martedì 30 ottobre 2012

The ring, ovvero l'anello

Sottotitolo:
Ora sì che la cosa si fa interessante

Il nostro padrone di casa mi ha appena suonato il campanello per avere una precisa informazione. 
Mi mostra l'anello che porta all'anulare destro e mi chiede qual è il termine italiano per quel particolare oggetto. 
Gli chiedo se vuole sapere qual è il termine che indica precisamente l'anello del matrimonio in Italia. Mi risponde di sì. 
Ah, ho sempre omesso un dettaglio, che del resto a me non cambia la vita: i nostri padroni di casa, due pimpanti cinquantenni con figlio sedicenne al seguito, sono due uomini. Qui a San Francisco è cosa piuttosto comune e quindi, quando i due ci avevano chiesto se per noi questo era un problema, noi abbiamo risposto tranquillamente di no, perchè davvero non lo era, e per sdrammatizzare un po', avevo anche aggiunto che del resto in casa ero io ad usare chiodi e martello! Loro erano scoppiati in una fragorosa risata e così rompemmo il ghiaccio. 
Ad ogni modo, tornando ad oggi, insiste per sapere qual è il termine in italiano per wedding ring. Gli rispondo: "Fede". Mi chiede di fargli lo spelling per capire come si scrive. Ripete le lettere in americano che gli ho detto, sillabando. Ci pensa ancora un attimo. Gli spiego che lo stesso termine 'fede' in italiano, noi lo usiamo anche per dire 'la fede in Dio'. Per noi non è strano: nella fede-anello vediamo un simbolo del matrimonio e il matrimonio, in uno Stato così imbevuto di cristianità come il nostro, è sempre stato inevitabilmente legato alla religione cristiana. Quindi non appare sconvolgente ai nostri occhi che lo stesso termine 'fede' sia usato per questi due concetti diversi. Lui però, in quanto americano d.o.c., rimane spiazzato. Non insisto, per evitare il peggio. Ma capisco che a lui probabilmente non torna qualcosa. 
Mi chiede se questo è l'unica parola che usiamo. Allora gli dico che a volte si può parlare di 'anello del matrimonio' e quindi più in generale di 'anello'. Si illumina: evidentemente questo è il termine che cercava! Mi chiede di fargli lo spelling. Ripete le lettere in americano che gli ho detto, sillabando.  Ci pensa ancora un attimo. Gli spiego che al plurale si dice 'anelli'. Ancora qualche precisazione e poi si ritiene più che soddisfatto. Si illumina di un sorriso compiaciuto e si allontana ma non prima di sentire le mie parole: "Mi dovrai spiegare però il motivo di tutte queste domande!". 
Se la ride, dice di sì, mi ringrazia e si allontana.
E ovviamente a me restano tutte le perplessità e le idee brulicano nel cervello. Ho pensato questo: lui vuole regalare un anello nuziale (ecco, un'altra variante! Meglio che non mi sia venuta in mente prima!) al suo compagno e lo vuole acquistare da un rigattiere italiano che non parla americano. 
Voi che ne dite? Che proposte avete per spiegare questo mistero?
Alla prossima,
Sabina 

