martedì 31 luglio 2012

The San Francisco Marathon 2012

Il grande giorno è arrivato e, come bambini in trepidante attesa, con un misto di coraggio leonico e paura adrenalinica, siamo arrivati alla San Francisco Marathon 2012 (http://www.thesfmarathon.com/). 
Non che io dovessi correre - per carità, non sono ancora così spavalda - ma avevo comunque un arduo compito: sostenere il mio corridore incallito e il suo amico e fedele compagno di maratone giunto a San Francisco apposta per l'occasione, con tutta la famiglia al seguito! 
Sabato, ritiro della borsa per la gara poco distante dal luogo della partenza dove avevano allestito un capannone su due livelli: al piano superiore la zona destinata al ritiro numero, maglia, bracciale e fascetta con cip interno da legare ai lacci della scarpa per permettere la registrazione dei tempi di corsa ai singoli partecipanti e agli spettatori di seguire passo passo il procedere del corridore, magari comodamente seduti sul divano di casa e pure dall'altra parte dell'Oceano, in alcuni casi.
Come potete ben immaginare, qui non si è parlato d'altro ultimamente, se non della maratona. 
E l'eccitazione è salita alle stelle quando siamo entrati nel capannone. 
Davvero sorprendente il numero delle presenze e tutto ciò che ruotava attorno all'evento! Al piano inferiore un centinaio di banchetti vendevano il necessaire per la gara: dalle maglie ai pantaloncini, dai calzini alle fascette per i capelli, dagli integratori alle barrette energetiche. E naturalmente, non mancava tutto il non-necessaire: gonnelline folkloristiche di ogni foggia e colore, parrucche e calzettoni fluorescenti, lunghi guanti in varie fantasie, per sorprendere il pubblico. 
Ma al di là di tutto questo, che costituisce un po' il contorno della maratona, il grande momento è arrivato domenica mattina. 
Sveglia alle 4:20 e partenza alle 4.40 da casa. Era ancora notte fonda, andavano accesi i fari dell'auto e le strade erano completamente deserte. 
Dopo aver recuperato il secondo maratoneta che, non riuscendo più a stare calmo dentro casa, era uscito a prendere una boccata d'aria e ci attendeva all'angolo, ci siamo avviati verso l'Embarcadero dov'era prevista la partenza. Le strade del quartiere brulicavano di atleti emozionati che, correndo, parlando, saltellando, si dirigevano tutti verso la partenza. 
Il flusso di corridori è stato scaglionato in rapporto alla velocità prevista da ogni iscritto e quindi sono stati creati diversi cancelli di ingresso per gli atleti. I nostri italiani si sono quindi separati: si sarebbero ritrovati all'arrivo. 
Quando è stato dato il via, era ancora buio, come vedete in questa foto che derivo dal sito ufficiale dove potrete trovare molte altre fotografie dell'evento (clicca qui per vedere altre foto!). 
Non ero presente alla partenza perchè il piano prevedeva un mio appostamento a metà gara circa. Però, se chiudo gli occhi, immagino l'istante prima del via, i fiati sospesi di 22000 persone pronte a correre per ore attraverso la città. Penso alla tensione, ai volti concentrati, alle espressioni di chi è motivato a dare il meglio di sè e vuole mettersi alla prova per raggiungere vittorioso il traguardo. Effettivamente le sensazioni del pre-gara sono qualcosa di incredibile, che è impossibile descrivere a parole e, se non le hai mai provate, difficilmente le riesci anche solo a concepire...
Strada di Filippide sulla strada Maratona-Atene
La full marathon prevedeva i consueti 42 km (per l'esattezza, 42,195 km), che ricordano la distanza tra la città di Maratona e Atene percorsa nell'antica Grecia da Filippide, un messaggero che dovette annunciare agli Ateniesi la vittoria sui Persiani ottenuta appunto a Maratona. Una storia che risale al 490 a.C. e che ci viene raccontata da diverse fonti, tra cui Erodoto. 
Qui a San Francisco però, circa duemila anni dopo, erano 26,218 le miglia da percorrere, visto che di chilometri gli americani non ne vogliono ancora sentire parlare! E, secondo alcune indiscrezioni, pare che il percorso fosse leggermente più lungo. Per questo dettaglio leggermente polemico, vi prego però di rivolgervi al maratoneta n. 61039.
Vi erano comunque numerosi percorsi alternativi che prevedevano anche delle brevi distanze per i bambini. Se siete per natura curiosi, o state cominciando a pensare di voler correre con noi l'anno prossimo, vi suggerisco di dare un'occhiata qui per scegliere quale percorso preferite.
Alla partenza e praticamente durante tutta la maratona il cielo era coperto: nuvole basse e una sottile nebbiolina. 
Il percorso prevedeva l'attraversamento della città in lungo e in largo, su e giù per le colline, sul lungo-oceano e poi all'interno, nel Golden Gate Park, per poi tornare verso l'Oceano nell'ultimo tratto. Si passava attraverso diversi quartieri e soprattutto, sul Golden Gate Bridge nel suo 75esimo anniversario! Ricordate che ne abbiamo festeggiato il compleanno da poco, no? (eccovi il link per la lettura che vi siete persi!, se ve la siete persa).
Lungo il percorso, piccoli gruppi di persone si fermavano ad incoraggiare gli atleti battendo le mani, urlando, fischiando, suonando la campana. Il video girato da Valeria ci fa gustare l'atmosfera della gara...
video
Venivano anche esibiti simpatici cartelli: "Tira fuori il kenyano che è dentro di te". E ancora, "Vai papà, siamo tutti con te!"; oppure: "Io sono un figlio orgoglioso: la mia mamma oggi corre la maratona!".  Alcuni li ho proprio visti, di altri me ne ha parlato il maratoneta entusiasta all'arrivo. 
Come dicevo prima, si poteva anche seguire la gara da casa grazie al sito della maratona oppure tramite telefono grazie ad una applicazione creata appositamente. Si aveva a disposizione la mappa con il percorso, sulla quale compariva un puntino viola che segnava la posizione dell'atleta; su una seconda pagina venivano invece dati i tempi nei singoli intervalli. 
Non sarà stato come essere lì, ma almeno si potevano avere notizie super-aggiornate durante la corsa e da qui si poteva scegliere dove piazzarsi a fare il tifo, sapendo quando il nostro atleta sarebbe passato di lì. Davvero utile! In questo modo ho potuto interpretare il ruolo della Samaritana su Haight Street offrendo l'acqua al mio corridore incallito per poi dirigermi verso l'arrivo, conscia del fatto che il mio maratoneta sarebbe arrivato alle 10.36.

