sabato 19 dicembre 2015

I regali per la maestra

Chi mi segue anche sulla pagina facebook sa già che a scuola si è appena conclusa la teacher appreciation week, settimana in cui i genitori delle varie classi si preoccupano di far trovare sempre piena di prelibatezze la sala insegnanti. 
Per sei giorni consecutivi fare pausa è stato uno spasso insieme a dolci fatti in casa, popcorn caramellati, frutta e verdura accompagnata da salse gustose e biscotti di ogni genere e forma.
Ma al di là delle singole delizie trovate, quello che più mi ha colpita è stato l'interesse, da parte delle famiglie che frequentano la scuola, a dimostrare la loro gratitudine nei confronti degli insegnanti. 
Ecco, per me che ho lavorato anche nella scuola pubblica in Italia, questo è stato un vero shock culturale... 
Spesso a fine giornata mi succede di sentire invitare le mamme a ringraziare la maestra all'uscita di scuola e all'inizio questa cosa mi stupiva. "Grazie perché?" pensavo. 
Ma giorno dopo giorno mi sono resa conto del significato di quel ringraziamento e del messaggio che questi genitori stanno cercando di mandare ai loro figli. 
Penso siamo tutti d'accordo nel dire che gli insegnanti offrono alla società un servizio non da poco... 
A scuola, come del resto fanno anche tanti altri maestri in giro per il mondo, ci prendiamo cura di questi bambini per 9 ore al giorno, condividendo con loro gran parte della giornata; lavoriamo tanto, proprio tanto... e cerchiamo di far fiorire ognuno di questi bambini. Per tutto questo ora penso che quel grazie riconosca il valore del lavoro che facciamo ogni giorno. 
E questo lo conferma anche il fatto che di solito i grazie tendono ad aumentare dopo quegli eventi speciali in cui la scuola invita i genitori o gli amici o i nonni a trascorrere un po' di tempo in classe con noi; è proprio in queste occasioni che le famiglie si rendono meglio conto di quanto sia prezioso tutto quello che facciamo ogni giorno per i loro bambini.
Ad ogni modo, lo shock culturale più spiazzante per me è arrivato negli ultimi di scuola prima delle vacanze natalizie. 
Di tredicesima al lavoro neanche l'ombra... ma in compenso noi maestri abbiamo ricevuto una maglietta col logo della scuola e dalla segretaria una maschera di bellezza diversa per ognuno (la mia è fatta a forma di procione!). I regali più sostanziosi sono arrivati pero'dalle famiglie dei bambini della classe! 
Questo il mio bottino natalizio:
- 260$ in contanti dal comitato genitori, accompagnati da una bottiglia di vino italiano;
- 100$ da una singola famiglia;
- una carta di credito visa da 100$ da parte della nonna della stessa famiglia;
- una tavoletta di cioccolata bianca al cardamomo e frutto della passione proveniente da New York;
- una bottiglia di vino austriaco;

- un'altra carta di credito visa da 100$ accompagnata da una coperta di pile, marshmallows, cioccolata Hershey's, Graham crackers e stecchini per fare gli s'mores di cui vi avevo parlato qui e persino un orsetto di peluche e un trenino per Tegolina.
A tutto questo si sono aggiunti tanti biglietti di auguri con foto dei bambini della mia classe e delle loro famiglie e tanti grazie scritti col cuore... Per ultima è arrivata anche la lunga serie di abbracci da parte dei bambini, abbracci caldi e pieni di sincero affetto pienamente ricambiato, che danno ancora più significato ad ogni sforzo fatto in classe. Sì, perché vedere crescere questi piccoli, vederli scoprire tante cose ogni giorno insieme a noi, è già di per sè una grandissima soddisfazione, ma per me sentire crescere anche le nostre relazioni è qualcosa di davvero speciale! E credo sia speciale anche per le famiglie che magari vedono i loro figli abbracciare per la prima volta i maestri... 
Queste settimane di coccole sono state davvero un bel toccasana e ora non resta che godersi queste meritate vacanze avvolti in questa atmosfera che sa un po' di magia! =)   

domenica 13 dicembre 2015

Voci italiane a San Francisco # 13

Vi ho fatto attendere qualche giorno in più per leggere questa nuova intervista nella consueta rubrica "Voci italiane a San Francisco", ma vi assicuro che è valsa la pena di aspettare.
Annalucia è una persona estroversa e socievole che comunica simpatia. Io la conobbi col suo bambino ad Alamo Square, uno dei luoghi più turistici della città, in un incontro organizzato da alcune mamme italiane che vivono a San Francisco e dintorni, che era stato pensato per fare giocare insieme i nostri bambini al parco. Lei era arrivata da poco in città ed era interessata ad ascoltare le nostre esperienze, oltre che a condividere la sua. E forse proprio per questo, da subito, mi ha colpita per il desiderio sincero di incontrare altre donne che come lei stavano ricominciando una vita dall'altra parte del mondo. Ma non voglio dilungarmi ulteriormente e lascio a lei la parola...

Ti va di presentarti brevemente e di dirci come ci sei arrivata a San Francisco?   
Certo! Ciao a tutti, mi chiamo Annalucia e sono un’infermiera.
Vivo a San Francisco da quasi due anni e sono qui con mio marito Stefano e mio figlio Alessio (in realtà a breve ci sarà una new entry in famiglia).
Ci siamo ritrovati in questa bellissima città perché mio marito circa tre anni ha fa iniziato a lavorare come freelance per un’azienda che ha sede qui. Ha continuato a lavorare dall’Italia per circa un anno dopo di che gli hanno sponsorizzato il visto di lavoro, ed eccoci qui :)
Prima di prendere la decisione di trasferirci siamo venuti qui un mese in visita, così per capire un po’ se potesse essere una città in cui ci sarebbe piaciuto vivere e devo dire che dopo un piccolo shock iniziale (di cui parlerò dopo) San Francisco mi ha fatto un’ottima impressione.

Ecco, allora raccontaci 5 dei tuoi culture shocks!
Una delle cose che mi ha colpito particolarmente quando mi sono trasferita è stata la cordialità delle persone. Ricordo che poco dopo essermi trasferita mi sono imbattuta in un playdate di mamme americane che mi hanno subito accolto nel loro gruppo, invitandomi a prendere il caffè con loro tutti i martedì mattina.
Un’altra cosa che sicuramente mi ha scioccato è che anche solo percorrendo le strade della città si nota un’estrema differenza di ceto sociale. Nel giro di un km (o anche meno) e ci si ritrova a passare da un quartiere malfamato a uno in cui si vedono ville e macchine costosissime. Per non parlare dei prezzi degli affitti! Ecco, sì questa è una cosa che mi ha veramente spiazzato, soprattutto appena arrivata perché venivo da un contesto in cui con l’equivalente di 3000$ avrei tranquillamente affittato una villetta a schiera in Italia, mentre qui ti va bene se ci prendi un mini appartamento con una sola camera da letto, ovviamente in quartieri piuttosto lontani dal centro.
Altra cosa: è l’enorme disponibilità di lavoro. Se hai un permesso di lavoro, lavori. Ho conosciuto tante persone che hanno deciso di lavorare in un ambito che in Italia non gli avrebbe mai permesso di ricavarci uno stipendio, mentre qui sì.
Ultima, ma non ultima, è la quantità di persone italiane (generalmente donne) talentuose che ho conosciuto qui. Ogni donna che ho incontrato ha alle spalle almeno un’esperienza di anni vissuti all’estero, anni in cui ha costruito qualcosa di bello, che non necessariamente ha a che fare il lavoro. Non ho mai captato nelle loro parole un senso di risentimento nel fatto di non avere un permesso di lavoro. Ognuna di loro ha fatto sí che questa esperienza le lasciasse qualcosa di positivo. Questa cosa mi ha aiutato a capire che se hai un obiettivo, e lo persegui,  questo ti aiuterà a dare un senso all’esperienza che stai vivendo. Almeno questa è la filosofia che sto adottando io :)

Odi et amo. Quali sono gli aspetti di San Francisco che ami con tutta te stessa? E quali quelli che odi con tutta te stessa?
Oddio, bella domanda… Una cosa che sicuramente amo di San Francisco è il clima. Il fatto di poter trascorrere gran parte dell’anno fuori, all’aria aperta, di poter portare mio figlio quasi ogni giorno al parco o sulla spiaggia indipendentemente dal mese in cui ci si trova, è una cosa stupenda.
Altra cosa che amo è la possibilità di fare ogni weekend qualcosa di diverso. Se davvero hai voglia di esplorare città e dintorni, riesci a trovare ogni volta qualcosa di bello da vedere, il che per chi ha bimbi piccoli è una salvezza :)
Riguardo alle cose che mi piacciono meno (non userei il termine odio), una di queste è sicuramente il fatto che ci sono alcuni quartieri belli dal punto di vista artistico e storico ma decisamente poco sicuri. Questa cosa, soprattutto all’inizio, ha limitato molto la  mia voglia di esplorare ogni quartiere della città.

Un'avventura vissuta in città che non scorderai mai?
Eh eh, me ne viene in mente solo una che cercherò di riassumere. Primo volta in visita a San Francisco, Alessio che aveva 6 mesi, io che non conoscevo una parola di inglese e il mio poco spiccato senso dell’orientamento. Per una serie di motivi ci siamo ritrovati a vivere quel mese in pieno Tenderloin (quartiere noto per la quantità di senzatetto e spacciatori). Non avevo ancora il cellulare con il piano dati, quindi decido di avventurarmi con cartina e guida alla mano. Mio marito Stefano, prima di andare a lavoro velocemente mi spiega guardando la cartina di prendere Larkin St solo ed esclusivalemnte in su e non verso Market St.  Metto Alessio nel marsupio ed esco di casa ripetendo tra me e me: “Ok, prendere Larkin solo verso Market e assolutamente non andare in su.” Erano circa le 9 del mattino (volevo ottimizzare il tempo e vedere più cose possibili) e dopo qualche blocco mi ritrovo su Market, in una zona bruttissima, a dovermi districare tra gli spacciatori che mi chiedevano se volevo “medicine per la mente”. Ecco, letteralmente in lacrime chiamo mio marito dicendo che non sarei mai più uscita fuori di casa per l’intero mese a venire e che non sarei mai venuta a vivere in questa città. Poi ho cambiato idea ;-)

La tua isola felice a San Francisco? 
Un posto in cui vado sempre volentieri è la spiaggia di Ocean Beach. Ci porto spesso mio figlio ma a volte capita anche che ci vada da sola, mi rilassa molto.  