lunedì 29 ottobre 2012

Caro babbo

Incontriamo il padrone di casa sulle scale l'altro giorno. 
Non lo vedevamo da un sacco di tempo: sì, proprio lui, l'uomo a cui ho salvato la vita quella famosa volta! Insomma, colui che tende ad arrampicarsi sulle pareti esterne delle case, appena ne ha l'occasione.
Aveva una serie di quesiti per noi italiani, derivati - almeno credo - dalla sua curiosità nei confronti della nostra bella lingua... per la serie odi et amo, credo. 
In primo luogo voleva sapere che cosa significa in italiano la parola 'babbo'. 
"Beh, facile questa domanda" - penso io. 
Gli spiego quindi che si può tradurre con Dad in americano.
Ma lui sa che esiste anche la parola 'padre' e quindi ci chiede se c'è una differenza tra i due termini. 
"Urca, qui le cose si complicano!" - penso io. 
Parte Leo, dicendogli che in alcune regioni italiane si predilige una forma rispetto all'altra, nell'uso comune e quindi gliela spieghiamo così, senza specificare che poi ci sarebbe anche il termine 'papà' e che per di più, io ho sempre chiamato mio papà 'papino', specialmente quando avevo qualcosa da chiedere... o meglio, da ottenere! Non gli dirò nemmeno che mia mamma era solita chiamare 'babbo' suo suocero, ovvero il papà di mio papà. Meglio non confondergli ulteriormente le idee: limitiamoci a rispondere alle sue domande! 
Aggiungiamo solo che il loro Father Christmas in italiano corrisponde a 'Babbo Natale' e lui si sconvolge di questa scoperta, anzi, proprio non si capacita della cosa, e continua a ripetere "Babbo - padre... Babbo Natale... padre", allenandosi sulla pronuncia e pure senza grande successo, lo devo dire.  
Abbastanza soddisfatto delle risposte che gli abbiamo fornito, passa alla sua seconda domanda. 
Vuole sapere come si comincia una lettera in italiano: "You know - when you write a letter in American, you start saying Dear... and in Italian?". 
Facile anche questa! 
Gli spiego che da noi una lettera si comincia scrivendo "Caro...", ma subito Leo mi fa notare che esiste l'alternativa femminile "Cara...". A questo punto leggo il terrore negli occhi del padrone di casa. Ecco, questa cosa dell'aggettivo maschile-femminile (che chissà poi se lui sa che si tratta di un aggettivo!) gli risulta completamente oscura. Cerca di ripetere i due termini "Cara-caro", ci ringrazia perplesso e se ne va borbottando su per le scale. 
Ma io ora mi chiedo: "Ma che volesse scrivere una lettera in italiano al suo babbo? BAH"
Valli a capire, questi americani!
Alla prossima,
Sabina 
   

venerdì 26 ottobre 2012

A-n-c-i-e-n-t

Rieccomi qui dall'altra parte dell'Oceano a riprendere i miei racconti da San Francisco. Ne ho giusto uno pronto che mi sta dando molto da pensare...

Ieri mi trovavo sulla metro, di ritorno da Berkeley - che dista circa una mezz'ora verso nord dalla city - e una signora di circa sessanta anni mi si è seduta accanto. 
Stava guardando il suo telefono ed ad un certo punto, ha interrotto la mia lettura con la seguente domanda: "Excuse me, how do you spell Ancient?". 
Io l'ho guardata perplessa. 
Allora, lei ha fatto seguire una sorta di spiegazione alla sua domanda: "You know, the word for old". 
Queste sue parole mi hanno fatto pensare che evidentemente credeva che io fossi perplessa perchè non conoscevo la parola. Ma non era mica questo il problema! Conoscevo benissimo il termine, ma mi stavo semplicemente chiedendo come fosse possibile che lei non sapesse da quale lettere fosse composta quella parola che lei stessa aveva pronunciato. E che, per di più, stesse chiedendo ad una italiana di darle la risposta.
Improvvisamente mi vengono in mente le prime lezioni e i primi dettati di inglese e l'insistenza della mia professoressa - che per ogni lezione aveva calze nuove dalle improbabili fantasie da sfoggiare in aula - sulle questioni dello spelling. 

Non è la prima volta che mi capita qui che qualcuno mi chieda come si scrive una parola. Questo mi fa pensare che alcuni americani sappiano pronunciare alcuni termini e li usino comunemente nelle conversazioni, ma non saprebbero scriverli correttamente. 
Ho pensato che la stessa cosa potrebbe succedere in Italia, ma forse da noi la stessa signora - nella sua versione italiana - avrebbe dimostrato un po' più di imbarazzo nel chiedermi: "Ma com'è che si scrive Antico?". In qualche modo, avrebbe così dichiarato una sua mancanza e questo l'avrebbe forse messa un po' a disagio. 
In America invece ho notato due reazioni diverse al non sapere come scrivere una parola: 
1. minimizzano sulla cosa, buttandola sul ridere e sottolineando l'importanza del saper 'dire', piuttosto che del saper 'scrivere'; 
2. innocentemente chiedono a qualcun altro di sopperire alla loro mancanza, ma senza mostrare imbarazzo alcuno, quasi fosse normale. 
Insomma, io sono ancora perplessa per quell'ingenuo candore con cui quella signora mi si è rivolta... Ma sono anche molto combattuta: è davvero così terribile non saper scrivere una parola e chiedere a qualcuno questa informazione? 
Alla prossima,
Sabina

giovedì 18 ottobre 2012

Ciao Padova, ciao!

