mercoledì 27 febbraio 2013

Visti da fuori

Vivendo nel Bel Paese, spesso ci si disinteressa quasi completamente del parere che il resto del mondo ha di noi italiani. Chi è però abituato a viaggiare, attraverso l'Europa o attraverso il mondo, ha ben presente la classica domanda che ti arriva non appena familiarizzi con un abitante locale: 
"Ma perchè votate ancora Berlusconi in Italia?". 
La prima volta mi è successo nel 2009 ad Oxford in un parco. La seconda volta mi è successo ad Amsterdam nel 2011, lungo uno dei canali della città. E questi sono ricordi assai vividi, anzi direi che sono ricordi indelebili, impressi nella memoria come incisioni sulla roccia. 
Si burlano di noi. 
Ci ridono in faccia. 
Ci trattano come se fossimo tutti dei mafiosi abituati a gestire ogni cosa "tramite le amicizie buone, quelle che contano davvero". 
E non si capacitano - gli stranieri, ma anche gli italiani stessi (alcuni, diciamo a questo punto) - di come il nostro Bel Paese possa continuare a commettere gli stessi errori, dando fiducia a chi non ha fatto altro che raggirarci, vendendo in televisione un'immagine di sè del tutto surreale, indossando una falsa maschera di successo onestamente ottenuto, di padre di famiglia fedele, di marito fedele, e poi arrivando a negare tutto, dicendo il contrario di tutto. 
Non si capacitano gli stranieri, e hanno ragione! E si convincono che a noi popolo italiano vada tutto bene così. 
E il popolo italiano che dice? 
Continua a votare chi non ha princìpi nè moralità, e questo è ancora più bello in un Paese che si vanta da tempo di essere LA sede del Cattolicesimo. 
Beh, è giusto che sappiate, cari italiani, che ogni volta che un italiano come voi si azzarda a superare i confini statali, si ritrova a dover spiegare come mai nel suo Bel Paese si continui a votare un mafioso, mascalzone, marpione che per quanto ha fatto dovrebbe solo essere in galera. E sinceramente io ancora non riesco a trovare un motivo nè un modo per difendere gli italiani da questi attacchi, che trovo invece del tutto sensati, ragionevoli e corretti.
Sono sinceramente amareggiata e profondamente arrabbiata per i risultati di queste elezioni. Non mi capacito di quanto ho visto. Mi rammarico soprattutto dell'impressione che ho della nostra Italia: il desiderio di credere alle false promesse sembra essere ancora più forte della volontà di cambiare, una volta per tutte. E con queste premesse, davvero non c'è futuro, per nessuno.
Penso sempre che quando i miei figli mi chiederanno "Ma perchè?", dopo aver letto sulle pagine dei libri di scuola tutto questo, come un incubo che prende corpo attraverso le righe della storia, io non riuscirò a trovare le parole per spiegare loro quanto è successo, oggi e negli ultimi decenni.
Quello che posso sperare ora, sinceramente, profondamente, è che per prima cosa ci si occupi:
1. della modalità di elezione;
2. della legge sul conflitto di interessi. 
Primi due passi fondamentali verso una forma di civiltà.

domenica 24 febbraio 2013

A che punto siamo con il culture shock?