Vita da mamma negli States: quali differenze hai notato rispetto all'Italia?
La prima differenza che mi viene in mente è la serie di parchi giochi che qui ci sono. Quando torniamo in Italia spesso facciamo fatica a trovarne uno che sia in buone condizioni mentre qui c’è l’imbarazzo della scelta.
Altra cosa sono i playdates che qui si organizzano tra mamme. Questa cosa ha aiutato me a conoscere un sacco di  mamme (infatti è cosi che ho conosciuto Sabina) e Alessio ad abituarsi a stare con altri bambini, soprattutto quando ancora non andava all’asilo e quindi aveva poca possibilità di interazione con altri bimbi.

Crescere un bambino in un contesto bilingue. Quali sono i pro e i contro di questa avventura?
Allora, quando ci siamo trasferiti Alessio aveva 18 mesi e poca voglia di parlare. Questo cambiamento ha sicuramente rallentato i tempi tanto che sono arrivata ad un punto in cui mi sono preoccupata che non dicesse neanche una parola né in Italiano né in inglese. Poi a 2 anni e mezzo circa si è improvvisamente sbloccato e ha iniziato a ripetere qualsiasi cosa sentisse, che fosse italiano inglese o spagnolo non faceva differenza.
Ad ora posso dire che è una cosa stupenda sentirlo parlare in entrambe le lingue indistintamente, e soprattutto è bello vedere che per lui è come se fosse un’unica lingua, non fa distinzioni. La cosa buffa è che spesso corregge la nostra pronuncia :)

Pensi che San Francisco sia una città kid friendly?
Premesso che non ho termini di paragone con altre città così grandi (avendo vissuto a Empoli gli ultimi 8 anni prima di trasferirci), credo che San Francisco sia abbastanza kid friendly.
Come dicevo prima ci sono tanti parchi giochi,  tanti musei creati proprio per loro e adatti a tutte le età. Forse l’unica cosa che manca è qualche caffé con spazi giochi creati appositamente per favorire anche il relax delle mamme :)

A proposito di uscite, un cibo che hai scoperto qui e di cui non sai più fare a meno? 
Eh, domandina particolare questa :-) Devi sapere che io sono “famosa” per non avere la tendenza a provare cucine diverse da quella italiana, in questo sono un po’ troppo tradizionalista, lo so, quindi rispondo a fatica a questa domanda perché davvero ho testato pochi piatti che non fossero italiani. La butto lì… il granchio?  :-/

Che cosa ti manca davvero dell'Italia? E per contro, che cosa pensi ti stia dando di speciale questa esperienza all'estero?
Di speciale questa città mi sta dando tanto. Prima di tutto la possibilità di far crescere i miei figli in un contesto diverso da quello italiano, cosicché un giorno saranno liberi di scegliere dove preferiranno vivere avendo vissuto entrambe le esperienze.
Per quanto riguarda me invece, questa esperienza credo mi stia facendo crescere e maturare molto. Mi sta facendo apprezzare il valore dell’amicizia intesa come qualcosa che va al di là della semplice uscita il sabato sera, mi sta facendo capire cosa significhi riuscire a cavarsela da soli in ogni circostanza. E più di tutto, mi ha fatto capire quanto sia importante avere accanto una persona che ti sostiene sempre, anche quando la nostalgia prende un po’ il sopravvento.
Una cosa che mi manca dell’Italia? La mia famiglia.
Grazie Sabina.

Annalucia, grazie a te per averci raccontato di te e della tua avventura sanfranciscana!
A voi lettori ricordo che nei commenti potete aggiungere delle altre domande per Annalucia se ne avete, sono sicura sarà un piacere per lei rispondere alle vostre curiosità. E per la prossima voce italiana a San Francisco, vi do appuntamento al 10 gennaio! Anno nuovo, vita nuova... ma noi sempre qui a raccontarvi della nostra vita californiana 

mercoledì 9 dicembre 2015

Voci italiane a San Francisco #

Quest'oggi, essendo il 10 del mese, avrei dovuto presentarvi la tredicesima intervista nella rubrica "Voci italiane a San Francisco". Ma siccome di tempo per preparare questa intervista nelle ultime settimane ne ho avuto proprio poco, vi chiedo di avere ancora un pochino di pazienza. Quello che posso anticiparvi è che la nostra prossima voce appartiene ad una figura femminile con una bella storia riguardante San Francisco... ma per i dettagli dovrete aspettare ancora qualche giorno!
Per non lasciarvi proprio a bocca asciutta, vi mostro una foto scattata questa sera nel downtown di San Francisco. 

La città si sta accendendo per il Natale... e devo dire che con questo cielo magrittiano e tutte queste lucine, San Francisco mi ha fatto brillare gli occhi ancora una volta! Che ve ne pare??
 
 

domenica 6 dicembre 2015

Rompo il ghiaccio così...

Non ricordo l'ultima volta in cui ho avuto del tempo per sedermi davanti al computer e scrivere... forse era un mese fa, forse era il compleanno di Tegolina e un augurio speciale volevo farglielo arrivare anche tramite il blog. Fatto sta che la vita della mamma che lavora anche fuori casa è una vita che permette poco tempo per se stesse. E' una vita in cui sedersi a scrivere un post nel proprio blog rappresenta un super mega lusso!  (il lusso normale è riuscire a farsi una doccia).
Certo è che io non mi ci sono mai vista come mamma casalinga e la mia ricerca del lavoro a tappeto è stata frutto di questa insofferenza che provavo nel restare a casa. 
Ed ora eccomi qui come mamma con un lavoro fuori casa: ho voluto la bicicletta e adesso devo pedalare, come il direbbe sicuramente mio papà. 
Ma quanta fatica! Quanta fatica a stare dietro a tutto: casa, lavoro, bambino, inserimento all'asilo... e il tutto senza aiuti dall'esterno.
Credo infatti di avere addosso una stanchezza cronica che non mi dà tregua. Sono po' stressata, ma contenta!
Uscita da lavoro. Tramonto dalle colline del quartiere di Potrero
Lavorare a scuola mi sta dando tanto: tante responsabilità tutte nuove e anche tante gioie, tutte nuove. Lavorare con i bambini è speciale... l'ho sempre pensato ma ora lo sto vedendo ogni giorno, da tre mesi a questa parte. Sono affezionata ad ognuno di loro (e sono 24 in tutto!) e giorno dopo giorno sto imparando a conoscerli, anche attraverso questi fantastici dialoghi italo-americani in cui io mi rivolgo a loro in italiano (la scuola prevede l'immersione nella cultura italiana al 100%) e loro spesso mi rispondono in inglese.
Che cosa ti piace di più nel mondo? chiedo ad una bambina che parla col contagocce. Myself! mi risponde. Ed io per poco non scoppio a piangere, per quell'orgoglio che si cela dietro a quelle parole, per quell'autostima che io credo di aver perso per strada un giorno ma che sto lottando per ritrovare. E ancora: Che cosa ti rende felice? chiedo ad un bambino che fa piuttosto fatica ad esprimersi. All the colors of the rainbow, e poi dipinge su un foglio il suo arcobaleno di felicità. 
Il momento di massima soddisfazione ce l'ho quando al pomeriggio saluto i bambini prima di andare a prendere Tegolina all'asilo. Sento gridare: Sabina, wait! Loro lasciano la loro merenda al tavolo per abbracciarmi forte forte e regalarmi gli ultimi sorrisi prima che vada. Prima era solo una bambina a farlo, ora credo siano 8 o 9. Non potete immaginare la carica di energia positiva che mi porto a casa, sapendo tra l'altro, che l'abbraccio successivo sarà quello preziosissimo che mi regala mio figlio non appena mi vede arrivare all'asilo. 
Insomma, tutto questo per dire che la mia incostanza nello scrivere è dovuta ad una serie infinita di impegni che occupano le mie giornate. Ma ora sono qui, grazie ad un lungo riposino del piccolo di casa... e mi godo lo scorrere di queste parole che riesco a condividere. Che lusso!

P.s.: una cosa che ora so per certo è che le mamme hanno tutte i super poteri! Lo sapevate voi?

lunedì 9 novembre 2015

Voci italiane a San Francisco # 12

Oggi la rubrica "Voci italiane a San Francisco" compie un anno!
Nel mese di novembre del 2014 abbiamo cominciato insieme questa avventura che ci ha portati, mese dopo mese, ad incontrare e ad ascoltare le voci di molti italiani che vivono o che sono passati da San Francisco. 
San Francisco, Golden Gate Bridge
Ricordo che l'idea di creare questa rubrica mi venne dopo aver incontrato Costanza, una ragazza napoletana che aveva deciso di realizzare un sogno: venire in California e trascorrere tre mesi della sua vita a San Francisco insieme al fidanzato. Perché? Per sperimentare una vita diversa, per lasciarsi alle spalle l'Italia per un po', per aprire il cuore e la mente ad una esperienza come questa, che potenzialmente, puo' davvero cambiarti la vita... 
Le parlai e mi accorsi che la sua percezione della città, dopo qualche settimana qui a San Francisco, era in parte diversa dalla mia, che qui ci vivo ormai da tre anni. 
Mi accorsi che il suo sguardo era fresco e che mi piaceva ascoltare i suoi racconti, le sue avventure e disavventure che avevano come sfondo San Francisco. 
San Francisco, Quartiere di Haight-Ashbury
Così pensai che forse questo blog, che si proponeva di essere una finestra aperta su questa città, potesse essere pronto ad ospitare voci diverse dalla mia, capaci di raccontarvi questa parte di mondo vista anche attraverso gli occhi di qualcun altro. 
E fu così che un'idea nata un po' per gioco divenne un appuntamento mensile, fisso. Un impegno insomma, a cui tenere fede. Trovare le persone da intervistare, scrivere le domande per l'intervista e proporle alle persone scelte, ricevere le loro risposte, prepararle per la pubblicazione per il 10 del mese... e poi aspettare quel giorno per vedere con gioia comparire nel mio blog nuovi volti, nuovi luoghi, nuove fotografie... per me è stata una bella avventura, non facile, ma piacevole!
E oggi, nel celebrare questo primo anno di vita di questa rubrica, voglio soprattutto esprimere tutta la mia soddisfazione nell'aver visto sbocciare, mese dopo mese, tante meravigliose storie qui.  
Ogni racconto ha contribuito a suo modo ad arricchire di pensieri e riflessioni questo blog, descrivendo posti che non avevo visitato ed esperienze che non ho ancora vissuto, facendomi venire voglia di girare ancora per la città, di sorvolare San Francisco per vederla dall'alto insieme a Barbara o di unirmi ad Antonino per la Folsom Fair per esempio. 
Ho conosciuto insieme a voi l'arte di Selena che vede San Francisco attraverso gli occhi di una grafica e ho scoperto l'arte di Alessandra che studia e produce arte a San Francisco
Ho avuto un assaggio della dura vita di una ragazza alla pari raccontataci da Cecilia
E ho ascoltato la voce di amici incontrati a San Francisco, che hanno voluto condividere pubblicamente le loro riflessioni su questa città e sulla loro vita in città, come nel caso di Rosy che ha parlato davvero col cuore in mano. 
Ma ho anche scoperto un altro lato di amici padovani, come Francesco, che si sono trasferiti qui per lavorare in una start up.
E ho avuto il piacere di ascoltare anche la voce di membri della mia famiglia (ricordate la storia di Leonardo? Beh, lui è mio marito, non so se ve lo avevo detto... :).
In alcuni casi è stata la curiosità verso persone che avevo incontrato di persona a spingermi a voler raccontare la loro storia, ma in altri casi si è trattato di un contatto virtuale nato grazie al blog, come è stato il caso di Lorena, che mi ha fatto poi venire voglia di conoscere queste persone per davvero. Questo per dire che la rubrica è diventata un'occasione per instaurare nuovi contatti, reali o virtuali. 
Tutte queste storie, queste esperienze di vita condivise, mi hanno emozionata, arricchita e invogliata a continuare questo progetto. Nei mesi ho visto espandersi il mio orizzonte di conoscenza e di conoscenze. Per questo ci tengo a ringraziare tutte le persone che si sono rese disponibili per queste interviste e hanno speso del tempo nello scegliere le parole, i racconti e le foto che tutti noi abbiamo poi visto nel blog... 
Mi dispiace un po' che non ci siano stati molti commenti a queste interviste che si sono susseguite nei mesi, ma i commenti che ci sono stati hanno comunque espresso sempre pareri positivi riguardo a questa rubrica e questo mi ha incoraggiata a continuarla. La vorrei tenere in vita per il grande valore che credo abbia il far conoscere San Francisco attraverso i racconti di chi ama-odia-vive questa splendida città. 
Auguri, Voci italiane a San Francisco: buon primo compleanno!