Ciò che comunque mi ha colpito di più di questa maratona - al di là della tenacia del mio corridore incallito che da pallavolista si è improvvisato prima canottiere, poi tennista e ora maratoneta, e tutto nel giro di qualche anno - è stato che a questa difficile corsa non hanno partecipato solo aitanti e muscolosi atleti, ma anche mamme, papà, figli, mogli e mariti, nonni, di qualunque età. Ognuno correva a suo modo, con un proprio stile, più o meno goffo, o più o meno agile. Ma sembrava davvero che chiunque potesse prendere parte alla gara e che bastasse solo volerlo. Per scendere in strada, mettersi a correre e gareggiare principalmente contro se stessi, al fine di superare i propri limiti, basta essere sufficientemente determinati. 
Leggevamo un motto l'altro giorno in un negozio: If you have a body, you're an athlete - "in potenza", come aggiunge giustamente Paolo. Ora penso sia proprio vero. 
C'era anche chi dava spettacolo improvvisandosi corridore- giocoliere intervallando alla corsa momenti di gioco. Guardate questo maratoneta all'arrivo.
   video  
E sempre all'arrivo, ho visto una mamma super atletica che trascinava la figlia verso il traguardo, sostenendola anche fisicamente con il braccio. 
La mamma, ancora sorridente, ancora piena di energia e raggiante di orgoglio, trainava la giovane ragazza distrutta dalla fatica. Pareva dire: "Io a mia figlia ho insegnato che non si deve mollare mai!". 
E alla meta, tripudio di palloncini blu e musica altissima per gli ultimi metri a incoraggiare gli atleti per l'ultimissimo sforzo. 
Una grande festa! 
Salutate le nuvole basse e la nebbia della partenza, ecco un bel sole accompagnato da un cielo terso ad accogliere i maratoneti. 








Grande soddisfazione per tutti, grandi festeggiamenti, una medaglia al collo per ogni partecipante e poi vari punti di ristoro con frutta, cibi e bevande varie. 
Siamo naturalmente molto fieri dei nostri atleti italiani, che si sono fatti valere godendosi a pieno la bellezza della città e la fatica della gara. A quanto pare, a volte, la fatica paga!
Alla prossima maratona,
Sabina

giovedì 26 luglio 2012

Un tuffo nel passato

Siamo così abituati a vivere nel presente e a proiettarci nel futuro, che di ciò che vediamo quotidianamente non ci chiediamo quasi mai come doveva essere 50 o 100 anni fa. Pure quei luoghi che abbiamo visto diversi, li continuiamo a guardare con gli occhi di oggi, mettendo in qualche modo da parte i ricordi in un angolo del nostro cervello. Succede quindi che frequentiamo abitualmente un piccolo centro commerciale sorto in periferia circa venti anni fa e mica ogni volta che ci andiamo pensiamo che in quella zona un tempo c'era solo campagna e le pecore vi pascolavano beate. E non pensiamo nemmeno a quanto avanguardistico doveva sembrare al tempo quel centro che ospitava, sotto lo stesso tetto, addirittura dieci negozi diversi.
Beh, io ogni tanto ci penso a come dovevano essere certi posti qualche tempo fa, forse perchè il mio sguardo si volge costantemente al Medioevo o forse, più semplicemente, perchè sono un'inguaribile nostalgica. Mi sono chiesta quindi come doveva essere in passato il Dolores Park di San Francisco e ho cercato delle fotografie in rete, trovandone alcune di particolarmente significative che permettono di ricostruire per immagini la storia di questo bel parco cittadino. 
Mi piacciono molto, forse perchè il bianco e nero conserva sempre un certo fascino, e le metto a vostra disposizione perchè possiate gustare insieme a me il piacere di un tuffo nel passato, nella California di fine Ottocento-inizi Novecento.
Nell'Ottocento il Dolores Park ospitava il cimitero ebraico prima che venisse trasferito a Colma nella contea di San Mateo. Qualche anno dopo la città di San Francisco comprò questo lotto di terreno e nel 1906 il parco diventò fondamentale per le migliaia di famiglie rimaste senza tetto in seguito al famoso quanto tragico terremoto. Venne infatti istituita qui una tendopoli.
Successivamente le tende furono sostituite da una serie di capanne in legno, nelle quali gli sfollati rimasero per circa due anni o poco più. 
Il terremoto, pur essendo durato solo un minuto, aveva raso al suolo la città. Erano seguiti alla scossa, che si ritiene sia stata pari a un valore di 8.25 nella Scala Richter, una serie di incendi che avevano bruciato quel che rimaneva degli edifici. Ancora oggi a San Francisco le case sono costruite in legno. Incredibile ma vero!
Ho visto delle fotografie storiche al MoMa di San Francisco due anni fa in occasione di una mostra dedicata proprio alle origini della città e un'impressionante foto in bianco e nero è in vetrina in un negozio della 24th Street a Noe Valley. Mi sono fermata di frequente a guardarla. Si vedono i fumi salire verso il cielo e solo qualche edificio ancora in piedi; il resto è cenere,. 
Ma tornando dalle parti del Dolores Park, ho trovato anche una foto che documenta la costruzione della tratta del tram di cui vi parlavo qualche giorno fa, ricordando insieme a voi quel viaggio dal Downtown. Ecco qui i binari che salgono sulla collina.
Ma perchè poi questo parco si chiama Dolores Park? Ancora una volta Wikipedia viene in mio aiuto, spiegandomi che il parco prende il suo nome da Miguel Hidalgo, un religioso messicano vissuto tra la seconda metà del Settecento e gli inizi dell'Ottocento che nella cittadina di Dolores, in Messico, lanciò El Grito de Dolores con cui ebbe inizio la rivoluzione vera e propria che spinse il Messico a ribellarsi al dominio coloniale spagnolo per raggiungere l'indipendenza (wikipedia.Dolores_Park). Un nome non qualunque, che anzi ci parla di un momento particolarmente emblematico nella storia messicana.
Mi piacerebbe davvero sapere quante delle persone che frequentano il Dolores Park quotidianamente si sono chieste da dove prenda il nome e quale sia la storia che si nasconde dietro a quelle colline. Non sarò mica l'unica a interessarsi un po' di storia, no?
Alla prossima scoperta,
Sabina 

P.s.: ho scoperto anche che la risistemazione del parco è recentissima e la zona destinata ai bambini è stata inaugurata agli inizi di aprile (http://sfrecpark.org/MissionDoloresPark.aspx). 
Ma allora, non sarà mica per questo che tutto sembra così nuovo? Cioè perchè è veramente nuovissimo?!! Ahi ahi ahi... il dubbio si è insinuato in me. L'indagine deve proseguire, ma vi terrò aggiornati, promesso. 