C'era una volta una donna appena approdata in terra straniera e pronta a riscrivere la sua vita. Per sdrammatizzare la paura dell'inizio, cominciò il suo blog seduta su un materasso appoggiato per terra in una casa priva di tavoli e sedie che, fortunatamente, l'avrebbe ospitata solo per qualche giorno. Le valigie tutte attorno, contenenti le scelte della sua vita italiana e pure una valigia vuota con sè, pronta ad accogliere quanto di nuovo avrebbe raccolto in America.   
Ora, a nove mesi di distanza da quel momento, a che punto siamo con quel culture shock, che ha ispirato questo blog?
Vi raccontavo qui che dicono siano 4 le fasi di questo fenomeno:
1. Honeymoon (= luna di miele);
2. Negociation (= trattativa);
3. Adjustement (= adattamento);
4. Mastery (= ripresa del controllo). 
Ora mi rendo conto di non avere esattamente seguito questo ordine durante la mia permanenza a San Francisco. Per esempio, della luna di miele all'arrivo nessuna traccia! Anzi, una sorta di rigetto. Conoscevo già la città, ma la guardavo come se fosse una completa estranea. In realtà l'estranea probabilmente ero io... incapace di vedere quanto di bello ci fosse nella nuova vita che stavo cominciando a vivere.
Nella fase detta della trattativa sono entrata da qualche mese ormai e insieme è venuto il desiderio di adattamento, quindi la terza fase. Si valutano i pro e i contro del trovarsi dall'altra parte dell'Oceano, in un mondo che sotto molti punti di vista, è davvero "un altro mondo". Ci sono soprattutto molte differenze culturali che ci distanziano dagli americani, ma poichè in ogni cosa va cercato il buono, dico che questo confronto culturale ti mette di fronte ad un modo diverso di intendere la vita, ti spinge a confrontarti con nuovi sguardi e nuovi modi di pensare e a metterti in discussione per capire chi sei, al di là di quel che è scritto sul tuo passaporto.
Un'esperienza di questo genere insomma cambia il tuo orizzonte!
E forse ora posso dire di essere entrata a piè pari nella fase della luna di miele: quando osservo San Francisco dall'aereo nel momento dell'atterraggio e del decollo, mi appare nelle vesti di una cara e fedele amica che lascio o ritrovo sempre al suo posto, un po' come mi succede con Padova. Sono certa dell'affetto sincero che ora mi lega a "San Fra", come la chiamo adesso dolcemente, e addirittura mi infastidisco quando parlando con degli americani-non-californiani o non-sanfranciscani incontrati per caso, colgo nel loro pensiero delle idee preconcette e poco veritiere su questa bella città.Così comincio a difenderla a spada tratta come faccio spesso con l'Italia, anche se non sempre lo meriterebbe.
Non sono certa di avere già tutto sotto controllo invece, quindi non credo di essere ancora passata all'ultima fase, ma sicuramente rispetto all'inizio, sento che la mia percezione è cambiata molto. La California non mi è più nemica! Fascino e desiderio di adattamento procedono di pari passo permettendomi di godere di questa avventura con tutto l'entusiasmo ottimistico di stampo americano che i pori della pelle cominciano ad assorbire...
Alla prossima!
 


 

mercoledì 20 febbraio 2013

Realizzare un sogno...

