia scura di Pacifica, mi sono impressionata... e non sono riuscita a dire molto per il sentimento di profondo dispiacere che provavo nel vedere questo animale privo di vita...
La balena era lì, sotto gli occhi di tutti, dei curiosi che, come me, si avvicinavano per osservarla, per toccarla. Io stessa, che generalmente sono restia a toccare gli animali, ho sentito quasi il bisogno di sfiorarle la pinna, di accarezzarla e, con un gesto gentile, darle il mio saluto, farle il mio augurio di buon viaggio... 
In me c'era sicuramente anche la curiosità di avere un contatto con una balena, di sentire la consistenza di quella pelle che così tante volte avevo visto luccicare sulla superficie dell'acqua quando la loro schiena enorme, nera, grande quanto una collina, si ergeva per qualche istante prima di riscomparire negli abissi marini. 
Sono stata colpita dalla morbidezza di quella pelle, soffice, come non me la sarei mai potuta immaginare...  
Anche Teg la guardava curioso. Non so che cosa abbia capito esattamente, dall'alto dei suoi 18 mesi di vita, non lo so proprio... Ma l'ho visto un po' scosso, così come lo ero io, e forse in parte distratto dalla presenza di così tante persone o comunque sorpreso dalla presenza sulla solita spiaggia di quell'enorme mammifero disteso immobile davanti a lui. 
Gli ho mostrato le conchiglie adese alla pelle della balena, sotto al muso e sulla coda. Erano ancorate, come cozze ad uno scoglio. Erano diventate parte integrante di questo mammifero, della sua pelle scura e spessa... e ora erano tutte lì in bella vista su quel corpo. 
Senza saperlo sono capitata a Pacifica proprio nell'ultimo giorno in cui sarebbe stato possibile vedere integra questa balena. 
Proprio oggi è stata eseguita un'autopsia per capire le cause della morte e la costola e le quattro vertebre rotte hanno fatto pensare ad uno sfortunato scontro con una nave di passaggio. Ecco che in questo caso il mistero è stato svelato... ma in bocca rimane ancora il sapore amaro dell'acqua salata che ieri arrivava dritta in faccia per il forte vento a riva...   