mercoledì 4 novembre 2015

Due

Mi sembra fosse ieri che ti guardavo con gli occhi pieni di meraviglia e ti sfioravo appena con la punta delle dita, pur tenendoti stretto forte a me. 
Eppure sono passati due anni da allora, da quel giorno in cui, alle 10.57 del mattino, io ti ho visto per la prima volta. Ti ho visto e ti ho ammirato e, da quel momento, non ho più smesso di guardarti... e di amarti perdutamente.
Tu sei quanto di più speciale avrei potuto immaginare per la mia vita.
Sei la gioia più profonda e vera.
Sei il sorriso sincero.
Sei la luce del sole che illumina i miei risvegli e le mie giornate.
Ti vedo correre e sfrecciare sul tuo monopattino e non mi capacito di quanto in fretta sia passato il tempo e di quanto velocemente tu stia crescendo. 
Ogni tanto mi chiedo che fine ha fatto quel fagottino di 5.3 kg, tutto guance, che ho tenuto in braccio per la prima volta in quella stanza di ospedale, che ricordo inondata di luce. 
Me lo chiedo e sorrido, con un velo di malinconia sulle labbra per quel cucciolo che ho visto crescere sotto ai miei occhi giorno dopo giorno e che ora è diventato grande, anche se non troppo grande. 
In questi due anni hai imparato così tante cose... registrate con pazienza su quel calendario che ora è pieno di parole scritte, di conquiste fatte, giorno dopo giorno: i tuoi primi suoni, la tua prima parola, la seconda, la terza... le prime pappe, i tuoi primi passi, le tue prime corse... 
Ti guardo e ti ammiro per la tua curiosità, per il tuo saper andare per il mondo con coraggio, per la tua voglia di esplorare andando  sempre un po' più oltre rispetto a quello che hai già visto, per la voglia continua che hai di sperimentare per poi tornare a fare quello che ami fare... 
Ti guardo e penso che sei quanto di più meraviglioso sono stata in grado di creare. Che sei la vita che sono stata in grado di generare. Che sei il mio miracolo vivente... 
Buon compleanno, tesoro mio: auguri per i tuoi primi due anni di vita insieme a noi!

  

domenica 1 novembre 2015

Racconti di Halloween a San Francisco

Halloween mi piace, ve lo raccontavo qui. In Italia non l'ho mai festeggiato, forse perché "ai miei tempi", cioé tra gli anni Ottanta-Novanta quando ero piccola, non era poi una festa così famosa e non era nulla se paragonata alle celebrazioni religiose dei Santi e dei Morti negli stessi giorni. 
Ma poi nel 2012 ci siamo trasferiti in California... 
Il primo anno non è cambiato praticamente niente per quanto riguarda il mio rapporto con questa festa. Ero qui già da un bel po' di mesi, ma di Halloween me ne sono altamente fregata: lui è arrivato, io non sapevo ancora bene che cosa significasse negli States e sono rimasta totalmente indifferente anche all'entusiasmo delle amiche che lo volevano festeggiare. In pratica, ho fatto finta che questa festa non esistesse. Eppure... ricordo perfettamente la curiosità che avevano generato in me quegli urletti di paura dei bambini sentiti per le strade del mio quartiere per tutto il pomeriggio.
Il mago trapana-panze
Il primo anno in cui ho festeggiato Halloween ero incinta. Anzi, ero super incinta! Avevo la pancia enorme di chi ha già superato da 4 giorni la data prevista per il parto e ancora vagabonda per la città con la scusa di dover fare qualcosa per smuovere un po' la situazione (dopo aver fatto milioni di scale, aver mangiato quintali di ananas e aver rinunciato solo all'olio di ricino...).
Qui eravamo sulla 24th Street di Noe Valley insieme ad Elena, la WorldWideMom e ai suoi bambini. Fu divertente, molto divertente, scoprire Halloween così, in compagnia di due bambini curiosi e desiderosi di riempire la loro borsa di dolci e leccornie. Cominciavo ad intravedere la magia negli occhi di tutti i bambini che incontravamo per strada, vestiti da super eroi, da maghi o da pompieri in cima alle scale di queste case abbarbicate sulle colline, pur di avere il loro dolcetto.
E intanto sognavo... immaginando come sarebbe stato per me festeggiare Halloween con il mio bambino in braccio...

San Francisco, Quartiere di Cole Valley
Un anno dopo, ecco il primo Halloween di Tegolina nel quartiere di Cole Valley. Fu allora che introducemmo anche una nuova tradizione in famiglia: quella di avere tutti e tre lo stesso tema di ispirazione per i nostri costumi. Lui vestito da draghetto verde a ispirare il nostro travestimento e noi con due cappelli dragheschi che venivano costantemente scambiati per un riferimento al film "Maleficent", non so se avete presente... 
E' stato divertente, tanto... musica live e non, gente che ballava per la strada e tanti bambini. Ma Teg ancora non camminava indipendente e così il Trick or Treat americano veniva recitato insieme a mamma e a papà.
Quest'anno molte cose sono andate diversamente. Teg tra pochi giorni compie due anni, si è fatto "grande"... cammina, corre, salta, è entrato da un bel po' in quella che qui chiamano la toddlerhood. E noi siamo nel turbine dei cosiddetti "Terribili Due", anche se per il momento poi così terribili non sono.
San Francisco, Tegolina pronto per Halloween
Immancabile quindi per questo Halloween il suo monopattino di cui ormai Teg non riesce più a fare a meno. 
Il costume? Beh, questa volta rispecchia uno dei suoi più grandi amori del momento: Tinker Bell, ovvero la nostra Campanellino di Peter Pan. 
Ma Teg non era una semplice fatina, era una bat fairy, una di quelle fate che aiutano i pipistrelli di Halloween ad imparare a volare di notte. Compito difficile e di alta responsabilità! Quindi, tolto il caschetto da professionista che gli preserva la vita nella sfida delle più ripide discese sanfranciscane - ecco che sulla sua testa, e pure sulla nostra, sono spuntate coppie di pipistrelli volanti. 
Non appena svoltato l'angolo di casa, è cominciata la serie infinita di tappe per il Dolcetto o Scherzetto, necessario a raccogliere un fior di malloppo. 
Assai velocemente il classico cestello a forma di zucca si è riempito sotto gli occhi increduli di Tegolina che non si capacitava di sì tanta generosità da parte dei vicini e degli abitanti di San Francisco tutti. Loro, tutti piazzati davanti alla porta di casa con ceste capienti o bacinelle piene di caramelle e lui, che si avvicinava cauto, appoggiava la mano sulle caramelle con lo sguardo basso. "Puoi prenderne una" dicevo, ma lui restava lì, con la mano a mollo nelle caramelle. E allora, dopo qualche minuto di attesa, erano i sanfranciscani a prendere in mano la situazione: gli offrivano due o tre caramelle e lui tutto orgoglioso le prendeva e le infilava nella sua zucca. E via per un'altra tappa... 
Peccato pero' che non sia durato neanche un'ora. Mica Halloween! Dicevo Teg! Era esausto: aveva saltato il solito riposino della tarda mattina e anche quello del pomeriggio. 
E così... il piccolo di casa si guarda attorno un'ultima volta, inebetito, con la faccia di uno che è finito nella migliore delle sue allucinazioni, e scoppia a ridere dopo aver finalmente capito che cosa stesse succedendo a San Francisco quella sera. Poi lo sediamo sul passeggino, neanche il tempo di allacciarlo e già dorme beato...
E' quindi toccato a mamma e papà continuare a festeggiare Halloween. 
Dopo aver raccolto qualche altra caramella lungo la strada con la scusa del bambino che dormiva nel passeggino, ci siamo rifugiati nel ristorante di sushi più vicino a casa e cena fu per noi. Quieta. Silenziosa. Così come non succedeva da un po'... 

W HALLOWEEN che conquista i piccini e pure gli italiani immigrati in California!