mercoledì 25 luglio 2012

Auguri nanetto! Bambini e giochi tra Italia e America

Essendo oggi il compleanno del nostro adorato nipotino, voglio dedicare a lui questo racconto perchè, anche se siamo fisicamente lontani, il pensiero e l'affetto che sentiamo per i nostri due nanetti, ci tiene legati stretti stretti, anche con un Oceano di mezzo. 
Mission-Dolores Park, San Francisco
Difficile fare a meno di pensare a loro quando ci si trova al Dolores Park di San Francisco che non offre solo numerose possibilità di svago per gli adulti - cinema all'aperto di sera, concerti vari di giorno, campi da tennis, da basket, da calcetto e percorsi per la corsa, naturalmente tutti gratuiti - ma include anche un'area riservata ai bambini con tanti giochi, più o meno convenzionali. 
Ciò che trovo ancora sorprendente - da italiana d.o.c - è che, sebbene questi spazi siano utilizzatissimi da tutti, specialmente nel weekend, tutto appare ancora perfettamente nuovo, intatto e ben funzionante. In Italia mi sembra che uno spazio pubblico - senza reti, cancelli o guardiani - possa difficilmente rimanere integro. Qui invece, da questo punto di vista, sono molto avanti: sanno usare gli spazi comuni senza distruggerli e anzi, mi sembra che abbiano un grande rispetto per questi luoghi destinati alla comunità. America 1 - Italia 0! Ma forse sono io ad avere avuto un'esperienza negativa in questo senso... aspetto le vostre riflessioni a riguardo. 
Tornando al Dolores Park, ecco alcuni dei fantastici giochi che i nostri nipotini - e non solo loro - sarebbero entusiasti di utilizzare. Vi sono le immancabili altalene: 
- ci sono quelle per i bambini piccolissimi, con grandi simil-pannoloni in legno che accolgono un nanetto alla volta che può divertirsi ad andare su e giù anche da piccolissimo e in totale sicurezza;  
- ci sono poi le altalene per i bimbi più grandi, con il classico seggiolino lievemente curvo che potete vedere qui sotto; 
- e poi, ci sono quelle per i bambini disabili, con il sedile in plastica grossa verde, con schienale e sostegno per le gambe e pure le fasce per allacciare il bambino.
So che non dovrei neanche dirlo, ma spero sinceramente che da questa mia mancanza possa nascere una riflessione importante per tutti: prima di domenica non avevo mai pensato al fatto che un bambino disabile senza un'altalena pensata apposta per lui non potrebbe sperimentare l'ebrezza di questo gioco che tutti noi abbiamo adorato. Non ho molta esperienza in materia a dire la verità, perchè non ho avuto modo di confrontarmi seriamente e a lungo con il mondo della disabilità, se non per mezzo di alcune persone che ho conosciuto già da adulte. Certo è che ora che ho visto questa altalena che in Italia non mi era mai capitato di vedere, mi sono resa conto di quanto importante sia che un parco qualunque, pensato per tutti i bambini, sia attrezzato per rendere possibile il divertimento davvero per ogni bambino, che sia disabile oppure no.  
Pensieri forse scontati, che rappresentano "il pane quotidiano" per chi ha un familiare o un amico disabile o per chi, per lavoro o per volontariato, incontra situazioni simili quotidianamente. Però per me che non mi sono confrontata spesso con questa realtà, così scontati non sono. So solo che ora non riesco più a pensare a un parco giochi che escluda in qualche modo un bambino, impedendogli di toccare il cielo con le dita sulle altalene, come tutti i bambini adorano fare [...].

Al Dolores Park, al centro dello spazio previsto per i bambini, c'è una specie di montagnola con un ponte rosso a destra che conduce verso la seconda collina occupata dal parco. Qui si trovano vari giochi e il pavimento di tutta l'area è incredibilmente soffice, ideale per attitutire i colpi delle inevitabili cadute!
Innanzitutto, c'è uno scivolo dalle proporzioni esagerate che penso potrebbe accogliere una famiglia al completo in discesa libera. 
Dovevate proprio vederli i bambini americani che scendevano con la gamba tesa puntata verso il povero disgraziato che era appena arrivato alla fine dello scivolo, ma prima di loro, ahimè. 
Ed erano lacrime e sorrisi per tutti, a seconda dei casi. 
Sulla destra, c'è la scaletta per salire sullo scivolo: un po' particolare visto che è costruita con una serie di semicirconferenze metalliche fissate sul pendio della montagnola. 
Mette decisamente alla prova le capacità arrampicatorie dei nanetti che si cimentano con l'impresa divertendosi a scalare il monte, ognuno con la sua tecnica, per raggiungere la meta e rilanciarsi giù per lo scivolo fino a colpire un altro bambino con la gamba tesa. Ma perchè ai bambini piace così tanto ripetere la stessa azione o lo stesso gioco circa duecentomila volte?! Lorenza, illuminami tu.
Sulla sinistra, un altro gioco che a me pareva difficilissimo, con dei pali storti e delle sfere blu sulle quali si saliva per poi spostarsi da un palo all'altro. 
Ecco, questo mi pareva alquanto pericolosetto... ma forse sono io che sono sempre stata un po' fifona, anche quando ero nanetta pure io. 

E sempre da questo lato, c'è la rete dell'Uomo Ragno che so genererà grande curiosità nel nipotino; mi immagino già i suoi occhi che brillano al solo pensiero di essere appeso tra una corda e l'altra...  E per questo motivo, la foto va messa bella grande, sì che lui possa studiare bene il gioco prima di venirci a trovare!
Dietro alla montagnola ci sono nell'ordine: uno scivolo ultra sottile dove, giuro, ho visto una mamma incastrarsi!; una serie di giochini con molla che facevano venire i giramenti di testa solo a guardarli (ho visto con i miei occhi il capetto di una banda, che di media non superava il metro di altezza, che era stato piazzato sopra ad uno di questi aggeggi roteanti e girava vorticosamente spinto dal resto dell'allegra compagnia, che naturalmente se la rideva a crepapelle); tante costruzioni fantasiose in cemento chiaro, tutte con buchi qua e là, che ovviamente richiamavano l'attenzione dei nanetti che ci passavano attraverso, giocando a nascondino, o facendoci passare la sabbia, mentre i genitori se ne stavano comodamente seduti lì accanto. 
E poi, c'è lo xilofono gigante, con tanto di martelletti con la testa di gomma. Ecco, un gioco ipnotico a cui, lo confesso, non ho saputo resistere. Così ho continuato a suonarlo finchè non sono arrivati due nanetti che mi hanno fatto gli occhi dolci per avere almeno uno dei due martelletti che tenevo in mano. E purtroppo, messa alle strette, ho dovuto cederli... ma quanto è stato bello suonarli! Credo che questo gioco sarebbe piaciuto particolarmente alla nostra nipotina-suonerina!
Accanto allo xilofono, ci sono pure delle percussioni: ce n'è per tutti i gusti insomma! Non ci si può e non ci si deve annoiare.
Sempre da quella parte, più vasche di sabbia per piccoli e piccolissimi. 

