domenica 27 aprile 2014

L'esperienza mistica dell'agopuntura

Sono tornata all'agopuntura ieri, e posso dire che questa è la mia terza esperienza mistica! Le prime due volte in realtà avevo uno scopo "più nobile": volevo far partire il travaglio in modo naturale. La data prevista per la nascita di Teg era già passata da più di una settimana e, dopo il primo monitoraggio, l'ospedale aveva cominciato a parlare seriamente di induzione, cosa che io, che volevo assolutamente un parto naturale, non ero disposta a fare. Così, seguendo i suggerimenti delle ostetriche e della doula del corso prenatale, mi sono decisa ad affrontare la prima seduta di agopuntura. 
San Francisco - Yerba Buena Community Acupuncture
Sono andata alla Yerba Buena Community Acupuncture (qui per maggiori informazioni), un centro molto carino e ben curato che si trova tra i quartieri di Pacific Heights e Haight-Ashbury e che mi era stato consigliato dalla maestra del corso di yoga prenatale
In questa Community di agopunturisti si pagano 15$ per l'iscrizione (valida a vita!) e 20$ per la singola seduta. A dire la verità, lo scorso ottobre quando ci sono andata per la prima volta, non era prevista una quota fissa per il trattamento ma solo una donazione che doveva essere compresa tra i 15 e i 40$. Nel mio caso - una donna incinta che cercava l'aiuto dell'agopuntura per non essere indotta farmacologicamente dall'ospedale - pagai 15$ per una sorta di pacchetto dal successo assicurato: un trattamento al giorno fino a che non sarebbe partito il travaglio! Io ebbi bisogno solo di due sedute perchè qualche ora dopo la seconda, mi si ruppero le acque e il travaglio cominciò in modo naturale. Come sapete, dopo 36 ore, nacque Teg con un parto cesareo che fece venire al mondo quel torello di mio figlio che pesava 5.3 kg ed era lungo 57 cm!
Ma torniamo allo Yerba Buena dove ieri ho ritrovato la stessa giovane donnina orientale che fu in grado, con la sua arte degli aghi, di farmi iniziare il travaglio. Lei, capelli neri a caschetto, volto occhialuto da precisina, una mano leggerissima ma decisa, riesce a rendere possibile la più incredibile delle esperienze! Si muove tra due sale: la prima funziona come sala d'attesa, la seconda è quella per i trattamenti veri e propri.
San Francisco - Yerba Buena Community Acupuncture
Dopo essersi registrati all'ingresso, ci si accomoda silenziosamente in questa seconda sala su una delle poltrone disposte a cerchio.
Le altre sono già occupate da clienti che stanno ricevendo il trattamento. Una calda e accogliente coperta di pile copre la poltrona reclinabile su cui mi siedo stendendo schiena e gambe. Aspetto così l'arrivo della maga degli aghi. 
Dopo qualche minuto, mi si avvicina, mi sente il battito del cuore sul polso e chiede di guardarmi la lingua. Mi domanda, come sempre, per quale motivo sono lì, che cosa voglio ottenere dall'agopuntura. Questa volta rispondo che ho bisogno di un po' di energia in più: la stanchezza della vita da mamma si fa sentire, alcuni giorni più di altri e ieri avevo proprio bisogno di essere ricaricata! 
Ricordo che la prima volta, dopo la registrazione, mi avevano fatto di compilare una sorta di questionario in cui indicavo le mie malattie, le allergie, i traumi fisici subìti, il grado di stress attuale e i motivi per cui chiedevo il trattamento. L'agopuntura può aiutare infatti in molti casi: patologie croniche, dolori acuti, artriti, diabete, problemi ormonali di vario genere, dolori mestruali, infiammazioni di diversi tipi, allergie, stress, ansia, depressione (qui se volete leggere i dettagli!).   
San Francisco - Yerba Buena Community Acupuncture
Chiudo gli occhi e la maga degli aghi comincia il suo lavoro. Mi posiziona un ago sottilissimo in testa, tra i capelli, giusto per cominciare; poi ne mette uno al centro della fronte tra le sopracciglia; passa alle mani, aggiungendo aghi sulle dita, poi sull'avambraccio; mi solleva i jeans a metà gamba e mette degli aghi sui piedi e sugli stinchi; fa lo stesso sull'altro braccio e sulla gamba. 
Tengo gli occhi chiusi nel mentre, perchè mi fa una certa impressione vedere questi aghi spuntare sulla superficie della mia pelle. Non amo, e non ho mai amato gli aghi! Ma devo dire che questi sono talmente sottili che quando vengono messi si sente un doloretto simile a quello che si percepisce strappandosi un capello. 