Padova - Palazzo della Ragione
Ciao Padova, ti devo salutare ancora. 
Sai com'è, la Maison Jaune è lì che mi aspetta dall'altra parte dell'Oceano e non posso lasciarla ancora in balìa del marito...  non ce la fa più, me l'ha proprio detto.
Saluto quindi tutti i tuoi monumenti prima di partire: 
i vicoletti e i palazzi medievali, 
i ciottoli delle strade del centro, 
le piazze che mi hanno vista passare più e più volte, correndo da una biblioteca all'altra o tra un incontro e l'altro, 
saluto gli spritz che pare siano stati di recente importati anche a Palo Alto, 
saluto il Pedrocchi e tutti i leoni appostati lì fuori, 
saluto il Canton del Gallo e l'Aula Magna del Bo, 
Palazzo Liviano e le sue labirintiche scale, 
saluto il mio Dipartimento, 
saluto le biblioteche, 
la Basilica del Santo 
e la chiesetta di San Nicolò. 
So che sto dimenticando di certo qualcosa, ma di certo non nel cuore: ogni immagine di questi giorni trascorsi qui è incisa ormai.
Grazie Padova, che sei sempre qui ad aspettarci. 
Non ti preoccupare: torneremo presto e sarà sempre una festa!  
Alla prossima,
Sabina

lunedì 15 ottobre 2012

I manoscritti medievali e la mia vita

Università di Padova, Palazzo del Bo - Aula Magna
Mi ritengo decisamente fortunata e  privilegiata per il lavoro che faccio:
- fortunata perchè penso che non tutti abbiano la fortuna  (e forse anche la volontà!) di perseguire i propri interessi fino in fondo, investendo tempo ed energie in progetti che richiedono passione e pazienza, impegno e una sorta di devozione;
- privilegiata perchè, grazie al mio lavoro, posso rivivere ogni giorno, o quasi, l'esperienza vissuta da un monaco, uno studente o un personaggio di alto rango del XIII secolo, sfogliando le pagine di un libro miniato e, traendo da esso, ispirazione e conoscenza. 

L'amore appassionato per la cultura e per il libro che della cultura è artefice e strumento, ha origini lontane, e di quelle origini noi storici dell'arte specializzati nella storia del libro miniato andiamo a scoprire i segreti. 
Nove anni fa ho preso in mano il mio primo manoscritto medievale eppure ogni volta che ne prendo in mano uno, mi emoziono, come se fosse la prima volta. Con avida curiosità ne sfoglio le pagine e percepisco quell'alone di mistero che ne circonda i fogli di pergamena che nascondono i segreti di un misterioso mondo, sconosciuto ai più. 
Mi sento quindi investita di una grande responsabilità: perpetuare la cultura e valorizzare ciò che, se privato dello sguardo di un osservatore competente, forse perderebbe il suo valore. 
Facendo questo in realtà, mi tuffo nel passato ed esploro il mondo medievale seguendo le stesse tracce che ogni libro porta su di sè. Ogni manoscritto, con la sua particolare storia, offre informazioni diverse sulla società e la cultura, passata e presente, informazioni che vanno analizzate, studiate, collegate ad altre nozioni. 
Bisogna quindi essere investigatori e al tempo stesso studiosi. 
E devo dire che l'investigazione è sempre stata una mia grande passione, forse per la mia curiosità innata che mi spinge da un lato a pormi moltissime domande, su me stessa e sul mondo che mi circonda, e dall'altro a immaginare un mondo perduto, che però ai miei occhi,  dialoga ancora in modo attivo con il nostro presente, mostrandoci la via attraverso la quale siamo arrivati sin qui. 