Ma mi chiedevo una cosa: chi sarà mai stato quel genio che si sarà inventato tutto questo? Cioè, ma quanto bello deve essere fare, di lavoro, l'inventore di sogni per bambini? Di certo serve un'ottima fantasia e un accentuato spirito bambinesco a meno che non si tragga ispirazione dai diretti interessati e futuri clienti sotto il metro di altezza. Beh, comunque, si tratta di uno dei lavori che mi piacerebbe fare. E poi, non si diceva che qui in America si può diventare ciò che si vuole? Ok, si salvi chi può allora...

Chiudo con un video dedicato al nostro nanetto che oggi compie 5 anni, con un breve messaggio allegato: "Ti auguriamo una giornata strepitosaaaaaa, piccoletto!!!! Auguri auguri auguri!!!  
Zia Sabina, e naturalmente con lei, zio Toto, che ti vogliono tanto tanto bene, ma tu già lo sai..."
 

 

martedì 24 luglio 2012

Concerto a Dolores Park

A San Francisco vi è un parco bellissimo che si affaccia su una delle strade che più amo in questa città: Dolores Street. Una lunghissima serie di palme dalle improbabili altezze, piantate su strette aiuole rettangolari, scandiscono il tortuoso percorso di questa via a doppia corsia su e giù per le colline.  
Ricordo come se fosse ieri la prima volta che il Dolores Park mi lasciò senza fiato: mi trovavo nel tram, di ritorno dal Downtown dove avevo visto la sede di Armani, se ben ricordate, e la strada si strinse improvvisamente; ci stavamo arrampicando su per una collina e il tram curvava seguendo gli stretti tornanti, finchè ad un certo punto si aprì una vista spettacolare proprio su questo parco e sulla città.
Io rimasi senza parole. 
Si vedeva il Downtown coi suoi grattacieli illuminati dagli ultimi raggi di sole sulla sinistra, e lo sguardo poteva spaziare in quel cielo infinito. 

Tornai a casa contenta dopo quella vista mozzafiato e mi ripromisi di tornare su quella collina, magari a piedi, per potermi fermare più a lungo ad ammirare il paesaggio. 
E questo weekend si è presentata finalmente la ghiotta occasione: concerto gratuito della San Francisco Symphony Orchestra a Dolores Park e noi, naturalmente, non si poteva mancare!
Ero venuta a conoscenza dell'evento tramite un sito molto utile che si chiama Fun Cheap San Francisco (http://sf.funcheap.com/), nel quale vengono pubblicati quelli che sono gli appuntamenti settimanali gratuiti, o comunque molto economici. Se doveste decidere di venirmi a trovare, date prima un'occhiata a questo sito per vedere la programmazione della settimana, ok? Io vi accompagno volentieri, ovunque vogliate andare! Ma se nel frattempo, volete dare un'occhiata all'evento della scorsa domenica, eccovi il link specifico: http://sf.funcheap.com/san-francisco-symphony-park-dolores-park/.
Il Dolores Park occupa due colline e il palco sul quale si presentaval'orchestra di San Francisco era stato sistemato su una delle due. 
Effettivamente, la giornata era perfetta: cielo limpidissimo, sole caldo e niente vento. 
E quale modo migliore per impiegare il tempo libero, se non standosene distesi al parco ad ascoltare dell'ottima musica con una giornata così?
Tra l'altro, sfruttando il pendio collinare, ci si poteva godere al meglio lo spettacolo dall'alto.
Naturalmente avevano optato per l'amplificazione del suono e la musica si sentiva perfettamente anche di lato. Il direttore della San Francisco Symphony Orchestra, in bianco come tutti i musicisti, aveva un adorabile accento britannico - accompagnato da un altrettanto britannico senso dello humour - e presentava i brani al pubblico, uno dopo l'altro.   

Strano trovarsi in un parco in una meravigliosa giornata soleggiata ad ascoltare musica classica dal vivo! 
Penso però che l'idea di chiudere la stagione concertistica della Symphony Orchestra all'aria aperta e comunque in mezzo alla gente comune, sia davvero geniale. Mi sembra un ottimo modo per avvicinare alla musica le persone anche meno abituate al genere, facendo magari nascere in loro la voglia di assistere ad un concerto vero e proprio in un prossimo futuro. Vuoi che almeno 30 dei presenti - ed erano veramente tante le persone, tant'è che quasi non si vedeva più l'erba del Dolores Park - non si facciano l'abbonamento per la prossima stagione concertistica? Due ci stanno pensando... lo so per certo!

L'orchestra era protetta dal sole da un telo nero trasparente che permetteva di vedere i musicisti anche lateralmente. 
Mi sono immaginata di essere un alito di vento che attraversava quello spiraglio, invisibile e leggera. 
M'intrufolavo così nello spazio destinato solo alla musica, correvo tra gli spartiti voltandone le pagine, sfiorando le note a una a una e scompigliando giocosamente i capelli al musicista più rigido e composto, che quindi si infastidiva al mio passaggio, bloccandosi su una nota lunga. 
Strani i pensieri generati dal vibrare della musica nell'aria.  
Partenza "da film", comunque, con una selezione di brani di celebri colonne sonore come West Side Story e Rodeo, suonate insieme ad un celebre gruppo jazz cubano Tiempo Libre. 

Il ritmo ha poi finito col coinvolgere a tal punto il pubblico da determinare un continuo e crescente flusso di ballerini, più o meno improvvisati, verso il palco. 
E così il concerto si è fatto occasione per una vera e propria festa en plein air a cui hanno preso parte donne e bambini, giovani e meno giovani, coppie di artisti professionisti e coppie più sprovvedute ma con tanta voglia di divertirsi.
Raggiungere lo spazio adibito alla danze era piuttosto difficile vista la quantità di persone sdraiate sull'erba e quindi qualcuno, costretto a rimanere distante dagli altri ballerini, s'improvvisava in una danza sul posto. 
Certo è che pareva impossibile rimanere estranei al ritmo cubano
Dopo un bis di chiusura, dal sapore ancora jazzistico, conclusosi con un'ondata di applausi, più di qualcuno è rimasto al sole, beato, noi compresi. 
E fu così che vedemmo passare l'Omino dello Zucchero Filato, un ragazzo  che portava appoggiato alla spalla un lungo palo in legno sul quale erano disposti a raggiera i sacchetti colorati contenenti lo zucchero filato. 
Qui lo zucchero filato si vende generalmente con il suo bastoncino di legno in piccoli sacchetti di plastica trasparenti. Quando l'Omino dello Zucchero Filato si fermava, appoggiando l'altissimo palo a terra, arrivavano i clienti, tutti con i soldi pronti in mano, decisi ad affondare le proprie dita in un appiccicoso ciuffo di zucchero dai colori pastello. La figura dell'Omino dello Zucchero Filato mi ha affascinato molto, non solo perchè sono golosa! Non so, è che non avevo mai visto un Omino dello Zucchero Filato così... ambulante-deambulante e mi ha ricordato la storia del lepracauno irlandese che si porta in giro la pentola d'oro dove finisce l'arcobaleno, non so mica perchè
Alla prossima,
Sabina 
  
  

lunedì 23 luglio 2012

Perchè Peggy si chiama Peggy?