A questo punto comincia l'esperienza mistica... 
Sento prima una grande energia pulsarmi nelle mani. Perdo il senso del tempo e non so dire quanto sia passato quando sento quell'energia salirmi agli avambracci. 
Mi pulsa il quadricipite della gamba destra, poi il deltoide del braccio destro. 
La testa diventa pesante, talmente pesante che mi viene da dormire cullata dal suono della musica zen diffusa nella stanza. 
Seguo con lo sguardo incantato il movimento delle fronde mosse dal vento di quell'albero che intravedo dalla finestra, oltre quel paravento chiaro che in parte lo nasconde. 
I pensieri si affollano nella mente, sono un turbine che mi investe. Non riesco a smettere di pensare... e sono tutti pensieri che si susseguono quasi casualmente, uno dietro all'altro, fino a che all'improvviso smetto, smetto di pensare. Del tutto. 
Mi abbandono completamente tanto da non sentire più niente, nè l'energia nel corpo, nè la musica attorno, niente, più niente...
Mi sveglia la maga degli aghi e mi riporta alla vita di sempre, ma quando esco dalla porta della Community e prendo fiato, respirando di nuovo l'aria fresca di San Francisco illuminata ancora dal sole, mi sento un'altra persona. 
Mi sento rinata. 
Mi sento felice e mi viene da ridere... 

Non so scientificamente come si possa spiegare quello che succede al nostro corpo durante e dopo il trattamento e quindi come funzioni esattamente l'arte orientale dell'agopuntura, ma posso dire che sono rimasta impressionata da subito dall'efficacia di quest'arte che molti definiscono una medicina naturale. Può sembrare una cosa magica, quasi da creduloni ammaliati da santoni detta così... Io però ho sentito chiaramente i suoi benefici ogni volta che l'ho provata, mi ha risparmiato l'induzione e ieri mi ha davvero restituito l'energia di cui sentivo la mancanza! E allora mi viene da dire che forse a volte non serve nemmeno cercare troppe spiegazioni per ciò che succede... va bene ugualmente lasciarsi andare, sull'onda di queste esperienze multisensoriali!   
Alla prossima        

giovedì 24 aprile 2014

C'era una volta una donna...

C'era una volta una donna, una mamma, una zia, una nonna, che se ne stava china sul suo orto a badare alle sue piante e ai suoi fiori. Lo sguardo vivace ma sempre velato da una pacata tristezza che si nascondeva dietro ad una barzelletta o ad una battuta, sempre pronta. Quegli occhi limpidi trovavano pace solo nella compagnia, nel calore umano e nella bellezza prorompente di quei fiori dai petali colorati che in primavera le riempivano il giardino. Non c'era una sola foglia fuori posto nel suo giardino perchè, con attenzione certosina, lei si prendeva tanta cura del suo verde. Le mani sempre indaffarate, a rendere ordinato quello spazio in cui evidentemente si sentiva al suo posto. La schiena china a sradicare le erbacce. L'olfatto pronto a raccogliere il profumo di quelle foglie, così diverse ma vicine le une alle altre, a riempire l'aria.  