Comprare i biscotti delle girls scout: fatto! 
La settimana scorsa mi trovavo alla stazione di Palo Alto. Stavo acquistando i biglietti del Caltrain, il treno che collega Palo Alto - dove si trova il campus della Stanford University - a San Francisco. Reggevo Peggy con una mano (ovviamente su ogni treno ci sono più vagoni pensati per i viaggiatori con biciclette al seguito!), procedendo con l'acquisto del biglietto alle macchinette apposite. Classico momento dal sapore circense con le braccia della dea Kali che si muovono a mo' di polipo impazzito per non fare cadere nulla! Alle mie spalle, in un momento così drammatico, sento un brulichio di voci bambinesche. Conquistato il biglietto, mi giro a vedere di che si tratta. 
Due girls scout con fascia verde addosso mostrano sorridenti e orgogliose il loro banchetto pieno zeppo di biscotti. 
Mi lascio intenerire dal loro entusiasmo e dalle loro faccette felici per l'importante impegno pomeridiano e mi avvicino pensando: "E del resto, quando è che mi ricapita di poter acquistare i biscotti delle girls scout americane??". 
Mi sembra di realizzare un piccolo sogno comprando loro quei biscotti, come ho sempre visto fare solo nei film. E poi mi dico: "Ed è anche per una buona causa: guardale qui queste bambine senza clienti!". 
Chiedo che tipo di biscotti ci siano e loro partono come saette in un americano perfetto che mi fa tanta invidia. La prima mi spiega le prime due tipologie di biscotti con una cura del dettaglio davvero ammirevole, poi si interrompe arrivata alla terza scatola per fare proseguire la sua compagna di avventura. "Fantastiche!" - mi dico - "E che organizzazione! In pieno spirito americano!". 
Mi fermo alla scatola verde. Quando hanno detto "Thin mints" nella mente è risuonato il gong: i biscotti al cioccolato ricoperti di glassa al cioccolato con la menta fanno proprio al caso nostro! 
Do loro i soldini, le ringrazio, le saluto e mi allontano soddisfatta per aver contribuito alla crescita del sistema scout americano! 
Ma sono talmente contenta ed entusiasta del mio acquisto che non riesco a controllare la gioia. Così mi rivolgo nuovamente a loro dicendo: "Oh, thanks girls! You know, I come from Italy..." (= Grazie ragazze! Sapete, io arrivo dall'Italia...). Sarebbe seguita una frase del tipo: "Da noi difficilmente si trovano i banchetti delle girls scout per strada e io li avevo visti solo nei film, quindi grazie, grazie ancora!". 
Non faccio a tempo a concludere la mia frase perchè al mio "Arrivo dall'Italia..." segue l'esclamazione stupita della mamma che, in italiano e con un accento piemontese schietto, mi dice: "Ma dai! Vieni anche tu dall'Italia?!!". 
Rimango di sasso
"Ma come? (e lo penso alla Fantozzi) Ho appena comprato i biscotti americani dalle girls scout americane e adesso viene fuori che non c'è niente di americano in tutto questo???". Cerco di non mostrare proprio tutta la mia grande delusione e continuo la discussione con la mamma per scoprire se almeno una delle due bambine è nata negli Stati Uniti per giustificare quella spesa di 4$ sonanti! La signora mi dice che sua figlia è per metà italiana e per metà americana. Invidia ripetuta per il suo americano perfetto! L'amica invece è americana. "Almeno una!" penso. E poi mi viene da ridere.
Ma dico: possibile che non si riesca a liberarsi di questi italiani? Devono proprio sbucare in ogni dove quando meno te l'aspetti???
Alla prossima,
Sabina 
P.s.: se volete ridere, consiglio la lettura delle scritte bianche e gialle sui due lati della scatola dei biscotti... 
"Oh what a girl can do!"  