Forse vi sarete chiesti perchè decisi di chiamare la mia nuova bicicletta proprio "Peggy". Beh, rimuginando sul nome adatto per la mia fiammante due ruote da poco acquistata, ho pensato che il nome dovesse essere assai significativo, così com'era significativo per me quel momento in cui assaporavo finalmente il gusto e l'ebrezza della libertà "biciclettica".  
Così, scelsi per lei il nome americano che più mi stava a cuore, quello che nella mia mente evoca non solo una coinvolgente e piacevole lettura di un'autobiografia sinceramente scritta, ma anche un'immagine chiara, indelebile, determinante per la mia vita e i miei pensieri: l'immagine di una grandissima protagonista della realtà americana ed europea novecentesca, ovvero Marguerite Guggenheim, nota a noi tutti come Peggy Guggenheim.   
Immagino sappiate che Peggy è stata una grandissima amante dell'arte, e che dell'arte si è fatta promotrice e mecenate.
Dal mio punto di vista, Peggy ha saputo cogliere nelle novità anche più sconcertanti - e di certo anticonvenzionali per l'epoca - la vera essenza dell'arte contemporanea. 

 Non starò qui a raccontarvi della sua famiglia, delle ricchezze accumulate con l'estrazione di metalli, delle difficoltà economiche sopraggiunte in seguito alla morte del padre scomparso durante la tragedia del Titanic o dello zio Solomon che aprì il famosissimo Guggenheim Museum di New York (http://www.guggenheim.org/).  
Per tutto questo, vi rimando ad una delle sue autobiografie: Una vita per l'arte. Confessioni di una donna che ha amato l'arte e gli artisti, traduzione a cura di G. Piccioni, editore Rizzoli.
Un libro che suggerisco di leggere a quanti amano l'arte contemporanea e sono curiosi di scoprire qualcosa in più sulla vita di questa meravigliosa donna. Il volume raccoglie i racconti di Peggy e la sua storia, così intensa, ricca di viaggi, di esperienze, di incontri, di feste e di avventure, mette in luce anche la frivolezza di un mondo per certi versi davvero lontano dal nostro.

Peggy sistema un mobile di Calder
Peggy è stata una donna formidabile, di grande determinazione e con una particolare sensibilità per l'arte. Ha vissuto molti momenti difficili nella sua vita, la perdita della figlia, gli amori tormentati, ma sono sempre state le sue passioni a permetterle di trovare la forza per portare avanti i suoi progetti. 
Ha conosciuto e frequentato personaggi come Vasilij Kandinskji, Yves Tanguy, Alexander Calder, Jean Arp, Marcel Duchamp, Max Ernst - con cui fu sposata per qualche anno - e ancora, Picasso, Braque. Incontrò praticamente tutti i protagonisti dell'arte contemporanea della prima metà del secolo e naturalmente, non solo gli artisti, ma anche i poeti e gli scrittori e quindi Samuel Beckett e James Joyce, ad esempio. 
Una vita incredibile insomma, che io non riesco proprio a non invidiare, pure per le meravigliose serie di orecchini e per i gioielli vari disegnati, dipinti e montati da alcuni di questi artisti esclusivamente per lei!   
A Venezia, a Palazzo Venier dei Leoni che un tempo fu la sua abitazione privata, è esposta la collezione. Il museo, che si affaccia sul Canal Grande, può essere sicuramente ritenuto uno dei più importanti in Italia per quanto concerne l'arte europea ed americana del XX secolo (http://www.guggenheim-venice.it/). Vi sono esposte opere del Futurismo italiano e del Modernismo statunitense, del Cubismo, del Surrealismo e dell'Espressionismo, dell'Astrattismo informale italiano, e quindi Picasso, Dalì, Magritte, Brancusi e Pollock, Fontana e Vedova, per citarne solamente alcuni.
Una donna che quindi ha saputo godersi la bellezza nel suo presente e ha guardato al futuro con grande generosità, decidendo di aprire al pubblico la sua collezione e di renderla patrimonio dell'umanità.

Ora, vi pare che avrei potuto trovare nome più adatto per la mia prima bicicletta americana?
Alla prossima,
Sabina

sabato 21 luglio 2012

Peggy, colei che seppe rendermi felice... per ben due volte!

Mi sento come una bambina nel suo giorno di Natale, quando sotto l'albero trova esattamente ciò che si aspetta e che aveva atteso per così tanto tempo. Beh, io sotto l'albero prenatalizio di San Francisco, ho trovato una bellissima bicicletta color Borgogna! 
Da mesi ero alla ricerca di una bici usata, perchè va bene che adoro passeggiare, però raggiungere un posto a piedi, con le distanze americane, risulta piacevole solo se hai del tempo libero da impiegare, altrimenti può diventare decisamente un incubo. Per accelerare i tempi, desideri un mezzo qualunque che ti permetta di essere indipendente e pure rapida negli spostamenti. Alcuni tentativi con i mezzi pubblici li ho fatti, ma non sempre con grande successo. Tant'è che nelle ultime occasioni, ho dovuto - ahimè - cedere alla tentazione di utilizzare un taxi.

Il sogno proibito rimaneva comunque quello della bicicletta. 

"Che sensazione si può avere a girare per le strade di San Francisco su due ruote?" - mi chiedevo. Vengo dai miei giretti per le vie medievali padovane, che rimangono nel cuore, ma non voglio tirarmi indietro dallo sperimentare le piste ciclabili californiane. So che un giorno maledirò tutte le salite della città, ma lasciatemi immaginare questo idilliaco sogno di gloria almeno per un secondo!
Ho cercato costantemente una bici sul sito Craigslist (http://sfbay.craigslist.org/), usatissimo qui nella Bay Area. Ci puoi trovare qualunque cosa: dalle case in affitto - e noi infatti così abbiamo trovato l'annuncio per la nostra Maison jaune - alle case in vendita, dalle piante di cui la gente vuole sbarazzarsi e che quindi offre gratuitamente, alle automobili, dai materassi ai libri. Tutto e di più all'insegna dell'usato! Per ogni oggetto messo in vendita, compare generalmente la foto, una breve descrizione dell'oggetto e, a volte, il motivo per cui viene venduto con spiegazioni più o meno dettagliate. Sappiate comunque che questo sito dà dipendenza, perchè ci puoi trovare veramente di tutto!