domenica 3 maggio 2015

Mamme americane al parco

San Francisco è una città molto internazionale nella quale convivono, direi pacificamente, persone provenienti da Continenti e Paesi diversi. 
Tutte queste diverse nazionalità ed etnie si incontrano quotidianamente al parco giochi dei bambini. 
In tutta questa varietà multiculturale c'è anche una categoria che va considerata a parte, quella costituita dalle mamme americane. 
Dico "americane" e non "sanfranciscane" perché di mamme nate proprio a San Francisco io ne conosco solamente una: tutte le altre sono nate altrove e sono approdate qui, per un motivo o per un altro, dopo varie peregrinazioni negli Stati Uniti. 
Di mamme americane al playground ne trovo poche perché lavorano tutte (o quasi), spesso già da quando i figli hanno 3 o 4 mesi. Così i bimbi vengono affidati presto alle cure delle nannies, che qui spesso sono messicane. Le mamme americane preferiscono una nanny almeno bilingue e scelgono la messicana che può far imparare al loro figlio proprio la seconda lingua più parlata a San Francisco. 
Pare quasi che sia più importante che la babysitter parli una lingua diversa dall'americano piuttosto che sia paziente e attenta ai bisogni del bambino di cui si sta occupando. Ma chissà se di questo le mamme americane sono consapevoli, visto che purtroppo non sono al parco a studiare i comportamenti delle loro nannies... 
Da Greenwichmag.com
Le mamme americane coalizzate sono comunque le peggiori dal mio punto di vista. Queste sono le mamme full time che viaggiano sempre insieme, come uno sciame: camminano affiancate spingendo i rispettivi passeggini e indossano una sorta di divisa: canottiera attillata, pantaloni neri, attillati pure quelli, che arrivano sotto al ginocchio, calzini invisibili e scarpe da ginnastica fluorescenti, per forza. 
Queste entrano nel playground insieme, parcheggiano vicine i passeggini, si siedono vicine, parlano dei loro bambini che giocano, vicini. 
A volte offrono ai figli uno snack al massimo, il quale deve essere rigorosamente organic (= biologico). 
E di solito hanno a loro disposizione un kit super professionale per il parco, comprendente:
1. un telo impermeabile e lavabile da stendere a terra, decorato con motivi geometrici o floreali, su fondo bianco; 
2. una serie infinita di contenitori per alimenti e per liquidi, tutti rigorosamente in alluminio o al massimo in vetro e tutti minuscoli;
3. ogni tipo di salviettina detergente/sterilizzante/disinfettante; 
4. una piccola borsa piatta, che più piatta non si può, nella quale tutto si incastra perfettamente, meglio che nel Tetris.
Quando le mamme coalizzate decidono di andare via dal parco, dopo circa 15 o 30 minuti al massimo di permanenza, raccolgono le loro cose in fretta e partono, tutte insieme, di sicuro prima che siano le 5, ché è già tardi per la cena. Non so neanche come facciano a smaterializzarsi così in fretta e all'unisono! Fatto sta che lo fanno e tu ti distrai un attimo, magari seguendo con lo sguardo tuo figlio che si è arrampicato sullo scivolo dei grandi, e quando ti rigiri loro non ci sono più. Sono sparite. Tutte. Allora tu le cerchi con lo sguardo perché non puoi proprio credere che siano scomparse e le vedi, lì, davanti al cancello del playground. Si salutano in fretta e nel giro di qualche secondo spariscono del tutto, sparpagliandosi in 1000 direzioni diverse. Puff... non sono mai esistite.
Ecco, le mamme americane coalizzate, non hanno interazione alcuna col mondo esterno, quindi sappiate che se anche osaste avvicinarvi, sareste comunque liquidati a breve! Non c'è spazio per chi non è una mamma americana in un incontro tra mamme americane! - questo almeno l'ho capito.
Pero' ci sono anche le mamme americane in solitaria, quelle che vengono al parco da sole o meglio, coi bambini. Sono mamme full time alcune o mamme lavoratrici fuori casa altre, le quali a fine giornata si presentano al parco coi figli per un brevissimo tour. Anche in questo caso si fermano per 15 o al massimo 30 minuti, a meno che non abbiano un appuntamento con un'amica e allora potrebbero restare addirittura per un'ora. 
Quelle che invece arrivano presto (in quello che io considero il primo pomeriggio), cominciano a fare riferimento alla cena già intorno alle 3.30 del pomeriggio, quando mio figlio sta giusto cominciando a digerire il suo pranzo. 
Non hanno evidentemente nulla a che vedere con noi mamme italiane che insieme alle mamme messicane aspettiamo di vedere calare il sole sulle altalene prima anche solo di pensare che arrivi il momento di iniziare ad introdurre il concetto di "rientro a casa" ai nostri figli. E del resto sappiamo che la nostra cena comparirà sulla tavola solo dalle 7.30 in poi, quindi perché mettersi fretta quando alle 3 s'ha ancora da pensare alla merenda?
Le mamme americane in solitaria, per dirla tutta, sono pure logorroiche e sebbene questo le renda sicuramente più propense alla conversazione con lo straniero rispetto alle mamme coalizzate, sappiate che scambiare quattro chiacchiere con loro significherà per voi ascoltare i racconti che riguardano solamente i loro bambini i quali, alla fine della fiera, appariranno anche ai vostri occhi come i più bravi, i più intelligenti, i più fighi di tutta San Francisco. Mica che le mamme in solitaria lo dicano esplicitamente, eh! Questo è solo quello che evincerete dai loro sproloqui! 

Tutto questo per dire, con una certa ironia, che con molte delle mamme americane faccio proprio fatica ad ingaggiarmi. Strano da dirsi per me che credo fermamente che la diversità sia una fonte inesauribile di ricchezza... ma dopo tre anni qui mi sono resa conto che molte delle cose che vengono facili incontrando a San Francisco un'altra europea (o una turca, un'indiana o un'iraniana), non succedono altrettanto facilmente con un'americana
Sembra quasi che sia un problema di ingranaggi che fanno fatica ad incastrarsi nel modo giusto... ed in realtà c'è probabilmente un gap culturale difficile da colmare. 
Chissà, magari sono io che ancora non mi sono integrata così bene oppure sono stata un po' sfortunata nei miei incontri, fatto sta che questa è la mia impressione... per il momento! 

E voi mamme all'estero, siete in buoni rapporti con le mamme locali?    

Questo post naturalmente è stato ispirato dalla rubrica Fenomenologia della mamma di Cinquante sfumature di mamma che di mamme ne ha descritte e ne descriverà ancora tante!
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