L'Italia offre ricchissime collezioni di manoscritti medievali realizzati nella penisola ma anche altrove e poi giunti qui già nel Medioevo seguendo gli spostamenti delle persone - frati, ecclesiastici, studenti universitari, ambasciatori - che si muovevano attraverso l'Europa seguendo i loro interessi culturali, economici, politici. 
E anche adesso, quando si intraprende un viaggio, generalmente ci si porta dietro un libro, no?
In moltissimi casi però, questi tesori risultano totalmente sconosciuti, perchè generalmente si ignora la ricchezza del nostro patrimonio storico-artistico che include, oltre a ciò che è più facilmente visibile nei musei, nelle chiese, nelle piazze, anche ciò che più difficilmente si riesce a vedere, come quei libri custoditi e conservati nelle biblioteche più antiche, a cui pochi hanno accesso. 
Ecco, io ho la fortuna, il privilegio e pure l'onore di occuparmi di queste cose. 

Quest'oggi ho ricevuto il diploma del dottorato. C'è stata una cerimonia ufficiale nell'Aula Magna dell'università, a pochi passi dalla cattedra dalla quale Galileo faceva lezione. 
E ora continuo a pensare e a sperare, con tutta me stessa, che l'America mi offra l'opportunità di continuare a fare ciò che amo fare. 
Per realizzare questo sogno, come in tutte le avventure che stanno per cominciare, ci vogliono coraggio e tenacia; penso di averne a sufficienza... ma staremo a vedere che cosa sarò in grado di combinare. 
Alla prossima,
Sabina       

martedì 9 ottobre 2012

Punti di riferimento

Ci sono persone che hanno un ruolo fondamentale nella vita di un'altra persona, a volte senza nemmeno rendersene conto a pieno. 
Sono persone che in qualche modo ci completano, 
sopperiscono alle nostre mancanze, 
limano i difetti mettendo in risalto i pregi.
Sono persone in grado di spiegarci ciò che ai nostri occhi pare incomprensibile e ingiustificabile, 
capaci di indicarci la strada da percorrere, specialmente quando la nostra mente è offuscata dai pensieri e non riusciamo a identificare la via che ci appartiene.
Sono persone senza le quali non riusciamo nemmeno a immaginare la nostra esistenza, che ci sono sempre state e sempre ci saranno... persone con le quali abbiamo condiviso e condividiamo ogni giorno delle esperienze più o meno memorabili.

Queste persone danno sapore a ogni istante, rendendo unico e irripetibile ogni momento della nostra vita. 

In molti casi la nostra felicità dipende dalla loro felicità, dal loro stare bene, dal loro sentirsi bene. 
Si crea quindi, oltre che un legame - di qualunque genere esso sia - una vera e propria dipendenza, che ci spinge a pensare che senza queste persone non potremmo mai essere felici davvero. 
E questo sentimento, così forte, così fortemente empatico, mi affascina e mi terrorizza al tempo stesso perchè so e sento che non potrei mai esimermi dal provarlo, nemmeno io. 
Sabina


lunedì 8 ottobre 2012

Profumo di frolla

Sì, è così, quando sono a casa ed è lunedì mattina, e tengo la finestra dello studio aperta mentre lavoro seduta alla mia scrivania, lui entra. 
Entra con forza attraverso le finestre aperte, si avvicina lento e inesorabile, si accosta alle mie narici che improvvisamente, sentendolo arrivare, si allargano per riceverlo. 

Ah, il profumo della pasta frolla... 

Chiudo gli occhi e inspiro, assaporando con l'immaginazione queste torte appena sfornate nella pasticceria accanto. 
E subito penso alla prima torta preparata in America.
Penso alla sensazione che quella crostata nel forno mi aveva dato: 
il sapore di casa. 

Il profumo della frolla è per me il profumo delle primavere e delle estati passate qui, con la finestra aperta, è il profumo della mia giovinezza, è il profumo che si unisce all'intenso odore dei libri aperti, sfogliati e sottolineati, è il profumo che si presenta puntualmente di lunedì mattina e il mercoledì, di pomeriggio, è la costanza del sentirti a casa. 