Fatto sta, che da tempo ero alla ricerca di una bicicletta da donna. Volevo semplicemente una bici leggera - e quindi agevole da portare su e giù per le scale di legno della Maison jaune (che di lasciarla parcheggiata in strada, non se ne parla visto che qui i furti sono all'ordine del giorno!) - e con le marce, indispensabili per chi vuole muoversi per San Francisco che, come tutti ben sanno, si distingue per le sue belle, quanto difficili da superare, colline. 

Purtroppo però non ero stata gran che fortunata sinora e continuavo a contattare i venditori di Craigslist via mail senza ricevere risposta. Ieri ho deciso di dare una svolta alla cosa, chiamando a tappeto tutti venditori che pareva avessero delle bici che rispondevano alle mie necessità. Primo appuntamento fissato con Vladimir: un russo che ovviamente vive nella Little Russia qui a San Francisco. Ho noleggiato un'auto e l'ho raggiunto. Vladimir, un signore di 70 anni circa, bassetto e tutto grigio - dai vestiti, ai capelli, agli occhi - voleva rifilarmi una bicicletta tutta arruginita, con i freni laschi e la ruota anteriore sgonfia. Il tutto, per la modica cifra di 145$! 
"Caro signor Vladimir, sarò anche una donna ma non sono scema! E per questa cifra, se la può tranquillamente tenere la sua bicicletta scassata!" - ho pensato. Ma poi l'ho guardato dritto negli occhi, l'ho ringraziato cortesemente per il suo tempo messo a mia disposizione, e me ne sono tornata a casa con la coda tra le gambe.  Che tristezza, tanta energia spesa per un altro tentativo fallimentare.

Ma non mi sono data per vinta. 
In serata ho contattato altre tre persone che vendevano le loro biciclette e due su tre mi hanno chiesto di vederci due giorni dopo; la terza invece, una certa Laura, mi è sembrata più motivata e mi ha detto che mi avrebbe chiamata il giorno seguente. Non smetteva più di parlarmi della sua bicicletta e dei numerosi accessori inclusi nel prezzo. Confesso di avere capito 1/10 di quello che mi diceva sulle prestazioni e le particolari doti del suo mezzo. Comunque, cotanta precisione mi ha ispirato una certa fiducia! 
Stamattina il mio telefono è squillato: Laura voleva ci vedessimo per la bici. E questo, non è tutto! Voleva portarla direttamente sotto casa mia per mostrarmela. 
La cosa mi ha sorpreso molto: "Perchè mai così tanta disponibilità nei miei confronti?" - io, la solita mal pensante. Mi chiedevo perchè mi stesse facendo un favore così grande: mi risparmiava il noleggio dell'auto e lo spostamento, cosa che sinora, nessuno dei venditori si era mai proposto di fare. Però ciò che mi ha convinto è stato il miraggio: la libertà di movimento che avrei avuto con una bici - con la bici di Laura - rossa fiammante, nuova, brillante... A quel punto, mi sono sentita più che disposta a riceverla.
Ho dato a Laura l'indirizzo e sono rimasta in trepidante attesa. Alle 13.30 (1.30 pm, ora locale), è arrivato un furgone, con una bici che faceva capolino dietro. E così sono scesa. Laura era venuta con marito e figlia al seguito. Due chiacchiere con la signora, prova della bicicletta, e fu così che capii che Peggy - la mia nuova bici color Borgogna - sarebbe stata la mia futura compagna di avventure qui in città!

Ora sono emozionatissima, proprio come una bambina dopo aver scartato tutti i suoi regali! Sarà poi che questa bici la sento proprio come una mia conquista e per questo ne apprezzo ancora di più il valore... 
Ma ok, ora bando alle ciance, dov'è che vado con la mia bicicletta nuova??! Ah, sì: per prima cosa devo farmi mettere il cestino e le luci, davanti e dietro! Quindi via al negozio...
Ci risentiamo dopo la prima emozionata pedalata!
Sabina

NdR: e furono 24 km di pura gioia 

giovedì 19 luglio 2012

Dalla vita attiva alla vita contemplativa

Continua la lettura di Caffè Trieste di Olga Campofreda da cui traggo un altro breve brano: 

L'America è stata per Colombo un po' come l'amore - se è vero quanto si dice, e che cioè lo incontri solo se non lo stai cercando. 
L'America, Colombo, non l'ha cercata e alla fine l'ha trovata. Ma quello che troppo spesso si dimentica è che Colombo ha avuto il coraggio di mettersi in mare.

Ci vuole coraggio, un po' per tutte le cose. 
A volte ci vuole coraggio anche solo per scendere dal letto e cominciare una nuova giornata. Perchè a volte capita che ci serva coraggio anche per affrontare le piccole cose di ogni giorno. 
Non parliamo poi delle scelte importanti, quelle che sappiamo possono cambiare radicalmente la nostra esistenza, oppure delle difficoltà, anche quelle più pesanti da digerire, che la vita ci pone davanti continuamente. In certi casi, ci vuole un coraggio ancora più grande... 
A volte mi sembra però che, forse per pigrizia mentale, si diano molte cose per scontate e si cominci a sentirci quasi degli automi, forzatamente costretti - da noi stessi - a fare meccanicamente ogni cosa, a condurre una vita priva di emozioni, che annulla la voglia di fare veramente qualcosa. In quei momenti, mi pare non si riesca più ad apprezzare il valore del coraggio...

Eppure io credo fortemente che sia proprio il coraggio - di riprendere a mettersi in gioco, di tentare, cercando di raggiungere una meta, anche non troppo distante, per cominciare, ma che noi stessi scegliamo - a rendere migliore la vita. 
Ci vuole coraggio, sì, ma ne vale la pena, perchè è proprio la volontà a mettersi in viaggio a permetterci poi di sperimentare, di vivere nuove sensazioni, di arricchire noi stessi nel cammino. 
Continuo a pensare che le strade in salita siano quelle che danno maggiori soddisfazioni, perchè è dopo la fatica che, arrivati sulla cima, possiamo contemplare il paesaggio dall'alto, con l'entusiasmo di aver conquistato la meta agognata e l'orgoglio di essere arrivati sin lì con le nostre forze. 
Coraggio quindi, ci vuole coraggio!
Sabina