P.s.: Volete festeggiare Halloween a San Francisco l'anno prossimo? Tenete presente che in città si festeggia un po' ovunque, ma ci sono quattro quartieri in cui i festeggiamenti sono piuttosto spettacolari:
1. Noe Valley - 24th Street e Fair Oaks Street, che viene chiusa al traffico tra la 21th e la 26th Street;
2. Cole Valley - Belvedere Street, che viene chiusa al traffico tra Parnassus Avenue e la 17th Street;
3. Presidio Heights e Sea Cliff. 
Se volete più dettagli - e sapete leggere in inglese - andate dritti a questo bell'articolo.

lunedì 12 ottobre 2015

Columbus Day

Da quando ho ripreso a lavorare mi sembra di non vivere più nella stessa città. Eccomi dentro a quella routine casa-lavoro di cui avevo sempre sentito parlare ma che non avevo ancora sperimentato qui a San Francisco. 
Parto da casa alle 7.45 circa (eh sì, perché ci sono sempre 10 minuti di ritardo possibile se non riesco a staccarmi dalle guance-richiama-baci di mio figlio!). Vado al lavoro in bici e sono sempre di fretta. Non mi dispiace correre in bici: ho del tempo per me in cui mi godo il silenzio della mente (turbato dal rumore assordante del traffico) e dei miei pensieri. Così pian piano mi sveglio, con quell'aria fresca del mattino che mi arriva dritta in faccia. 
La pista ciclabile tra l'altro mi permette di avere una corsia preferenziale nel traffico: una volta evitati i frammenti di vetri sparsi ovunque e tenendo un occhio puntato sui camion che sfrecciano sulla strada (comunque niente a che vedere col traffico italiano, ve lo assicuro!), vado via tranquilla. 
Arrivo a scuola alle 8.10 circa e comincio alle 8.15. 
Le giornate passano in fretta con tutte le cose che ci sono da fare in una scuola ispirata dal metodo di Reggio Emilia e inserita nel progetto di baccalaureato internazionale (ve ne parlavo qui, ricordate?). 
Alle 3.30 finisco tutto e mi ritrovo, stanca ma anche eccitata, di nuovo sulla mia bici. 
Mezz'ora circa per tornare a casa. 
Mi trattengo per qualche minuto alla Maison Jaune, di solito mi siedo sulla bow window della cucina, e respiro un po'. 
Poi prendo l'auto e vado a prendere Tegolina all'asilo. 
Mi ci vuole mezz'ora. 
Arrivo all'asilo e comincia il rituale del saluto: una sorta di tradizione, instauratasi sin dai primi giorni di questa nuova avventura. Mi affaccio sulla porta e lui mi corre incontro facendosi largo tra gli altri bambini. Corre sempre e mi abbraccia forte e poi mi mostra i giochi. Salutiamo le maestre e appena usciti vuole il succo di frutta e poi gli chiedo di trovare l'auto. Gli do le chiavi, apre lui, saliamo e si mette al posto del guidatore. Possiamo stare anche un'ora dentro l'auto facendo finta che sia lui a guidare o ascoltando la radio. 
Se rimane qualche energia, riusciamo anche a fare un salto al parco, ma è proprio un salto perché di solito Teg è così stanco che non regge più di mezz'ora.
Rientriamo a casa sulle 6.30-7 ed io mi metto a preparare la cena. 
Poi arriva papà, mangiamo insieme e poi ci trasferiamo sul lettone a guardare insieme i cartoni preferiti di Teg: i vari film di Tinker Bell, la nostra Campanellino, e Masha e l'orso che Teg ha scoperto in Italia quest'estate.
Poi si parte col rituale della nanna che ultimamente fagocita anche me che crollo miseramente nel letto di Teg. 

E un'altra giornata è finita...

Oggi pero' è Columbus Day ed è il mio primo giorno di vacanza da scuola da quando ho ricominciato a lavorare. La sento proprio come un giorno di vacanza! E ne approfitto per  fare quello che più mi manca in settimana: stare col mio bambino tutto il giorno!

Da mamma a tempo pieno stavo a casa con lui e le nostre giornate erano così diverse, segnate dal nostro tempo insieme al parco e dai giri improvvisati, pensati per scoprire nuovi angoli speciali di San Francisco. 
Ripenso spesso a quella libertà che avevo di inventarmi il nostro tempo insieme ogni giorno, scegliendo dove andare, quando... senza troppa fretta. Potevo fare quello che volevo, quando lo volevo. Bastava tenere conto dei pisolini...
Mi manca mio figlio, mi manca quel tempo che avevamo insieme che non aveva limiti... ed era scandito dalla nostra routine costruita in base ai suoi e ai miei bisogni. 

Mi mancano i nostri percorsi classici e i lunghi pomeriggi al parco.
E mi mancano le nostre giornate sulla spiaggia, coi piedi immersi nell'acqua gelida dell'oceano e gli occhi rivolti verso il Golden Gate Bridge.
San Francisco, Crissy Fields
Ecco perché oggi, che è vacanza, torniamo al mare. 
"Ti va di andare in spiaggia oggi?" gli ho chiesto stamattina. Ci siamo guardati negli occhi, ho visto che anche i suoi brillavano, mentre mi ha fatto cenno di sì con la testa. 

Grazie Cristoforo Colombo che mi regali un giorno di vacanza in compagnia di mio figlio! 

venerdì 9 ottobre 2015

Voci italiane a San Francisco # 11

Una nuova intervista all'interno della nostra rubrica e una nuova storia da leggere. 
Voglio presentarvi oggi Cecilia, una simpatica ragazza milanese che vive da diversi anni a San Francisco e che io ho avuto la fortuna di incontrare per caso in uno dei parchi più belli e famosi della città, Alamo Square. Basta una parola detta ad alta voce e tra italiani ci si riconosce subito!
Ma ora non mi dilungo ulteriormente e lascio la parola a lei, che di cose interessanti da dirvi ne ha molte.
Ti va di presentarti brevemente? Come sei arrivata a San Francisco?
Ciao a tutti! Mi chiamo Cecilia, ho 30 anni… sono arrivata nella Bay Area a settembre 2010, a Pacifica per l'esattezza. Il mio arrivo qui non è stata una scelta, ma più un caso… una fortuna, potrei dire adesso!
Abitavo a Milano, città che avevo imparato ad amare col tempo, facevo un lavoro che mi piaceva molto ma che purtroppo non mi dava molta autonomia economica, ero insegnante d'asilo nido. Avevo un fidanzato da ben 5 anni, con cui pero’, non vedevo molte prospettive future… e abitavo ancora a casa di mia madre aspettando che un giorno qualcosa sarebbe cambiato.

Ad un certo punto mi arrivò la proposta di un contratto a tempo indeterminato… e questo mi mise in crisi…..perché amavo il mio lavoro, ma ero ben consapevole che non avrebbe potuto offrirmi molte prospettive.
Dopo questa offerta lavorativa, aggiunta al fatto che stavo tenendo in piedi una storia finita, ma che non riuscivo a concludere veramente, è nata la decisione di prendermi 6 mesi, massimo un anno di pausa,  in un luogo abbastanza lontano per poter pensare in pace sul da farsi, ma non troppo da sentire la mancanza di casa….. allora ecco l'idea: imparare l'inglese, magari in Inghilterra. 
Londra… sarebbe stata perfetta, abbastanza lontana  per prendersi una pausa… e nello stesso tempo vicina abbastanza per poter tornare da amici e parenti ogni volta che ne avessi avuto voglia.
Trovai online il programma da ragazza alla pari… perfetto per me, che non avevo molta disponibilità economica  e sopratutto poca esperienza lavorativa… ma a breve, purtroppo, scoprii che in Europa non sarei stata molto tutelata come ragazza alla pari e così iniziai ad informarmi per i programmi al di fuori dell'Euroa anche se l'idea non mi entusiasmava per niente…
Quasi un po’ per gioco mi iscrissi ad un agenzia di ragazze alla pari a Milano senza credere davvero troppo in quello che stavo facendo... e senza prendere troppo sul serio i personaggi assurdi che lavoravano in quell'agenzia... 
Ricordo ancora che la prima cosa che mi dissero fu che non potevo scegliere la meta di destinazione perché dipendeva da dove avevano una famiglia disponibile in quel momento. Sarei quindi potuta finire ovunque!
Una sera, inaspettatamente, uscendo dal nido, ricevetti una chiamata sul cellulare, da un numero strano… era l'inizio di quest'avventura! Quella chiamata infatti, arrivava da Pacifica, da una famiglia italo-americana, che avendo visto il mio profilo sul sito dell'agenzia mi aveva scelta come ragazza alla pari per le loro 3 figlie.
Partii in fretta e furia a fine agosto 2010, senza rendermi conto davvero di cosa stavo per fare... senza la certezza di sapere se mai ce l'avrei fatta a stare così lontana dalla mia Milano per un tempo così lungo... un anno! Non ebbi il tempo di pensarci veramente. Dunque partii, con l'idea che sarei rientrata massimo ad agosto 2011, con un inglese perfetto e con il lavoro al nido ad aspettarmi. Salutai tutti, dicendo: “Tra qualche mese ci rivedremo...”

Quando hai conosciuto San Francisco è stato amore a prima vista?
Assolutamente no. Ricordo ancora quando atterai in America la prima volta. Neanche il tempo di arrivare, alla fila per la dogana scoppiai a piangere. Che cosa mi era venuto in mente? Chi me l’aveva fatto fare? Ma sopratutto perché? Avevo tutto a Milano: un lavoro, una casa, un fidanzato, la mia famiglia... delle certezze... Ora non sapevo cosa mi aspettava, avevo il vuoto davanti a me, ma sopratutto ero sola... e questo mi terrorizzava. In più, il mio livello di inglese era talmente basso, anzi, totalmente inesistente che non sarei stata neanche in grado di formulare una frase di senso compiuto e comprensibile...
Le prime settimane a San Francisco le ho potute vivere da turista prima di iniziare a lavorare come au pair. La mia nuova famiglia ospitante non poteva ricevermi prima di ottobre, fui così accolta da una coppia di loro amici proprio a San Francisco, vicino ad Alemany Boulevard: qui la prima sorpresa (positiva)! Erano una coppia strana: lei filippina, lui messicano ma parlavano italiano perfettamente perché lei aveva studiato a Firenze! Erano davvero molto gentili... ed io per non approfittare troppo di questa ospitalità così generosa, iniziai a scoprire da sola questa città, con la mia guida in mano...
Ad un primo sguardo mi sembrava immensa... Non avevo alcun riferimento, e facevo un po' fatica ad orientarmi. Camminavo molto, perché mi perdevo in continuazione... Il primo giorno finii ad Embarcadero, dove passò il tram di Milano, proprio quello che passava dietro a casa mia... aiuto che emozione!
Ad ottobre poi mi spostai a Pacifica, dove iniziai a lavorare come au pair... L'inizio non è stato semplice... Era davvero strano vivere con qualcuno a me sconosciuto, anche se si trattava di una famiglia rispettosa e gentile; io comunque mi sentivo un ospite. Ceracavo di far diventare mia, quella che per loro era la routine, dovendo cercare di essere un riferimento per delle bambine quando in realtà ero io quella totalmente persa, quella che aveva bisogno di qualcuno che mi spiegasse esattamente dove ero finita e come funziona il mondo così lontano da casa mia.
In più abitavamo in un posto splendido per una famiglia, ma un po' meno splendido per una poco più che ventenne appena arrivata in America: eravamo vicini ad un bosco, isolati dal mondo, dove senza macchina non si poteva raggiungere nulla, lontani da qualsiasi cosa e sopratutto a mezz'ora abbondante dalla città (quando non c'era traffico!). Per una che non aveva mai avuto bisogno di guidare veramente in Italia, quello era un motivo di stress in più.