Ora però la mia casa sta dall'altra parte dell'Oceano e mi sta aspettando... 
E allora penso che nel mio cuore convivono case diverse e ognuna rappresenta una parte importante di me totalmente inscindibile dalle altre e sono felice perchè ogni casa è per me speciale e continua a stare dentro di me, ovunque io vada.
Alla prossima,
Sabina  

sabato 6 ottobre 2012

In agitation: a - 2

Mancavano 2 giorni, 
2 giorni, 
2 giorniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii
E io non stavo più nella pelle, ero in fibrillazione, anche se stava cominciando a salirmi pure l'angoscia. 

Sì, avete presente quella sensazione strana che combina insieme eccitazione e paura, felicità ed emozione e panico? 
Ecco, il nodo allo stomaco stava cominciando a farsi sentire e io mi sentivo in balìa di questi incredibili sentimenti. 
Ma bisognava stare calmi, cominciare con il training autogeno e poi respirare, respirare, respirare... e convincersi che:
non sarei scoppiata in lacrime vedendo mia cugina vestita da sposa, 
non sarei inciampata sull'altare andando a leggere, 
non sarei inciampata scendendo dall'altare, 
non sarei inciampata correndo fuori per lanciare il riso, 
non sarei inciampata raggiungendo l'auto, 
non sarei inciampata scendendo dall'auto, 
non sarei inciampata durante i balli di gruppo.  

Insomma, a qualche giorno dal Grande Giorno, io ero proprio agitata. E ora... ora è tutto passato!
Alla prossima per i dettagli delle grandi celebrazioni,
Sabina
P.s.: e comunque, non sono inciampata. Ma neanche mi sono evitata la figuraccia, ovviamente. Vi racconterò...

lunedì 1 ottobre 2012

Stendi i panni

Jeffrey T. Larson (1962), Hanging Laundry (2009), olio su tela 32x48 cm
Avevo dimenticato quanto mi piacesse stendere i panni al sole sulla terrazza di casa. L'aria fresca del mattino che ti accarezza la pelle, baciata dal sole e inebriata dalle piccole gocce d'acqua che lasciano la stoffa, vibrando nell'aria.

In America invece il bucato si fa con lavatrice e asciugatrice, che le persone possono avere in casa, condividere con gli altri inquilini del palazzo nel sottoscala o utilizzare alla laundry all'angolo. Quando vai alla laundry spesso ti capita di incontrare qualcuno che come te si sta occupando del suo bucato e succede che ci scambi qualche parola. Una volta mi è capitato uno scambio di consigli sui prodotti da usare per il lavaggio: roba da casalinghe! 
Nel sottoscala invece ho notato che difficilmente ci si ferma a parlare davanti alla lavatrice: mi sembra piuttosto che ci sia un desiderio condiviso di tornare presto nei rispettivi appartamenti, senza lasciare troppo spazio alle parole. 
E come faccio io a familiarizzare? 
La mia indole italiana mi spinge a fare conoscenza... ma tutti fuggono, ahimè. 
Eppure, mi è capitato di lasciare le mie cose lavate nella lavatrice per qualche ora in più del previsto, diciamo e qualcuno me le ha tirate fuori, le ha appoggiate sull'asciugatrice per mettere il suo bucato nella lavatrice. Questa cosa mi fa ancora un certo che... Mi sento sempre molto italiana quando provo un certo disagio nello scoprire che qualcuno ha "rovistato" nel MIO bucato. La sensazione è questa: avete presente quando qualcuno mette mano alla tua borsa, a tua insaputa? Ecco, io provo ancora un certo fastidio per le zampe infilate tra la mia biancheria. Guarirò mai?

Ho notato invece che a Chinatown, come in altri quartieri popolati di messicani, si vedono ancora gli abiti stesi al sole, appesi a sottilissimi fili tirati sulla scala anti-incendio all'esterno della casa o davanti alla finestra. Evidentemente scarseggiano le asciugatrici in queste zone... Ma allora, stendere i panni al sole è un segno di mancata agiatezza?

Certo è che a me piace proprio stendere i panni al sole sulla terrazza di casa...
Alla prossima,
Sabina 
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