mercoledì 18 luglio 2012

Africa? No, sono ancora in California! Parte II

Safari West - Santa Rosa, CA
Come promesso, eccomi di nuovo qui per la seconda puntata  del Safari West! So che morite dalla voglia di sapere quali sono gli aspetti positivi di questo angolo d'Africa nel nord della California e quindi non posso fare altro che accontentarvi, raccontandovi il prosieguo della giornata trascorsa lì. 
Dopo la passeggiata di circa un'ora tra le gabbie di scimmie, tartarughe, linci e ghepardi, di cui vi ho già ampiamente parlato ieri, siamo entrati in una gabbia un po' più grande nella quale convivono pacificamente - o almeno credo - specie diverse di uccelli. Un piccolo stagno, molti cespugli e qualche albero più alto permettono a questi volatili di divertirsi un pochino. Ho comunque l'impressione che il passatempo più divertente per questi uccellini sia tutt'altro...
Coppia di "Riportoni" - Safari West
Mentre ero intenta ad ascoltare le spiegazioni della donna ranger che ci accompagnava nella visita, sono stata infatti colpita alle spalle: sì, proprio lui, un uccello della specie ora da me nominata dei "Riportoni" (perchè pelato sopra ma con grande disponibilità di chioma ai lati!) mi ha assalito. Il Riportone assatanato e dallo sguardo laser che vedete qui a fianco ha preso la rincorsa e ha conficcato il suo lungo becco nel mio povero polpaccio. Povera me! Mi sono girata, l'ho guardato con odio, ma evidentemente questo non è bastato: la mia espressione non gli doveva sembrare dopo tutto così aggressiva... E quindi si è creato un bel siparietto comico - per gli altri - durante il quale io correvo attorno al gruppo di turisti imbambolati, impersonando l'inseguita, mentre il Riportone malefico faceva la parte dell'inseguitore. Anche se sembra una scenetta divertente, per me non lo è stata affatto! Alla fine mi sono salvata solo grazie al prezioso intervento della Power-donna-ranger che ha allontanato il Riportone assassino. "O Power-donna-ranger: ti sarò grata per sempre perchè mi hai salvato la vita!". 

E fu così che da quel momento cominciai a prestare attenzione alle parole di spiegazione della Power-donna-ranger, a cui fino a quel momento non avevo badato più di tanto; ho saputo fingere grande interesse per la durata della covata delle uova, per la tipologia di penne e piume, per i nascondigli preferiti di quegli uccellacci... solo che sono durata, credo, due minuti... Poi ho ripreso a fare fotografie!
Safari West

Ma dopo qualche tempo, finalmente è arrivato il fatidico momento: tutti sulla jeep per il giro del parco! Ed ecco qui il mezzo di cui sto parlando...





Safari West

Siamo stati affidati ad un secondo ranger, più prestante, più sorridente, più simpatico... insomma, più... maschio?

Prima dell'effettiva partenza, c'è stato un altro momento che ci tengo a raccontarvi: 
"Chi vuole salire sul tetto della jeep? Alzi la mano!" - dice il ranger. Naturalmente Leo ed io alziamo tutto-il-tuttibile. Poi ci giriamo accorgendoci che solo noi due e uno schiappo di bambini indiani sotto di noi aveva alzato la mano. Per decidere chi far partire per primo - quindi noi oppure i nanetti indiani - il ranger aggiunge: "Ok, adesso dite un numero ad alta voce; chi si avvicina di più al numero che sto pensando io, vince. Uno, due, tre... via!". "Cinquanta!" dice Leo. "Cinquanta o quindici?" - chiede il ranger. "Cinquanta!" ripete Leo. E fu così che vincemmo la partenza! 
Ma ahimè lo sguardo triste e sconsolato degli indiani in attesa dell'epico momento che li vedeva protagonisti sul tetto della jeep, ci ha fatto sentire in colpa, e dopo esserci guardati per un secondo negli occhi, abbiamo deciso di cedere il posto ai nanetti. E così siamo partiti: indiani sopra in tripudio, e noi due sotto con le orecchie un po' basse insieme a nonni e mamme indiane.
Tragitto delle jeep - Safari West

Il giro attraverso la riserva è durato più di un'ora. 
Safari West
Safari West
Di tanto in tanto incontravamo altre jeep che partivano con regolarità svizzera dal centro del Safari West; ad ogni modo, vi era una certa distanza tra un gruppo e l'altro e ci si poteva godere bene i luoghi e i paesaggi incredibili che sbucavano dietro le colline.  
Pareva, a tratti, di essere veramente in Africa perchè c'era davvero tutto quello che uno si immagina di questo Continente. Ho pensato quindi che il sito ufficiale si riferisse proprio a questi scenari (vi rimando al post precedente per i dettagli del discorso...).

Il ranger a cui era affidata la guida della nostra jeep si fermava spesso per aprire e chiudere i cancelli dei recinti attraverso i quali passavamo, per spiegarci anche quali erano le specie e le caratteristiche degli animali che stavamo vedendo: giraffe, antilopi, rinoceronti, zebre che se ne stavano beate nei loro ampi spazi assolati e verdeggianti. 
Giraffe - Safari West
Coppia di rinoceronti - Safari West























Forse i rinoceronti ci hanno fatto un po' più pena, distesi sulla sabbia che respiravano. Ad un certo punto si è formata una nuvola talmente alta da impedirci quasi di vedere questi due animali. Pareva comunque si stessero rilassando al calduccio. Poco più in là c'era una pozza di acqua verdognola che li aspettava, in caso.







Zebre - Safari West
Per quanto riguarda invece le zebre, devo dire che non pensavo sinceramente fossero così simili ai cavalli, con zoccoli, criniera e nitriti vari. E ignoravo pure che questi animali hanno la spina dorsale così debole da non poter portare pesi o essere cavalcati. Tra l'altro, pare che non sopportino nemmeno che qualcuno li prenda da dietro, perchè questo ricorda loro l'attacco dei leoni. Ne risulta quindi che le zebre sono alquanto difficili da avvicinare e quasi impossibili da domare, a differenza dei ghepardi che sono nati nella riserva, nella quale vivono ormai da undici anni, che pare siano stati addomesticati e che si riesca persino a portarli al guinzaglio.
Ghepardo - Safari West
Non che la cosa mi piaccia gran che, visto che non credo possano fare la parte del cane, pur sembrando dei bei cucciolotti! Mi stupisco comunque del fatto che un ghepardo sia alla fine più gestibile di una zebra: lo potevate immaginare?
Safari West
Un'altra cosa che mi ha stupito molto è stata la grande familiarità con cui alcuni animali si avvicinavano ai rangers. Ecco per esempio che cosa è successo mentre la nostra guida si è fermata a raccontarci alcune curiosità su questi animali. Pareva cercassero affetto, se non il cibo...

Il giro sulla jeep è stato veramente emozionante, specialmente a partire dal momento in cui il ranger si è fermato per fare scendere i nanetti indiani dal tetto: finalmente era arrivato il nostro turno! E noi non stavamo più nella pelle, continuavamo a pensare al momento in cui avremmo dominato con lo sguardo tutta la valle. Ed ecco che la nostra attesa veniva finalmente premiata. Il sole stava calando e la luce si stava facendo sempre più calda, le ombre più lunghe.
Safari West
La strada sabbiosa si inerpicava tra le colline, a volte stringendosi pericolosamente, fino a farci tremare un po'. 

Safari West
Ma era talmente emozionante che il brivido si trasformava rapidamente in un piacere sottile e delicato. 
Nel frattempo, lo sguardo poteva perdersi in quel paesaggio bucolico e rasserenante, catturato dalla curiosità di scoprire che cosa si nascondesse dietro l'angolo, che cosa avremmo visto dopo la successiva curva. 
Il viaggio è esplorazione, scoperta, appagamento dei sensi...
 