A distanza di pochi mesi, il Golden Gate Bridge pero' aveva affascinato anche me, così come la tortuosa Lombard Street, i tanti parchi, i leoni marini, le spiagge e i tramonti sull' oceano... ma tutto cio' non era sufficiente  per farmi apprezzare l'esperienza che stavo vivendo. Mi mancava tutto dell'Italia e continuavo a fare paragoni... Mi mancavano gli amici, la famiglia, il mio lavoro, la mia casa, il cibo. Non avevo trovato nulla che mi facesse apprezzare a pieno questo posto e questa esperienza... la bellezza, i colori e i profumi dei luoghi che mi circondavano non erano abbastanza per far scattare in me l'amore per questo posto così lontano dai miei affetti. Era questa la vera cosa che mi mancava: gli affetti! una famiglia, degli amici veri... qualcuno con cui condividere la mia quotidianità e che potesse condividere, oltre che capire, i miei stati d'animo…..

Ci racconti 5 dei tuoi culture shocks a San Francisco?
All'inizio era davvero tutto un continuo culture shock! E un malinteso dietro l'altro visto il mio inglese inesistente! 
Il cibo (come potevano vendere un formaggio rosa?! E perché mai il latte qui non scade?!); la guida (perché hanno tutti delle macchine giganti? E poi vogliamo parlare degli stop in cima a delle salite mozzafiato? E il modo di guidare?) 
Da buona maestra che ero, è stato uno shock anche l'approccio con la scuola americana, dove erano più le critiche che mi venivano da fare che i punti a favore che riuscivo a trovare... 
E poi la situazione sanitaria, l'approccio è stato davvero difficoltoso, più che altro per capirne il funzionamento... 
Per non parlare della lingua... non solo la difficoltà di comunicare in una lingua che non è la tua ma anche la barriera culturale... e per una socievole come come me, abituata a parlare anche con i muri, trovarmi a non riuscire ad esprimermi è stata la sofferenza più grande. Ricorderò sempre, la figuraccia più clamorosa che feci con un amico americano dopo pochissimo tempo che ero qui, quando provai a tradurgli letteralmente “Conosco i miei polli!”. Beh, oltre a non aver capito cosa stavo dicendo, deve avermi preso per pazza! E ora, a distanza di tempo, so che ancora ci ride!

Ma adesso, dopo 5 anni posso risponderti che nonostante io stia continuando a frequentare molti italiani qui a San Francisco, lo shock è altrettanto forte quando mi capita di tornare in Italia. Questo, probabilmente lo sento anche di più perché in 5 anni sono tornata a casa solo due volte...
Lo shock culturale che ho avuto venendo qui è normale, era qualcosa a cui ero preparata; l'ho vissuto per gradi, e piano piano l'ho capito, imparato a superare, ridendoci sopra. Ed infine sono riuscita a capire tante cose e ad apperzzarle, anche se all'inizio le criticavo. Oggi probabilmente sono proprio le stranezze di questa città a farmela amare tanto! Non ci si annoia mai!
Lo shock culturale che ho provato quando ho rivisto l'Italia la prima volta dopo ben due anni, invece, mi ha lasciato l'amaro in bocca. Era qualcosa che non mi sarei aspettata, qualcosa che teoricamente non sarebbe dovuto accadere visto che quel mondo una volta mi apparteneva. Ma in due anni le cose cambiano, tu cambi più di tutto. La seconda volta tornai dopo 4 anni. E ancora quel senso di disorientamento... di amarezza... il punto è che sì, è vero, sono italiana, frequento tanti italiani, parlo spesso la mia lingua (anche al lavoro!), continuo a mangiare cibo italiano... ma non vivo in Italia da 5 anni ormai. Ho fatto un percorso che mi ha cambiata, e gli italiani che frequento qui hanno a loro volta fatto un percorso simile al mio, che ci accomuna. L'italia che ho lasciato, i miei amici, colleghi, hanno fatto un percorso molto diverso dal mio in questi anni. Credo di essere arrivata ad un punto in cui so che Can francisco non la sentirò mai casa al 100%, ma non mi sento più a casa neanche quando torno in Italia. Entrambi sono luoghi che amo per motivi diversi e che, a volte, odio per motivi diversi. Entrambi sono parte di quella che sono oggi... ed entrambi continueranno ad affascinarmi e a crearmi degli shock culturali!

La tua isola felice a San Francisco?
Sono tanti i posti dove ho lasciato il cuore in questa città! E' davvero difficile sceglierne uno... Sicuramente uno a cui sono legata è la passeggiata costiera di Lincoln park: Land Ends. E' un luogo dove vado spesso e dove mi piace portare i nuovi arrivati o gli amici in visita, ma anche ci vado anche da sola quando ho voglia di un po' di bello intorno a me... E' un posto dove posso camminare immersa in questa natura favolosa (da brava milanese, mi sorprende ancora una natura così spettacolare proprio in città!), guardare l'oceano (e se sei fortunato anche leoni marini, balene o delfini...) E' un luogo che ogni volta mi fa sentire in pace con me stessa!

Che cosa significa per te lavorare come ragazza alla pari qui a San Francisco? Ci racconti i pregi e i difetti di questa avventura?
Certo questo è un lavoro un po' particolare... Sicuramente ha avuto molti vantaggi per me in questi anni. Mi ha lasciato molto tempo libero per godermi questa esperienza, mi ha pemesso di entrare in contatto con tante realtà in ambito educativo e di poter quindi anche conoscere e valutare se era un'esperienza che poteva eventuamente evolversi in quella direzione. Mi ha dato la possibilità di trovare qualcosa di più di un lavoro normale, quasi una seconda famiglia con cui vivere... A differenza di tanti altri lavori sicuramente mi ha dato molta più flessibiltà per organizzarmi il mio tempo.
Certo non sempre sono state rose e fiori... e ci sono state anche molte fatiche, non sono da parte mia ma anche di chi mi ha ospitata, a partire dalla condivisione di uno spazio casalingo con i vari datori di lavoro. Se gli spazi non sono abbastanza grandi, la privacy è poca! E comunque ho sempre avuto il peso di sapere che sono  "ospite" e di non separare mai veramente quello che è lavoro dal privato...
Credo di aver resistito tanto tempo perché nella famiglia per cui lavoro dal 2012 ho uno spazio tutto mio, con stanza, cucina e bagno che mi permette di avere più intimità che in altre situazioni.
Questo lavoro, mi ha dato la possibilità di scoprire, conoscere e amare un luogo come San Francisco e tutta la Bay Area che come vi ho detto, inizialmente non ho scelto, ma che col tempo ho amato moltissimo! Credo che questa sia stata una fortuna immensa!
Anche gli incontri che mi ha permesso di fare in questi anni sono stati preziosi... Sono entrata in contatto con persone che stimo molto, a partire proprio dai miei ultimi datori di lavoro!
Certo, in una città come questa, dove quasi tutte le persone intorno a me sono nell'ambito informatico o universitario, a volte ammetto di sentirmi un pesce fuor d'acqua! Ma poi mi dico, a quanti pero' è capitato di poter fare la nanny dei figli (fantastici) di un console? :)
comunque sono molto contenta di questa esperienza che ho fatto e che sto per concludere... Sicuramente è stata un'esperienza totalmente inaspettata rispetto alle previsioni iniziali, che mi ha fatto crescere e fare incontri che mi hanno arricchita molto!

Odi et amo. Quali sono gli aspetti della città che ami con tutta te stessa e quali quelli che odi con tutta te stessa?
Ammetto che è stato difficile per me trovare qualcosa che davvero non amo a San Francisco! Amo molto i ritmi di questa città, quasi provinciali, anche se ha un'apertura mentale e un'offerta invidiabile rispetto a qualunque altra metropoli!
Con la gente in questa città invece ho un rapporto di odio e amore profondo... Mi piace la vibrazione che trasmette, mi diverte anche lo spirito un po' hippie e new age che si respira, mi piace l'apertura mentale, e il senso di accettazione e di innovazione... Ma a volte mi sento invece totalmete estranea, come se fossi circondata da gente che non ha assolutamente il senso della realtà o il senso del tempo, come se fossimo in posto totalmente estraneo al resto del mondo!
Odio profondamente non sapere mai come vestirmi, o comunque sbagliare sempre, grazie ai 1000 microclimi di questa città! (al momento, per l'appunto, vi sto scrivendo mezza malaticcia per l'ennesimo passaggio estate/inverno nel giro di pochi isolati).

Un cibo che hai scoperto qui e di cui ora non sai più fare a meno?
Il sushi qui è più buono, non si discute! E' stata una rivelazione! 
Una scoperta è stata la cucina burmese... ultimamente mi sono innamorata particolarmente di questa cucina che in Italia non conoscevo! 
Una cosa che invece dopo 5 anni ancora non posso concepire sono i marshmallows... anzi, più in generale, direi che i dolci in America non mi entusiasmano proprio...
Adesso parliamo un po' di amicizia negli States: che cosa ne pensi? Meglio gli amici italiani/europei o quelli americani?
Sicuramente la maggioranza delle mie amicizie significative sono italiane, ma non mi viene da dire "perché sono meglio". Forse semplicemente perché ci accomuna, oltre che la lingua, anche un percorso di vita simile.
 Negli anni, ho avuto relazioni di amicizia - e a volte anche sentimentali - con locali e ovviamente anche con gente di altri paesi. Posso dire che a volte ho avuto la fortuna di fare incontri splendidi sia nella comunità italiana sia in quella americana. E viceversa, purtroppo, ho avuto esperienze meno belle sia con italiani che non.
Adesso le relazioni che ho instaurato qui, mi fanno sentire più a casa che a Milano... Grazie ai miei amici, conoscenti, compagni, ho imparato ad apprezzare sempre di più il bello che c'è qui... Spesso la bellezza di un posto la fanno proprio le persone che incontri e forse proprio loro sono il motivo per cui vorrei restare in questa città...