Ho avuto la fortuna di conoscere questa donna, questa mamma, questa zia, questa nonna: si chiamava Stella. Era una donna forte e coraggiosa, a volte cocciuta, ma sempre schietta e affettuosa. Nella sua vita ha attraversato oceani di sofferenza, che ha poi tenuto silenziosamente stretta al suo cuore: trapelava solo dai suoi occhi. Ha coraggiosamente affrontato il dolore della perdita dei suoi cari, più volte, stringendosi forte alle persone che le restavano accanto, e negli ultimi anni ha saputo tenere testa ad una malattia che le ha tolto l'indipendenza e la possibilità di tornare a camminare nel suo orto, ma anche in questa situazione, che in qualche modo le toglieva uno dei più grandi piaceri della vita, ha continuato a volgere lo sguardo verso il mondo fuori da quella stanza, alla ricerca della speranza, della vita stessa che voleva continuasse. 

Cara Stella,
voglio ricordarti in quell'orto alle prese con le tue belle piante, anche se adesso, ripensando all'ultimo incontro, mi vieni in mente in quel letto di ospedale... Ricordo il tuo sguardo triste, la paura di rimanere costretta in quel letto. E ricordo allo stesso tempo la tua forza, la determinazione e la tenacia nel voler tornare a muovere il tuo braccio, la tua mano, le tue dita nella tua casa. Il tuo coraggio nell'affrontare quell'ennesimo momento difficile. Ricordo i tuoi pensieri gentili rivolti a noi che già stavamo lontani e i saluti che non hai mai mancato di mandarci. 
Stella, sei sempre stata un grande esempio per i tuoi figli e per i tuoi nipoti e per le persone come me che ti hanno conosciuta perchè, nonostante tutta la sofferenza che hai incontrato nel tuo cammino, hai saputo coltivare la tua ironia e dispensare sorrisi. La tua energia, la tua voglia di vivere e di non fermarsi non possono che rimanere impressi nella mia mente e nel mio cuore.
Ti abbraccio forte da qui e ti chiedo di vegliare su di noi anche se immagino sarai impegnata a rendere meraviglioso anche quel giardino nuovo di cui ti occuperai lassù...
San Francisco, Golden Gate Park
 

giovedì 17 aprile 2014

A due anni di distanza

Vivo a San Francisco da 2 anni, anzi... 2 anni e 9 giorni per l'esattezza. E posso dire che questi due anni sono proprio volati! In questo periodo di permanenza qui, le esperienze si sono accumulate e ora a molti luoghi associo un ricordo, un sorriso, un'emozione. Adesso sento che il legame con questa città si è rinforzato: sento San Francisco un po' più mia.
Penso con affetto e con una certa tenerezza a quella ragazza che si lasciò la sua città natale alle spalle per affrontare questo lungo viaggio. La paura era tanta, ma era quasi più grande la preoccupazione per come la mia famiglia avrebbe vissuto il mio allontanamento dell'angoscia di dover cominciare una nuova vita qui in California. 
Dopo aver vissuto trent'anni nella stessa città, sapevo bene che cosa lasciavo, ma non sapevo cosa avrei trovato qui. Ricordo il senso di spaesamento del trovarsi in un luogo del quale non riconoscevo nulla. Ricordo le ore passate nei supermercati per cercare di orientarmi e capire quali fossero i prodotti da acquistare: nessuna marca nota, i dettagli scritti in inglese, i biscotti per la colazione come i nostri non ci sono. Quello che in Italia era sempre stato facile trovare e che quindi avevo sempre dato per scontato appariva ai miei occhi come la cosa più difficile da fare. E questo è solo un esempio delle difficoltà che ho incontrato... 
Ho tenuto duro, non mi sono quasi concessa la debolezza che quel difficile momento di passaggio implicava inevitabilmente, e sono andata avanti, barcamenandomi in questo Nuovo Mondo come potevo, creando questo blog per dare sfogo ai pensieri e per spronarmi a cercare il bello di tutto quello che stavo vivendo. Quando rientravo in Italia mi si chiedeva spesso "Allora, com'è la vita lì in America?". E come si poteva riassumere brevemente che cosa significava lasciare tutta la propria vita in Italia, mettere il necessario in due valigie e partire e affrontare una nuova realtà, una nuova cultura, una nuova civiltà? In tanti mi hanno detto "Ah, come ti invidio: lo farei anch'io se potessi, di lasciare tutto e andarmene". Come se fosse facile prendere e andare via... lasciare tutto e ricominciare da capo. Non è facile, non lo è affatto! E mica tutti hanno il coraggio di farlo sul serio. Ci si sente soli a volte, ci si sente persi. Ci si scontra con un mondo che può apparire ostile allo straniero. Ma poi, con coraggio - ma ce ne vuole proprio tanto - si può lottare, non per ritrovarsi, perchè questa è un'avventura che ti cambia per sempre, ma per scoprire nuove parti di te che non hai mai conosciuto, avvolta, come sei sempre stata, nella fitta rete di affetti che hai ancora in Italia. 
Ci sono stati momenti qui che mi hanno tolto il fiato; altri momenti in cui mi è sembrato di respirare aria fresca, forse per la prima volta in vita mia. E da quelli vorrei partire oggi.
Buon compleanno in ritardo al mio blog quindi, che tante ne ha dette e tante ne dirà ancora (Tegolina permettendo). 
E un applauso di incoraggiamento a tutti gli espatriati, perchè possano lasciar vibrare quelle corde rimaste sopite in patria e affrontare questa avventura con l'idea che rimettersi in gioco costituisce una grande opportunità, che si può anche finire con l'apprezzare.
Alla prossima  