E quindi, guidati da queste sensazioni, siamo giunti alla fine del nostro peregrinare, concludendo degnamente una giornata piena, che ci ha regalato un nuovo sguardo verso la natura. 
Tutto sommato, mi vien da dire che il Safari West non è poi così male e io ci tornerei volentieri, magari con i nipotini. Vorrei proprio vedere le loro faccette divertite e sorprese sulla jeep!
Alla prossima avventura allora,
Sabina
  

 

martedì 17 luglio 2012

Africa? No, sono ancora in California! Parte I

Forse vi chiederete che cosa c'entri una giraffa con la California, pensando forse che il soggetto abbia ben poco a che fare con questa parte di mondo. E invece vi stupirò dicendovi che questa bella giraffona vive proprio nel nord del Paese, nel cosiddetto Safari West di Santa Rosa, che dista circa un'ora e mezza da San Francisco.  
Finalmente lo scorso weekend è cominciata l'esplorazione a più ampio raggio dei dintorni e il nord del Paese ci ha accolto con un clima decisamente più estivo rispetto a quello attuale di San Francisco, con sole caldissimo e cielo d'un limpido azzurro. 
Santa Rosa è molto vicina a Calistoga, una cittadina famosa per l'Old Faithful Geyser of California, la Petrified Forest e i Mud Baths, di cui vi parlerò nelle prossime puntate. Di Calistoga mi ha stupito l'apparenza da "città del Far-West", con una via principale con tutti i negozi che ricordano vagamente i saloons dei cowboys. 

Poco fuori da questa piccola cittadina, si trova appunto il Safari West dove potrete trovare o ritrovare il sapore dell'Africa, o così almeno diceva il sito.  Per gli approfondimenti, ecco qui il link a vostra disposizione: http://www.safariwest.com/.
Volete sapere di che si tratta esattamente?  
Dunque, il sito spiega che il Safari West è una riserva naturale di proprietà di un certo Peter Lang, che ancora vive nell'ampia tenuta - ovviamente nella parte non frequentata dai "comuni mortali" - e che la fondò nel lontano 1989. Ora, non sperate che io vi racconti questa storia come se fosse una lunghissima ed estremamente intrigante vicenda - nel puro spirito americano che riconosce come "antica" una casa degli anni Venti!; sappiate invece che mi concentrerò sui dettagli per darvi un'idea del posto, nel qual caso foste interessati a visitarlo, prima o poi.  
Di puro spirito americano sono però le numerose capanne disseminate per la riserva, che offrono un comodo alloggio in loco ai turisti più invasati, per la modica cifra di 280$-315$, naturalmente con Continental breakfast included

In questa sorta di parco-zoo sono presenti circa 400 animali di diverse specie che vengono nutriti, curati e anche esibiti al pubblico all'interno di gabbie o grandi recinti. 
Naturalmente, non ritengo che questo parco rappresenti l'Africa più vera come lasciava intendere il sito ufficiale, però sicuramente posso dire che in questo posto si può vivere un'esperienza particolare, potendo osservare da vicino animali che io avevo visto solo da piccina allo zoo. 
Non mi sono quindi stupita troppo della presenza di numerose famiglie con bambini pieni di domande da rivolgere a queste specie di rangers in divisa beige che ci facevano da guida nella visita a piedi e poi su una jeep aperta attraversando il parco.

Siamo partiti da una passeggiata tra le gabbie più piccole che ospitavano scimmie di vari tipi con cuccioli al seguito, tartarughe secolari, linci, ghepardi e uccelli vari, passando anche vicini ai recinti nei quali si trovano dei bellissimi fenicotteri rosa appollaiati sui loro nidi costruiti con il fango per covare le uova o che già si prendevano cura dei primi cuccioli nati.
Davvero incredibili i piumaggi, le cui diverse tonalità si riflettevano sul verde dello specchio d'acqua, e le più strane contorsioni che questi uccelli facevano, il tutto con una innata, aggraziata eleganza.
Se con i fenicotteri ho trascorso moltissimo tempo, incuriosita dai riflessi sull'acqua delle loro piume e dei loro becchi ricurvi, dalle lunghe zampe che affondavano nel fango o  sospese per aria, ripiegate sotto alle piume del corpo a scomparire del tutto, stupita dai colli che si allungavano torcendosi da un lato o curvandosi alla ricerca di cibo, sugli altri animali che si trovavano all'interno di gabbie metalliche, decisamente più claustrofobiche dei recinti in legno, mi sono soffermata meno.
Soffrivo sinceremente nel vederli rinchiusi in ambienti così angusti, storditi dalla continua presenza di persone tutto attorno, intente ad osservarli e a fotografarli. 
Ad un certo punto mi sono anche chiesta se eravamo più interessati noi a loro, o loro a noi, ma non credo riceverò mai risposta a questa domanda. 

Continuavo a pensare che questi poveri animaletti avrebbero avuto bisogno di più spazio, di meno sguardi puntati addosso durante tutta la giornata, di meno contatto con l'uomo.  E non so se il fine educativo che si propone il parco sia giustificato in questo senso. L'effetto zoo continua a non piacermi e preferisco assistere silenziosamente agli spettacoli che la natura ci offre in ambienti più selvaggi e meno controllati dall'uomo. 
Mi vengono in mente per esempio quei leoni marini avvistati su una delle spiagge battute dal vento lungo la Highway One verso Los Angeles un paio di anni fa, il nostro avvicinarsi nascosti da una duna, la paura di turbare la loro quiete e i loro sguardi fissi su di noi dopo aver percepito nell'aria il nostro odore. Ecco, questo entrare a passi lievi nel mondo animale, con rispetto per l'animale stesso e per l'ambiente naturale del quale è parte, ma con la consapevolezza di essere un ospite a volte indesiderato e quindi apprezzando a pieno la possibilità che ci viene offerta in quel momento, è ciò che preferisco.
Lo sguardo basso delle linci al Safari West mi è sembrato triste... Magari sono una visionaria e le mie sono solo fantasticherie, ma io ho sentito una forte compassione per queste bestiole rinchiuse in isolamento forzato.  
E anche per i ghepardi, stessa impressione. I due che ho visto, mi parevano veramente annoiati, come miciotti distesi all'ombra nella tediosa attesa di trovare qualcosa di più interessante da fare. 

Non nego comunque che senza il Safari West non avrei mai avuto la possibilità di vedere alcuni degli animali che si trovano qui, a meno che non fossi partita per un vero safari nel Continente africano - cosa che infatti ci è venuta voglia di fare.

Nella prossima puntata, vi racconterò il resto della storia e quindi ciò che più ho apprezzato del Safari West.
A presto,
Sabina
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