Ti sembra di aver rinunciato a qualcosa venendo a San Francisco? E che cosa credi invece di aver guadagnato?
L'unica cosa a cui ho rinunciato davvero è l'avere una quotidianità con la mia famiglia.  Questo è l'unico "peso" che mi porto dietro... La distanza a volte è davvero tanta e se adesso ancora mi è tollerabile, non so come la vivrò in prospettiva. 
Per il resto invece credo di aver solo guadagnato! 
Ho guadagnato la possibilità di conoscere, vivere ed innamorarmi di una città incredibile come San Francisco. Ho guadagnato una seconda casa, delle amicizie importanti,  una sicurezza in me stessa che non pensavo di poter avere, l'orgoglio di essermela cavata da sola e la voglia di viaggiare ancora. Questa esperienza mi ha insegnato l'amore per il viaggio.

Che cosa senti che ti lascerà questa esperienza all'estero?
Beh, sicuramente tanta nostalgia! Ma, come dicevo prima, so che per me questa sarà sempre una seconda casa dove potrei decidere di tornare in futuro oppure che potrei usare semplicemente per iniziare una nuova avventura!

Ciao Sabina... grazie mille ancora per avermi coinvolta. E' stato davvero interessante poter riassumere la mia storia a San Francisco qui!

Grazie a te Cecilia, per aver condiviso la tua storia e per averci fatto conoscere la tua San Francisco!
Per il prossimo appuntamento di "Voci italiane a San Francisco", vi rimando al 10 novembre per un'altra piacevole voce femminile che ci racconterà della sua seconda vita qui in California.
Alla prossima
 

giovedì 17 settembre 2015

Ho trovato lavoro!

E' successo tutto così in fretta, talmente in fretta che non ho avuto il tempo di rendermene conto nemmeno io... ma è proprio successo:
HO FINALMENTE TROVATO LAVORO!!
E così, dopo quasi due anni di vita da mamma a tempo pieno e dopo quell'avventura breve ma intensa cominciata da Twitter, torno di nuovo in pista e questa volta lo faccio sul serio. 
Comincia così una nuova storia per me, lontana da quel mondo accademico nel quale ho trascorso gli ultimi quindici anni della mia vita tra laurea, specializzazione, dottorato e post dottorato. 
Ricomincio a lavorare, sì, e lo faccio in una scuola italiana di San Francisco che mi ha accolta nel suo team di insegnanti all'inizio di settembre. 
Non si tratta di una scuola come tutte le altre... è una scuola speciale, sotto molti punti di vista. Si propone innanzitutto di insegnare la lingua e la cultura italiana a bambini, figli di genitori di provenienza mista (un/a italiano/a con un/a americano/a o straniero) o di genitori che hanno comunque un legame con l'Italia e vogliono trasmetterlo al loro bambino. 
La scuola si ispira al metodo di Reggio-Emilia che, per chi non lo sapesse, è un approccio pedagogico per la scuola dell'infanzia nato proprio a Reggio dopo la Seconda Guerra Mondiale quando si volevano investire fondi ed energie nell'istruzione e nell'educazione dei più piccoli. I principi su cui si fonda questo metodo si basano sulla capacità dei bambini di saper costruire le proprie conoscenze guidati dai loro stessi interessi; sull'idea che possano conoscere loro stessi e il mondo che li circonda anche attraverso le relazioni con gli altri; sull'importanza della comunicazione e quindi sul ruolo degli adulti in quanto guide nel loro processo di apprendimento. 
Non conoscevo, se non per fama, la storia delle scuole di Reggio e non sapevo che il loro approccio avesse ispirato molte scuole nel mondo. E devo anche dire che sebbene io sia sempre stata più favorevole alla scuola pubblica, nella quale del resto ho studiato e poi lavorato, questo sistema scuola ha fatto risuonare le mie corde, le corde di una mamma che crede fortemente nell'importanza per i più piccoli di imparare dalla propria esperienza, guidati in questa evoluzione da adulti rispettosi del diritto dei bambini di scoprire il mondo. 
E' stato quando sono diventata mamma che ho scoperto che crescere un bambino significa per me offrirgli uno spazio safe all'interno del quale sperimentare e mettersi alla prova testando i suoi limiti e imparando a superarli. Ed è stato dopo la nascita di Tegolina che ho capito che rispettare mio figlio - e quindi rispettare ogni bambino - significa per me rispettare la sua curiosità per la vita e il suo desiderio di scoprire ed imparare. 
Per questo quando ho letto del metodo Reggio, mi sono sentita subito vicina a questa scuola che, tra l'altro, segue anche il programma del Baccalaureato Internazionale dedicato ai bambini dai 3 ai 12 anni che intende formare studenti interessati e curiosi dell'apprendere, fuori e dentro l'aula.
Così venerdì mattina faccio il colloquio con la direttrice, vedo la scuola e conosco la classe nella quale avrei lavorato. 
Lunedì mi arriva l'offerta.  
Ho una settimana per pensarci e mi accorgo che lo scoglio più grosso è costituito dalla ricerca di un asilo per Teg, ma una volta che ci siamo resi conto che una soluzione in città si può trovare, accetto il lavoro e la mia avventura ha inizio qualche giorno dopo!
La prima settimana è stata durissima, per un milione di motivi. 
Primo fra tutti il distacco da mio figlio. 
E' stato tanto difficile stare lontano da lui per così tante ore. 
E' stato pesante sentire la sua mancanza e vedere che non c'era più troppo tempo per noi, che non c'erano più quelle lunghe giornate da inventarci quotidianamente. E per diversi giorni mi sono sentita una mamma a metà... una donna e una mamma che si affannava disperatamente per riuscire a far quadrare tutto in un momento in cui niente quadrava più.
A questo si aggiunga tutto quello che succedeva a scuola: il dover imparare tutto e il dover accomulare informazioni in ogni secondo lì. Il cervello mi scoppiava. E nel frattempo dovevo conoscere e mettermi in contatto con questi 21 bambini, cominciare a guidare le loro attività quotidiane, dovevo adattarmi alla loro routine serrata fatta di tanti impegni con specialisti diversi e di spostamenti nelle aule della scuola. 
Più volte ho avuto l'impressione di essermi aggrappata ad un treno in corsa. E ci sono stati momenti in cui ho pensato di voler tornare sui miei passi, di non essere davvero pronta per tutto questo... Ma siccome non riesco a rinunciare alle sfide, anche a quelle più impegnative, ho deciso di andare avanti e provarci con più energia ancora, anche perché questo lavoro ci dà l'aiuto economico che stavamo cercando da tempo.
Nel weekend mi sono concessa un riposino di 3 ORE, ma poi questa settimana sono ripartita bene e, ora che si sta chiudendo, mi accorgo che è proprio volata. 
Tegolina ha preso il suo ritmo ed io il mio e alcune cose hanno cominciato ad andare in automatico. I bambini in classe mi chiamano per nome e mi riconoscono come la loro teacher, mi cercano e mi abbracciano e partecipano al percorso educativo che abbiamo iniziato. 
Resta che io ho ancora tanto da imparare, specialmente nelle riunioni quotidiane e settimanali con colleghi, direttrice e responsabile del baccalaureato, e restano le corse quotidiane. 
Ma ora mi sembra anche che questa sia un'esperienza che mi arricchisce tantissimo giorno dopo giorno come persona, come donna, come mamma e come insegnante. Mi arricchisce nella scoperta di un mondo che non conoscevo, nell'interazione con i bambini e i loro genitori e con i colleghi, figure alle quali non ero più abituata dopo due anni di vita da mamma. E mi fa anche vedere a che punto sono io con la mia evoluzione personale. 
Quindi, tutto sommato, mi sembra che stiamo ingranando e ce la possiamo fare! =) 
Voi che dite? Ce la faranno i nostri eroi...?

mercoledì 9 settembre 2015

Voci italiane a San Francisco # 10

Torna oggi la nostra consueta rubrica dedicata alle "Voci italiane a San Francisco" e torna con un'ospite davvero speciale che vi racconterà della nostra città con la profondità e l'attenzione al dettaglio di chi ha trovato qui un posto chiamato "casa". 
E' con grande piacere che vi presento Rosy, una delle amiche più care incontrate qui a San Francisco, una persona con cui ho condiviso e condivido tuttora la magia - e la fatica - dell'essere mamma e umanista!
Ma ora lascio la parola a lei, che di cose da dirvi ne ha tante!


Ti va di presentarti? Dicci come sei arrivata a San Francisco...
Con piacere! Mi chiamo Rosy, ho 38 anni e sono originaria della Puglia, ma ho abitato per molti anni anche a Bologna. Oggi vivo a San Francisco con mio marito – che è americano – e la nostra bambina di un anno e mezzo, nata qui.
Sono una studiosa di letteratura e cinema e sono arrivata a San Francisco per seguire le mie passioni: stavo lavorando a un progetto di ricerca su alcune scrittrici americane, e così, nel 2008, approdai con una borsa di studio nella Bay Area per conoscerle e intervistarle. Da cosa nacque cosa, e quello che doveva essere un breve soggiorno di tre mesi si è trasformato in una storia d’amore con questa città che dura ormai da sette anni!
Ora sto per ultimare un dottorato presso l’Università di Berkeley, dove mi occupo del rapporto tra storia e memoria, in particolare per quanto riguarda il ’68 in Italia. Berkeley è il posto ideale per occuparmi di questo argomento, perché il movimento studentesco nacque proprio qui nel 1964-65! Non avrei potuto chiedere di meglio.
Al di là dei miei interessi di ricerca, pero', la decisione di trasferirmi in California fu anche data da un grandissimo colpo di fulmine per la Bay Area. Dopo aver trascorso un anno qui non riuscivo a immaginare di vivere da nessun’altra parte! Il dottorato, dunque, mi ha permesso di realizzare molti sogni tutti in una volta. Trasferirmi non è stata una decisione semplice, ma una volta presa non me ne sono mai pentita.
 