mercoledì 9 aprile 2014

L'emozione dell'internazionalità

Fa caldissimo in questi giorni a San Francisco, un caldo mai visto in questi due anni di California: 27 gradi, cielo terso e un sole che spacca le pietre. E finalmente, mi vien da dire!
Dopo la giornata di esplorazione a tappeto della città, insieme a Lore e Diego che sono venuti qui a trovarci, Teg ed io ci siamo presi la giornata libera concedendoci di tornare beatamente ai nostri ritmi lenti, del tutto "bambineschi". 
Così questo pomeriggio eravamo di nuovo al nostro parco per goderci queste temperature eccezionali insieme a tutti i bambini accorsi lì. 
Ero nella zona riservata ai giochi nella sabbia e tenevo d'occhio Teg che ormai, a cinque mesi suonati, se ne sta quasi seduto da solo. 
Guardavo lui, intento a muovere gioiosamente le sue gambette tra i granelli di sabbia, con le manine ben piantate tra le dune per tenersi in equilibrio; e nel frattempo seguivo quelle voci, di mamme, papà, bimbi e baby sitter che parlavano tra di loro in americano, messicano, francese o russo. 
Pensavo a quante storie si nascondessero dietro ognuna di quelle voci e a quanto fosse internazionale quel parchetto. 
Sono tante le persone di nazionalità diversa che sono confluite in questa parte di mondo.  E sicuramente questa è una delle grandi possibilità che San Francisco ti offre: vedere persone differenti, fisicamente, socialmente, culturalmente che convivono nello stesso luogo. Vi è il quartiere messicano, quello cinese, quello giapponese, quello russo, ma queste singole realtà si mescolano nel quotidiano diventando parte del contesto americano pur mantenendo la loro identità. 
Anche i miei amici se ne sono accorti stando qui solo qualche settimana: per strada si incontrano persone di varie etnie e gli occhi, carpendo tutta questa diversità, si arricchiscono giorno dopo giorno, immagazzinando immagini che si fissano nella mente che quindi continua costantamente a sorprendersi, pur accogliendo tali immagini che diventano sempre più comuni. Effettivamente io non ci faccio quasi più caso... ma questa internazionalità è davvero qualcosa che rende speciale questo posto!
Alla prossima
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