domenica 17 febbraio 2013

Impressioni sull'amicizia

Su certe questioni, è difficile generalizzare, lo so. 
Ragionavo però sulla concezione italiana dell'amicizia - se davvero così si può definire - e in generale sui rapporti umani, in Italia o in America. 
Credo ci siano delle notevoli differenze tra questi due mondi, differenze per lo più culturali, tali rendere il popolo italiano notevolmente diverso da quello americano, anche sotto questo particolare aspetto sociale. 
Riflettevo appunto sui rapporti umani in particolare. Noi italiani - o forse solo io, che però sono italiana! - mi pare siamo quasi abituati, o meglio, quasi ci aspettiamo, che nel tempo i nostri rapporti si evolvano diventando sempre più forti, arricchiti dal passare del tempo da un lato e dalle esperienze dall'altro. Da un incontro qualunque a volte ci aspettiamo che esso porti con sè dei semi capaci di germogliare e di far nascere una pianta che può mettere radici e crescere alta, anche se, a dire la verità, questo non sempre succede. Spesso però ci capita che una frequentazione casuale diventi abitudinaria, che una semplice conoscenza diventi Amicizia, e che un rapporto, all'inizio freddo e indifferente, si trasformi in qualcosa di importante per la nostra esistenza.
Ecco, ho come l'impressione che questa sorta di "spessore storico" dei rapporti sociali, che ai nostri occhi - e forse anche al nostro cuore - cresce nel tempo, modificandosi, evolvendosi, arricchendosi di nuove sfumature e di nuovi significati, sia cosa oscura al mondo americano, del resto quasi del tutto incapace di concepire la storia con uno spessore millenario.
Mi sembra, ma questa è un'impressione, che gli americani di media siano abituati piuttosto ad incontri rapidi, segnati dal susseguirsi dei giorni, che però non paiono sommarsi l'uno sull'altro, chiudendosi piuttosto l'uno dietro l'altro, senza quasi volersi portarsi dietro troppe tracce. Mi pare insomma che qui le amicizie siano determinate dagli incontri che si fanno in diversi ambiti della vita e siano segnate dalle attività che si possono fare insieme settimanalmente. Ci sono quindi gli amici del lavoro, quelli del corso di yoga, gli amici con cui vai a fare shopping, gli amici delle escursioni in montagna... Questi gruppi rimangono però distinti, separati da una sottile linea segnata proprio dal singolo, che ne stabilisce i confini. Le amicizie nascono comunque anche da incontri casuali e sono fresche, vivaci, briose. Ma in qualche modo, sembrano rimanere costanti, sempre uguali, anche se uguali non sono perchè ogni incontro costituisce l'occasione per guadagnare un nuovo pezzetto di conoscenza dell'altro. 
Con questo, non voglio di certo dire che un modo di concepire l'amicizia sia meglio dell'altro. Semplicemente credo sia diverso e penso non sia facile per noi italiani capire fino in fondo questo concetto di amicizia che segue il corso degli interessi e degli hobbies. Si tratta di un mondo, quello americano, in cui l'IO conta più del resto. Ma anche questo, con i suoi pro e i suoi contro. In fondo, non lo trovo poi così sbagliato: sabene che il nostro io sia soddisfatto nell'unica vita che ha a sua disposizione! In Italia questo concetto potrebbe forse suonare un po' egoistico, ma in realtà tutti mettiamo il nostro io davanti ad ogni cosa, in ogni piccola e grande scelta che facciamo, ed è giusto che sia così! Mi pare solo che in Italia ci si vergogni un po' di più nel dirlo perchè pare brutto che il nostro ego sia più importante degli altri, anche ai nostri occhi. Qui invece lo ammettono con grande sincerità, ritenendo che non ci sia niente di male in questa verità.
Discorsi lunghi e complessi a cui possono seguire davvero molte riflessioni...  
Per tutti questi motivi, trovo comunque che sia stato molto piacevole per noi italiani bloggers attivi a San Francisco incontrarci ieri alla Boulangerie nel downtown. Mi chiedo ora quali possano essere i semi di questo incontro comunitario. Sicuramente sono nate delle considerazioni e in parte, le avete lette qui! Forse, e lo spero vivamente, seguiranno altri incontri. Sono davvero curiosa di vedere che tipo di evoluzione vivranno questi rapporti: americana o italiana per gli italiani che vivono negli Stati Uniti da tempo?
Vi saprò dire!
Alla prossima,
Sabina

venerdì 15 febbraio 2013

Esplorando la Baja California Sur - Day 2

Eravamo rimasti a San José del Cabo dove vi ho spiegato la scelta della meta raccontandovi anche l'approdo in terra messicana. Ve ne parlavo qui qualche giorno fa, ricordate? 
La mattina del secondo giorno di viaggio siamo rimasti a San José per una breve esplorazione del luogo: abbiamo girato per queste vie piene di negozietti e ovviamente non siamo riusciti non sono riuscita a resistere alla tentazione di acquistare qualcosa dell'artigianato locale. E del resto, quand'è che ti ricapita di essere nella Baja California in un bel negozio pieno pieno di piatti e piattini tutti colorati? 
Sebbene il paese sia, insieme a La Paz e a Cabo San Lucas, una delle località più turistiche della penisola, in realtà il turismo qui si visualizza nella lunga serie di locali e di negozi (soprattutto gioiellerie per gli americani ricconi che vengono qui in vacanza). Tenete presente però che le strade principali occupate dal commercio sono comunque due, dico due! 
Basta svoltare l'angolo per trovarsi in vie come quella che vedete nella foto accanto, nelle quali si palesa il vero mondo messicano, quello della quotidianità di un paese che sta cercando di approfittare di questa improvvisa notorietà imbastendo una trama turistica che non ha ancora preso una vera e propria forma. 