Ora raccontaci 5 dei tuoi culture shocks a San Francisco!
A pensarci ora mi sembra buffissimo, ma il primo momento di sconcerto totale avvenne proprio nel corso della mia prima settimana a San Francisco, e riguarda una nota dolente per moltissimi italiani negli Stati Uniti: il CIBO!
Appena arrivata, fui ospite per qualche giorno presso una ragazza del New Jersey che lavorava qui come infermiera. Fu lei a introdurmi al cibo locale, e purtroppo – nonostante fosse una persona fantastica – le sue abitudini alimentari non fecero che confermare tutti i pregiudizi che mi ero formata nel corso degli anni sulla dieta degli americani quando vivevo ancora in Italia: panini giganteschi formati da sette-otto strati di ingredienti strampalati e salsine dalle dubbie origini, fritti di ogni tipo, fiumi di Coca-Cola… Ricordo che pensai: “Almeno perderò in fretta quei chili di troppo che ho accumulato sotto le feste, visto che mi toccherà stare a digiuno per la maggior parte del tempo!”
Ben presto, però, cominciai a uscire di più e avventurarmi con più coraggio nella scena culinaria locale, e scoprii che San Francisco è esattamente l’opposto di quello che mi era apparso all’inizio! Viviamo in un vero paradiso gastronomico, dove tutte le cucine mondiali sono rappresentate al meglio, e godiamo della sterminata ricchezza agricola californiana. Qui si produce ogni varietà di frutta e verdura, c’è un grande rispetto per la terra e per le forme di coltivazione biologica e di ristorazione “a km zero”, come diremmo in Italia. Il risultato è un panorama culinario dove possiamo assaggiare di tutto e di più, aprendoci a tante culture diverse e sperimentando con la nuova cucina californiana, che si basa appunto sulla bontà e la freschezza degli ingredienti locali.
Insomma, se guardo indietro alle impressioni della mia prima settimana a San Francisco… Penso che non avrei potuto essere più in torto di così!

Un altro shock iniziale fu dato dalla facilità con cui qui si riesce a stringere amicizia con le persone, fenomeno che pero' non sempre corrisponde a un’uguale profondità nei rapporti.
Penso che questa mia percezione fosse data principalmente dal fatto che, nei primi mesi, conobbi molte persone grazie al sito Couchsurfing.com, una comunità di viaggiatori presente in tutto il mondo che permette di ospitare e farsi ospitare gratis dalla gente del luogo, o anche semplicemente di partecipare a un piccolo evento locale (dalla “birrata” al pub al festival di musica, ecc.) insieme ad altri viaggiatori e persone del luogo.
In pochi mesi, conobbi tanta gente da tutto il mondo e mi sembrava di essermi costruita una solida rete di amicizie, ma a conti fatti – trascorso qualche tempo – furono ben poche le persone che rimasero nella mia vita.
Penso che questo sia insieme un vizio e una virtù delle grandi città come San Francisco, dove succedono tante cose, ci sono tante opportunità e molti arrivano qui per poi spostarsi da qualche altra parte in breve tempo. Non è facile costruire delle fondamenta solide. Io, che mi ero lasciata alle spalle una comunità di amici splendidi a Bologna con cui sono ancora costantemente in contatto, feci molta fatica a capire che non sempre a San Francisco l’entusiasmo iniziale sfocia in un’amicizia duratura; anzi, spesso accade esattamente il contrario. In generale, comunque, mi pare che qui ci si metta poco ad attaccar bottone con una vicina di casa o un cassiere al supermercato, ma la profondità dei rapporti non sempre va di pari passo con questa superficiale facilità di contatto.

Un’altra grande differenza che non manca mai di colpirmi in California sta nella capacità di reinventarsi costantemente che hanno le persone qui.
Ursula K. Le Guin, che è nata da queste parti - a Berkeley - ha scritto che la California da sempre rappresenta la terra di frontiera, il sogno di un futuro sempre suscettibile di reinvenzione, l’apertura a nuove possibilità, e a me sembra che si sia espressa alla perfezione al riguardo.
Non per niente molte culture orientate all’utopia o al miglioramento del futuro – dagli hippies alla tech culture – hanno trovato terreno fertile qui.
Qui è normalissimo cambiare completamente carriera molte volte, tornare a studiare a cinquant’anni senza farsi troppi problemi, o lasciare il lavoro per mettersi a viaggiare intorno al mondo per un paio d’anni. E non è così solo perché l’economia lo permette. E’ anche una questione di apertura mentale da parte della società.

Avendo lavorato in università sia in Italia che in California, posso dire che un altro profondo shock culturale mi fu dato dalla struttura diversissima dei programmi accademici che ho frequentato: a Bologna avevo una borsa di studio che mi permetteva di fare ricerca in santa pace, ma non ero tenuta a seguire corsi o insegnare.
Qui, da subito, iniziai a tenere corsi e avere molte responsabilità, nonché a seguire seminari, scrivere saggi, tenere presentazioni in un contesto dove ci si sente sempre parte di un progetto collettivo. Dagli studenti, ai professori, ai colleghi, tutti sono tenuti a valutare costantemente il tuo lavoro. Una struttura che lascia meno autonomia, ma permette di crescere moltissimo grazie alla rigorosa attenzione della comunità scientifica.

Infine, una differenza abissale tra Italia e USA dalla quale ancora non riesco a riprendermi sta nella differenza tra città e provincia, o meglio tra tessuto urbano e sobborghi…
Mentre da noi ogni paesino, ogni piccola città possiede una sua storia e una sua identità fortissima, spesso in contrapposizione con i borghi vicini, qui al di fuori delle città si estende spesso una terra sconfinata fatta di anonimi quartieri residenziali, centri commerciali dove è possibile trovare sempre le stesse catene di negozi in tutto il paese, parcheggi sterminati.
Piano piano, sto cominciando a viaggiare di più all’interno degli Stati Uniti e sto scoprendo tante realtà intermedie, piccole cittadine dotate di un carattere unico e con le proprie, originali attrattive… Ma se guardo indietro agli anni vissuti in Italia, il nostro patrimonio storico e artistico ora mi sembra ancora più strabiliante!

Odi et amo: quali sono gli aspetti di San Francisco che ami con tutta te stessa e quali quelli che odi con tutta te stessa?
Amo il senso di libertà che si respira a San Francisco, il fatto che – storicamente – sia stata sempre una città che ha accolto tante culture diverse e le ha mescolate al meglio, si è aperta alle minoranze di ogni genere e ne ha fatto un punto di forza.
Odio il fatto che questo stia cambiando: la vicinanza della Silicon Valley ha portato una grande ventata di ricchezza e benessere in città, ma sta rendendo San Francisco un posto sempre più invivibile per chi non guadagni stipendi stratosferici. E a risentirne di più sono proprio coloro che hanno reso la città unica con l’apporto della loro cultura, come la comunità latino-americana nel quartiere della Mission.
Purtroppo il fatto che solo i ricchi possano ormai permettersi di vivere qui sta facendo spazio a una monocultura che è la negazione stessa di tutto ciò che San Francisco ha rappresentato per tanti anni: un luogo dove le minoranze di genere, etnia e cultura venivano accolte e valorizzate.
Come ho già detto, amo le tante opportunità che una persona come me, arrivata dall’Italia a 31 anni senza contatti, con pochi soldi in tasca e solo tanta voglia di lavorare può avere in una città come questa.
Odio il modo in cui la città non si prende cura della sua popolazione homeless, spesso abbandonata a se stessa, alla solitudine e al degrado.
Amo i mercatini dei contadini che mettono in mostra tutta la ricchezza che la terra qui in California sa offrire!
Odio i trasporti pubblici, che sebbene siano meglio che in altre città d’America (dove spesso non esistono nemmeno!), lasciano ancora molto a desiderare.

Che cosa riconosci in te di ancora puramente italiano e che cosa invece ti sembra di aver acquisito dalla cultura americana?
Come tanti italiani, mi viene naturale esprimere il mio amore verso le persone care attraverso il cibo. Adoro cucinare per la famiglia e gli amici, che si tratti di una torta di compleanno o di “du’ spaghi” improvvisati in cinque minuti, e questo viene spesso percepito come un tratto distintivo della nostra cultura anche qui in America.
Qui invece è molto più diffusa l’abitudine del pub o del bar dove incontrarsi con gli amici per bere qualche birra insieme, cosa che a me non interessa per niente. 
Il caffè fatto in casa con la moka! Anche in questo sono italiana al 100%. So adattarmi ad altri metodi di preparazione del caffè, ma non potrei vivere senza la mia inseparabile Bialetti. 
Amo andare al cinema a guardare piccole produzioni indipendenti piuttosto che filmoni hollywoodiani, e quando abitavo a Bologna per me questa era un’abitudine quasi quotidiana, mentre qui mi risulta molto più difficile.
Sono molto orgogliosa della mia formazione europea e grata per tutto quello che la scuola pubblica italiana mi ha insegnato. Penso di essere stata molto fortunata in questo.
L’orgoglio di essere meridionale! Sono legatissima al sud dell’Italia e, tutte le volte che torno, vedo la mia identità riflessa in ogni cosa, dai profumi e i colori della terra alle risate forti della gente, fino al
coesistere gomito a gomito di tanti splendori e tante miserie.
Quanto all’influenza subita dalla cultura americana, penso di essere diventata ancora più insofferente verso l’inefficienza e la pesantezza della burocrazia italiana, il fatto che qualsiasi iniziativa sia vincolata da ostacoli spesso insormontabili, di cui spesso non si comprende l’origine. Quando sono tornata a Bologna l’ultima volta, rinnovare la mia patente è stata una vera odissea! Quando vivevo in Italia non me ne accorgevo fino in fondo, mentre ora mi sembra intollerabile.
Non sopporto il razzismo e i pregiudizi di genere che recentemente vedo predominare nei dibattiti pubblici italiani. L’America non è certamente perfetta in questo, ma penso che dopo secoli di coesistenza – a volte forzata – tra culture molto diverse si sia arrivati a un dialogo più aperto e complesso di quello che esiste in Italia, dove – per esempio – l’immigrazione da paesi stranieri è un fenomeno ancora relativamente recente. In Italia essere politically correct viene percepito come una forma di ipocrisia, un atteggiamento da deridere; qui, invece, si tratta di una forma di rispetto degli altri, un’educazione alla coesistenza. Come diceva Nanni Moretti in Palombella rossa, “Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!”
Come ho già accennato, amo il senso del possibile, la capacità di reinventarsi che si respirano qui, mentre ritengo che in Italia spesso il rispetto per le tradizioni a tutti i costi a volte porti a un senso di immobilità. Penso che l’America mi abbia insegnato a essere più ottimista e fiduciosa nelle mie capacità.

A chi lo dici! =)

Land's End, San Francisco
Foto di Eliya Selhub
Ma invece, a proposito di luoghi nella città: hai una tua isola felice qui?
Sicuramente Land’s End, una zona di scogliere selvagge, onde altissime e sentieri infiniti tra alberi millenari racchiusa in una piccola area della città, non lontana dal Golden Gate Bridge.
Ho iniziato a passeggiare lì quando ero incinta, e ci torno spesso per sentire da vicino la potenza della natura e ricordarmi che l’oceano a due passi da me, anche se abito in una zona centrale da cui non riesco a vederlo.
In più, in quest’area, proprio in riva all’oceano, si trova ciò che rimane dei Sutro Baths, un complesso di piscine all’aperto risalente alla fine dell’Ottocento, di cui sopravvivono solo alcuni resti. Un’affascinante, recente rovina del passato che non può che commuovere un’italiana cresciuta tra tante memorie centenarie delle epoche che furono!
Dato che non sono molto brava a scattare foto, ho preferito accludere a quest’intervista dei bellissimi scatti di Land’s End realizzati dal mio amico Eliya Selhub, un fotografo straordinario.

Land's End, San Francisco
Foto di Eliya Selhub



 




Senti, ma per te, che sei mamma a San Francisco, questa è una città baby friendly?

Dipende. Nel mio quartiere, per esempio, ci sono parchi giochi bellissimi e tante iniziative per i piccoli, ma non mi sognerei mai di lasciare un bambino scorrazzare da solo senza un adulto che lo accompagni. Non è la città più sicura del mondo, o perlomeno non lo è dappertutto.
La scuola pubblica qui soffre di gravi mancanze di risorse e di un’organizzazione arbitraria che, negli anni, ha abbassato di molto la qualità dell’istruzione in città.
D’altra parte, però, godiamo di un tempo primaverile quasi tutto l’anno, e si può vivere all’aperto la maggior parte del tempo. Dai festival degli acquiloni ai giochi in spiaggia, i bimbi possono davvero scatenarsi!
Esistono poi moltissimi parchi, spiagge, strutture splendide per i bambini, nonché la possibilità di iscriverli a miriadi di corsi affascinanti: dalla piscina neonatale allo yoga, dalla scherma alla danza tradizionale irlandese! Peccato che, come in molte altre città d’America, queste risorse siano spesso riservate solo a chi ha tanto tempo e soldi. Questa però non è la regola assoluta. Per esempio, recentemente mi sono unita a un gruppo di mamme capitanato da una maestra d’asilo che segue il metodo Waldorf. Il gruppo si incontra gratuitamente ogni mattina nello splendido Golden Gate Park e condivide canti, giochi, danze e chiacchiere nel bel mezzo della natura. Un’iniziativa bellissima, un modo di fare comunità tra genitori e bimbi in un contesto che aiuta tutti a rigenerarsi e rilassarsi senza chiedere niente in cambio!

E com'è crescere una bimba in un contesto bilingue: quali sono i pro e i contro di questa avventura?
Per me è un’esperienza bellissima e avvincente, e al momento non vedo nessun contro. Ci vuole solo – da parte mia – tanta determinazione in più nel trasmettere la mia lingua e la mia cultura a mia figlia. Mio marito è americano e il suo ruolo è quello di parlarle esclusivamente in inglese, ma è facilitato dal contesto in cui viviamo e dal fatto che la maggior parte delle persone intorno a noi comunicano in inglese.
Sta a me – che rappresento la lingua minoritaria in casa – coltivare l’uso dell’italiano con la piccola, e lo faccio con naturalezza dal giorno in cui è nata. Le parlo in italiano, le leggo tantissimi libri nella mia lingua materna e cerco di mantenere spesso i contatti con i miei amici a casa. Infine, ho avuto la fortuna di incontrare qualche simpatica mamma italiana con bimbi della stessa età di mia figlia, e insieme cerchiamo di creare tanti occasioni per i nostri piccoli di frequentarsi. E’ proprio così che io e te ci siamo conosciute, no? E ora siamo diventate così amiche, cara Sabina! 
Gli studi sul bilinguismo dicono che la lingua minoritaria dev’essere parlata in casa almeno per il 30% del tempo. Finora sono stata fortunata: la bimba passa la maggior parte del suo tempo con me, e le poche altre persone che si sono prese cura di lei quando dovevo insegnare parlavano perfettamente italiano! E’ una delle tante fortune di abitare in una città dove tutte le culture sono rappresentate. Penso che, andando avanti nel tempo, potremmo incontrare qualche ostacolo – soprattutto quando mia figlia andrà a scuola e tutti intorno a lei parleranno soprattutto inglese.
Se dovesse succedere che l’italiano subisca qualche contraccolpo per questo motivo, cercherò di non perdermi d’animo. Ho tanti esempi di amici bilingue che sono tali grazie soltanto alla pazienza e al lavoro quotidiano dei loro genitori.
Per me è un valore fondamentale: voglio che mia figlia cresca con la consapevolezza di appartenere a due culture – quella americana e quella italiana – due mondi distanti ma entrambi affascinanti e splendidi, ciascuno a modo suo. Sono sempre stata appassionata di lingue straniere, ma ho dovuto impararle a scuola e attraverso i viaggi, con tanta fatica e impegno. Fare il dono della lingua e della cultura italiana a mia figlia mi sembra una delle cose più belle che potrò mai trasmetterle!
E già adesso che è così piccola, quando la sento alternare parole come “daddy” a “papà”, o stringermi forte sia che io dica “dammi un abbraccio” o “give me a hug”, provo una gioia immensa che mi ripaga di ogni sforzo!
Certo, dicono che in molti casi i bimbi che crescono bilingue acquisiscano il linguaggio un po’ più lentamente – ma non di molto – e all’inizio stentano a stare al passo con il vocabolario dei monolingue, ma non mi pare un grande problema. Ogni bambino è unico, e sviluppa le proprie doti linguistiche con i suoi tempi.

Parliamo allora di libri e di lettura da italiana a San Francisco. Credi sia cambiato il tuo rapporto con la lettura da quando vivi qui? 
Sì, il mio rapporto con la lettura è decisamente cambiato. Leggo molto più in inglese che in italiano, per esempio, soprattutto se parliamo di quotidiani e riviste online. Di questo un po’ mi dispiace, perché non penso che il mio rapporto con l’italiano sia vivo come vorrei. Non sono al passo con le notizie italiane come mi piacerebbe, e devo dire che faccio fatica a trovare dei siti ufficiali di notizie italiane che mi soddisfino, mentre non è così per quanto riguarda quotidiani americani di qualità, come il New York Times.
Non riuscirei più a leggere un libro inglese in traduzione italiana, e la stessa cosa vale per i film doppiati in italiano.
Mi manca pero' un contatto più costante con la lingua italiana, e devo dire che leggere in italiano mi dà sempre una gioia immensa e più profonda di quella che mi dà l’inglese. Credo sia normale: è la mia lingua e nulla potrà mai cambiare il legame che ho con le mie origini!
Per quanto riguarda il procacciarsi i libri, sono molto fortunata perché ho accesso alla sterminata biblioteca universitaria di Berkeley, che ha migliaia e migliaia di volumi in italiano. E se non trovo qualcosa, posso sempre farmela arrivare in pochi giorni con il prestito interbibliotecario, che qui è efficientissimo.
Con i libri per bambini, invece, faccio un po’ più fatica. Qualche biblioteca ben fornita c’è, ma per la maggior parte mi affido alle visite di amici che mi portano valanghe di libretti direttamente dall’Italia, o semplicemente faccio il carico tutte le volte che torno a casa! Cerco di mantenermi in contatto con la realtà dell’editoria per ragazzi attraverso le newsletter di librerie italiane bellissime, come la Giannino Stoppani di Bologna, o tramite il sito del premio Andersen.

E un cibo che hai scoperto qui e di cui ora non sai più fare a meno?
Difficile scegliere tra le tante scoperte fatte a San Francisco! Una per tutti: la cucina etiopica. E’ una cucina semplice e salutare, ricca di verdure e legumi e condita con spezie raffinate come il berberè, una miscela di peperoncino, chiodi di garofano, zenzero e varie altre erbe che trovo deliziose. Viene servita in grandi piatti comuni su un letto di injera, una sorta di pane sottile e morbido realizzato con farina di teff. Si mangia tutti insieme dallo stesso piatto usando l’injera per portare alla bocca le varie pietanze: una tradizione che invita alla convivialità, alla condivisione e al sentirsi più vicini. Bella e buona sia nella forma che nei contenuti!

E per finire ti chiedo: che cosa ti manca davvero dell'Italia? E che cosa pensi ti stia dando di speciale questa esperienza all'estero?
Mi manca il calore e la genuina affettuosità delle persone, quel modo di entrare immediatamente in confidenza che è un dono tutto italiano.
Mi manca l’irripetibile bellezza architettonica e artistica delle città italiane.
Sono un’amante della storia, e qui in America ripeto spesso che mi mancano le mie “vecchie pietre” italiane. Quando sono arrivata qui, gli amici mi portavano spesso ad ammirare il panorama di San Francisco da vari punti strategici disseminati in giro per la città… Bello, per carità, ma mi sorprendo ancora a chiedermi, un po’ delusa, dove siano i vecchi palazzi, i segni dell’accumularsi delle civiltà e dei secoli.
Mi manca il Mare Nostrum, nonostante le tragedie di cui è teatro al momento.
Mi manca lo sfrecciare dei motorini sul lungomare nelle sere d’estate.
Mi manca il profumo del pane appena sfornato dal fornaio sotto casa in piena notte. 
Mi mancano i pasti lenti, le portate infinite, il caffè dopo pranzo.
Mi manca l’ammazzacaffè.
Potrei continuare per ore… Ma sento che una parte grande di me appartiene anche ormai alla California, con la sua apertura, i suoi spazi sconfinati, la natura mozzafiato dietro l’angolo, la sua capacità di reinventarsi e reinventarti in modi che non avresti mai immaginato prima. Avere il cuore diviso tra due continenti non è sempre facile, ma mi sento immensamente fortunata ad avere a disposizione la cultura di questi due bellissimi paesi da cui attingo tutto ciò che mi nutre, dentro e fuori. 

Ti ringrazio tanto, Sabina, per avermi dato questa possibilità di riflettere sulla mia esperienza e condividerla con te (e con voi! aggiungo io).

Grazie a te Rosy per averci aperto il tuo cuore e per averci parlato della tua vita a San Francisco. Si coglie sicuramente dalle tue parole tutto il tuo spessore umano e intellettuale che hanno anche fatto emergere quello che è davvero il carattere distintivo di San Francisco, con tutta la sua complessità e quella sua bellezza così affascinante e intrigante al contempo.


Se ci fossero delle domande, cari lettori, vi invito a porle nei commenti qui sotto: sono certa che Rosy sarà ben felice di rispondervi!
Ora non mi resta che salutarvi dandovi appuntamento per il 10 ottobre per la prossima puntata di "Voci italiane a San Francisco"!
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