Si è pranzato in un localino a conduzione familiare: in una cucina a vista si muovevano per noi mamma, papà e figlia adolescente. Ci hanno preparato il più sano panino della storia: sapeva proprio di casa! Il padre parlava un po' di inglese, la signora assolutamente no, ed era molto intimorita dal confronto. Ci si è comunque capiti a gesti! 
Da questo momento in poi, abbiamo messo da parte l'americano, quasi del tutto, e abbiamo cominciato ad utilizzare una sorta di messicano-veneto che è risultato di grandissimo successo! (vergogna totale nei confronti di chi passa tanto tempo a studiare le lingue! Ma qui, bisognava arrangiarsi in qualche modo, abbiate pazienza!)
Dopo questo delizioso pasto, nel primo pomeriggio ci siamo rimessi in auto
Non un'auto qualunque, che vi credete? La nostra era una super auto: una jeep 4x4, con tettuccio apribile. Eccola qui LaCristina, così denominata in onore della zia padovana che ne possiede una simile e che evidentemente è sempre nei nostri pensieri. Chissà quanto le sono fischiate le orecchie durante la nostra vacanza!
Ribadisco che la jeep è assolutamente indispensabile per girare la Baja California: poche strade sono asfaltate e generalmente anche quelle che portano alle spiagge principali sono di sabbia battuta... più o meno battuta. 
Il marito pronunciava con decisione le parole: 
"Assuma la posizione, signorina". 
"Sì signore!" - rispondevo io con fare temerario. Mi aggrappavo alla maniglia posta davanti a me, e via su e giù per le dune, attraversando boschi di cactus. Vi lascio immaginare quanto possa essersi divertito lui su queste strade dissestate e, viceversa, quanto il mio stomaco sia stato scombussolato da tanto trambusto, con buche e dossi che spuntavano in ogni dove!
Mappa presa da qui
Il secondo giorno, come dicevo, ci siamo messi in auto diretti a El Pescadero, un paesino minuscolo sulla costa occidentale della penisola. Sulla mappa non è nemmeno segnato, ma si trova tra Cabo San Lucas e Todos Santos.
Non era molta la distanza ma noi abbiamo comunque trovato il modo per fare tappa su una delle spiagge locali
La giornata del resto era proprio spettacolare, calda, anzi caldissima. 

Ecco qui Bahia Chileno 
Come vedete, è molto popolata! Era sabato pomeriggio... e va bene che siamo alla fine di gennaio, ma comunque questi sono i numeri quando parliamo di turismo in Baja California, per lo meno in questo periodo dell'anno.
C'era comunque qualcuno che faceva il bagno e se non fosse stato per il raffreddore che mi ero portata dietro dalla California, mi sarei tuffata anch'io! L'acqua era cristallina e così invitante...
Un gruppetto di bambini era alle prese con la paletta e il secchiello, tutti rigorosamente in costume: un'immagine che poco ci sembrava avere a che fare con l'inverno. 
Beati loro che se la vivono così questa stagione!!! 
Mi chiedo solo perchè non mi sia mai venuto in mente di venire qui a svernare... accidenti!
C'è comunque chi ha letto sulla spiaggia quel pomeriggio, chi invece ha preferito stesa - a mo' di lucertola al sole - lasciandosi cullare dal dolce suono dell'acqua. In ogni caso, il rilassamento era assicurato!   
Potrete ben immaginare quanto è stato difficile decidere di fare armi e bagagli per riprendere il cammino verso El Pescadero. Trovato tutto il nostro coraggio, siamo rimontati in auto. In fondo, ma lo posso dire solo ora, ne è valsa la pena visto come è proseguito il viaggio...
Direzione Pescadero allora, per il primo Surf Camp! 
Alla prossima,
Sabina  

 
     
 
 
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